Cinema

73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Nei panni della giuria: favoriti e pronostici

di Filippo Zoratti
 

Sulla carta, il carnet della 73. Mostra del Cinema di Venezia è parso fin da subito uno dei migliori degli ultimi anni. Il confine fra opera d’arte e paccottiglia di seconda mano è però ovviamente labile, soprattutto quando sono così tanti i nomi di rilievo presenti fra concorso e non. La partenza è stata folgorante: l’apertura del trasognato musical “La La Land” ha riportato subito alla mente “Birdman”, ignorato dalla giuria nel 2014 e poi asso pigliatutto agli Oscar. Una storia – quella del film e del suo giovane autore Damien Chazelle, già regista del piccolo cult “Whiplash” – che sembra già scritta, così come all’opposto era già segnato il destino di “Les Beaux Jours d’Aranjuez”: ancor prima della presentazione ufficiale l’opera di Wim Wenders è stata bollata come fallimentare, scarto d’autore di un cineasta da sempre affezionato al festival veneziano. Scorrendo i titoli, balza subito all’occhio quella che è stata la tendenza dell’edizione 73, ovvero la volontà di cavalcare l’onda “sudamericana” dell’anno scorso (con i già vagamente rimossi Leoni d’Oro e d’Argento rispettivamente al venezuelano “Ti guardo” e all’argentino “Il clan”), con risultati altalenanti e discontinui fra Cile, Argentina e – per estensione – Messico: se da un lato la variegata platea del Lido ha potuto ammirare l’ultimo lavoro del prolifico Pablo Larrain (“Jackie”, con una Natalie Portman in odore di Coppa Volpi), dall’altro sia “El ciudadano ilustre” che “El Cristo ciego” sono sembrati carne da macello finita un po’ per caso nella competizione ufficiale. Fino al caso più eclatante, “La region salvaje” di Amat Escalante, sulla cui presenza – non solo in gara, ma alla Mostra stessa – si è alzato più di un ragionevole dubbio. Perché, ad esempio, inserire operazioni così sbilenche e abborracciate quando nelle sezioni collaterali sono stati relegati autori consolidati in gran spolvero come Ulrich Seidl (“Safari”), il ritrovato Kim Ki-duk (“The Net”) e Amir Naderi (“Monte”)? Forse per non lasciare sguarnito il fuori concorso e il neonato “Cinema nel Giardino” – mentre gli “Orizzonti” continuano quasi per definizione ad essere terreni deputati alla sperimentazione e al lancio di nuovi registi. Ma d’altro canto i “carichi pesanti” della gara non sempre hanno convinto, primo fra tutti Terrence Malick, che col suo “Voyage of Time” sembra continuare ad inseguire demoni troppo personali per ricevere un riscontro pubblico e critico (non è un caso che le sue ultime pellicole non trovino più ormai distribuzione). Lo stessa caratteristica del redivivo Emir Kusturica e del suo “On the Milky Way”, ok, ma è un discorso diverso: per l’autore serbo è un ritorno alla cinepresa dopo 8 anni di assenza, e soprattutto dopo un congedo anomalo rispetto alla sua filmografia come “Maradona”. Stringendo il cerchio, il favore del pronostico a chi va quindi? Forse all’italiano “Spira mirabilis” (anche se sembra improbabile che la vittoria possa andare ad un altro documentario made in Italy a così breve distanza da “Sacro GRA”), forse al “Paradise” del russo Konchalovsky (già Leone d’Argento due anni fa con “The Postman’s White Nights”), forse al solido melò francese in costume “Une vie”. Una scelta, quest’ultima, che potrebbe mettere d’accordo l’eterogenea commissione composta fra gli altri da Sam “American Beauty” Mendes, Laurie Anderson, Lorenzo Vigas e Joshua Oppenheimer. Eppure le giurie sono da sempre imprevedibili, e siamo pronti, per l’ennesima volta, a restare stupiti – nel bene e nel male – dal verdetto finale.

 

Filippo Zoratti

 

 

Cinema

18° Far East Film Festival – FEFF 2016

A Melody to Remember

 

Episodio III: Il tormento e l’estasi

di Filippo Zoratti

 

I fareasters di lungo corso lo sanno: la caccia al capolavoro, al film (ai film?) da ricordare e mandare a memoria nei secoli dei secoli richiede pazienza e dedizione. È una ricerca spesso casuale, fondata su un ardito incrocio di suggestioni dettate da una trama accattivante, un attore/regista di richiamo, l’orario in cui la pellicola viene presentata. Ci soffermiamo su questo ultimo punto: una delle caratteristiche principali del Far East Film Festival è la sua “unicità”: ogni opera viene proiettata una sola volta, per un totale di 6/7 visioni giornaliere. Ci vuole pazienza sì, ma anche parecchia… fortuna. Il vincitore del FEFF 2016 è “A Melody to Remember”, delicata e toccante epopea sudcoreana che intreccia war drama e spunto tratto da una storia vera, vicenda sovranazionale e ritratto di singoli umanissimi personaggi. Problema: l’international premiere è stata “avvistata” domenica alle 9.15 di mattina, alla presenza di una ristretta parte di spettatori paganti. Le manifestazioni che si affidano al voto del pubblico – da qualche anno lo fa anche la Festa del Cinema di Roma – incorrono per forza di cose in questi cortocircuiti “popolari”, in una cronica sproporzione fra quantità e qualità. Al Far East capita da tre edizioni (

The Eternal Zero

The Eternal Zero

FEFF16, “The Eternal Zero”; FEFF17, “Ode to My Father”), oppure spesso accade che sull’onda dell’entusiasmo trionfi un film dell’ultimo giorno (FEFF12, “Castaway on the Moon”; FEFF13, “Aftershock”; FEFF15, “How to Use Guys with Secret Tips”). Al di là delle considerazioni statistiche, che pur meriterebbero un approfondimento, urge confermare come oramai le certezze arrivino quasi sempre dal Giappone e dalla Corea del Sud, evidentemente le due cinematografie più trasversali e in grado di captare il gusto della platea. Se per quanto riguarda il Paese del Sol Levante si tratta perlopiù di una conoscenza pregressa (i costumi nipponici esondano dai propri confini, grazie ai manga/anime e ad una certa reciproca influenza con il cinema americano), con la

Mohican Comes Home

Repubblica di Corea la buona ricezione avviene in virtù di una mistura di prodotto mainstream “riempi sala” e inedita – a volte stravagante – riflessione socio-culturale. In questa definizione rientrano il vincitore del MyMovies Award “Bakuman”, storia di due ragazzi che ambiscono a scrivere

Bakuman

Bakuman

manga per la più autorevole casa editrice giapponese, e il secondo classificato “Sori:Voice from the Heart”, che fonde fantascienza alla Spielberg e anomalo melò coreano. Titoli da estasi (a cui si aggiunge il Black Dragon Award “Mohican Comes Home”, il migliore in assoluto per il sottoscritto), che controbilanciano il tormento delle molte aspettative tradite, categoria eterogena che fra gli altri annovera l’action di apertura “The Tiger”, il wannabe-psycho-thriller “Creepy” di Kiyoshi Kurosawa e il dramma della gelosia “A Break Alone”, esordio alla regia di uno dei più fidati collaboratori di Kim Ki-duk, Cho Jae-hyun. Si ritorna così ad uno degli eterni dilemmi del Far East Film Festival: il giochino di diastole e sistole, di apertura e chiusura verso l’altromondo asiatico, continua a valere la candela? Ci affidiamo al motto del sopraccitato “Bakuman”, sperando non si esaurisca – anche per gli organizzatori – ancora per molte annate: “amicizia, sacrificio e trionfo”!

Filippo Zoratti

Cinema

18° Far East Film Festival – FEFF 2016

Episodio II: Caccia all’orrore

di Filippo Zoratti

Per anni l’Horror Day è stato – in modo trasversale rispetto al variegato programma delle retrospettive – uno dei punti fermi del Far East Film Festival. La sua esplosione e il suo successivo declino hanno coinciso con la scoperta e la caduta del J-Horror: titoli come “Ring” (1998), “Ju-on” (2000) e “Dark Water” (2002), assieme all’hongkongese “The Eye” (2002) hanno aperto la via ad un nuovo – sopravvalutato? – filone aurifero, come dimostrano anche gli svariati remake americani che ne sono stati tratti. È stata una fiammata, breve ma intensa, che ci ha fatto scoprire alcune “ossessioni” asiatiche fino a quel momento sconosciute, molto più che per altri generi: la presenza dell’acqua ad esempio, che per un Paese circondato dall’Oceano come il Giappone è portatrice di spavento e minaccia imminente (e il pubblico occidentale ha trovato finalmente una motivazione per la follia generata da una goccia che cade dal soffitto). Il FEFF è stato lungimirante nella sua caccia all’orrore, seminando qua e là nel corso delle edizioni qualche titolo effettivamente memorabile: “R-Point” (2004), “13-Beloved” (2006), “Body” (2007), “4bia” (2008), “Bedevilled” (2010). Poi il gioco si è rotto, complice l’altalenante produzione annuale delle singole nazioni e la sensazione che il vento iniziasse a girare altrove. Da Far East 14 (ovvero dal 2012) la giornata dedicata all’horror è stata bandita, con un meccanismo simile a quello avvenuto per il tramonto della selezione Pink Movies (il cui canto del cigno è stato l’indimenticato “The Glamorous Life of Sachiko Hanai”). A 6 anni di distanza però, con un colpo di scena inatteso, eccolo di nuovo, ribattezzato Psycho Horror Day. Introdotto idealmente dalla proiezione di “House”

1977 - Torta del film "House"

1977 – Torta della festa del film “House”

e dal Gelso d’Oro alla carriera a Obayashi Nobuhiko, il focus sulla paura attinge a diverse realtà, affidandosi all’emulazione o cercando una propria originalità: nel calderone trovano spazio esorcismi alla Friedkin (“The Priest”) e mostri della montagna taiwanesi (“The Tag-Along”), cultura pop tailandese (“Senior”) e incubi d’atmosfera coreani anni ’30 (“The Silenced”). Fino alle due pellicole di punta, entrambe nipponiche: “The Inerasable” di Nakamura Yoshihiro (sceneggiatore proprio di “Dark Water”) e “Creepy” di Kurosawa Kiyoshi (passato a Berlino). Il FEFF ci riprova, rilanciando una proposta che sembrava morta e sepolta sotto il peso di molti film non all’altezza della definizione horror. Una scelta che si specchia e fa il paio da un lato con la conferma dei documentari (ce n’è uno anche nell’Horror Day: “The Lovers and the Despot”, sul rapimento del regista Shin Sang-ok da parte del dittatore nordcoreano Kim Jong-il), una delle novità più apprezzate degli ultimi anni, e dall’altro con la new entry della piccola selezione “China Now”, che ci immerge nella realtà dei film cinesi destinati a non essere diffusi oltre i confini della Repubblica Popolare. Si ritorna insomma al futuro, esplorando al contempo nuovi possibili percorsi degni di approfondimento culturale. Se c’è un motivo per cui (da spettatori, studiosi, cinefili) occorre essere grati per il lavoro svolto dal Far East Film Festival in questi 18 anni è proprio questo: la capacità di mostrare al pubblico una summa di tutto ciò che anno dopo anno è – o ritorna ad essere – attuale nello sconfinato continente asiatico.


Filippo Zoratti

 

trailer del festival

Cinema

18° Far East Film Festival – FEFF 2016

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Episodio I: Il prezzo della maturità

 

di Filippo Zoratti
 

Per segnalare il passaggio alla maggiore età, il Far East – con la solita dose di autoironia – ha scelto come gadget “di lancio” una patente di guida, con tanto di vidimazioni e conferme di validità. Ma a 18 anni un festival diventa davvero maggiorenne? Nel caso dell’evento friulano ci si può da un lato stupire della lungimiranza di un progetto nato in sordina nel 1999 (il glorioso Hong Kong Film Festival, l’anno zero WP_20160423_002che ha gettato le basi di tutto), e dall’altro rendersi perfettamente conto di come il Feff – oltre ad essere oramai radicato nel territorio – abbia ben piantato le proprie radici a livello nazionale. La conferma arriva dall’investitura statale ricevuta dalla manifestazione, per il rapporto fra le industrie di Oriente e Occidente. Un privilegio che emancipa il Feff persino dal semplice contesto cinematografico: qua si parla di cultura tout court, di rapporti fra nazioni lontane lontane eppure accomunate dal nobile intento della divulgazione dell’arte. È il principio che regola il convegno Ties That Bind, workshop di coproduzione fra Asia ed Europa che ogni anno si affina e migliora le proprie prospettive. Il Far East è quindi oramai un gigante che può permettersi di guardare lontano, ma che deve tuttavia tenere a bada alcune fragilità insite nell’idea stessa di “evento pop(olare)”. Tra i punti di forza (e insieme, di debolezza) della proposta c’è la commistione ardita fra cinema basso e cinema alto, fra prodotto alimentare irricevibile per una platea estranea alle dinamiche panasiatiche e grande film d’autore di ampio riconoscimento festivaliero e internazionale. Chi ama il Far East Film Festival lo fa indipendentemente dal livello delle pellicole proposte, è vero, ma quando la forbice fra qualità (delle visioni) e quantità (dell’esborso) si allarga a dismisura, è lecito aspettarsi che qualcosa, nel magico equilibrio costruito pazientemente anno dopo anno, si possa rompere. A costo di apparire venali, uno dei motivi – non di certo l’unico – per cui l’edizione 18 verrà ricordata è il forte aumento dei prezzi, su qualunque tipo di accredito. Il festival orgogliosamente pop rischia così di diventare snobisticamente d’élite: il viaggetto di 10 giorni nella galassia Feff inizia ad assumere i connotati del privilegio per pochi, snaturando così lo spirito “autarchico” degli inizi che ha fatto innamorare migliaia di fareasters. Uno spirito comunque “falsato” – le prime edizioni erano totalmente gratuite, una follia insostenibile per qualunque kermesse –, ma che ora deve scendere a patti con una considerazione inopinabile: assistere alle proiezioni del Far East Film Festival, nel 2016, costa più che assistere a quelle della Mostra del Cinema di Venezia e della Berlinale. Ne varrà la pena? Il piatto sembra essere ricco: 72 film per 10 cinematografie, il ritorno dell’Horror Day e l’esordio della sezione “China Now”, dedicata ai film indipendenti cinesi non censurati. E ancora: la retrospettiva Beyond Godzilla, focus sul cinema sci-fi giapponese, il Gelso d’Oro a Sammo Hung (storico collaboratore di Bruce Lee e Jackie Chan) e la presenza di Johnnie To (che firma anche il trailer del festival, in animazione). Insomma: crescere, diventare adulti e autonomi ha un costo, e il Feff non ha alcuna intenzione di nasconderlo. Ora resta da capire se, anche per il pubblico, l’amore non abbia prezzo…

Filippo Zoratti

www.fareastfilm.com

Arte Musei videomaker

MACT/CACT Arte Contemporanea Ticino

DIGITAL FLOWS

Gianluca Abbate, Miguel Andrés, Barbara Brugola, Katharina Gruzei, Hwayong Jung, Cristina Ohlmer, Marta Roberti, Rimas Sakalauskas

A cura di Visualcontainer, Milano.

MACT/CACT

5 marzo – 3 aprile 2016

Ve-sa-do dalle 14:00 alle 18:00

DIGITAL FLOWS è la mostra che apre la stagione 2016. A cura di Visualcontainer Milano, l’esposizione rappresenta anche un omaggio all’instancabile lavoro di questo archivio video, che – per qualità dell’impegno e parallelamente allo spazio off [.Box] – si insinua nelle pieghe talvolta sterili delle istituzioni museali più accreditate. Nato nel 2008 nel cuore di Milano, Visualcontainer è diventato una sorta di showcase fondamentale per l’archiviazione e presentazione di un linguaggio ancora molto liquido e ancora fortemente in evoluzione quale il video d’artista. L’approccio internazionale e la visione globale dei suoi responsabili lo hanno alzato a luogo privilegiato, quasi una sorta di Archiv und Kunsthalle del linguaggio video nel centro della capitale economica d’Italia, solidificatisi più per i loro contenuti, che per un approccio di tipo, appunto, istituzionale.

Dagli anni 1970, il mezzo video ha subito innumerevoli cambiamenti, per così dire, di transito, passando dall’ipoteca visual-performativa all’ibridazione con l’allora prepotenza del mezzo televisivo-catodico, laddove l’universo pubblicitario entrava a forza nel mercato dell’immagine, parassitando l’arte video e il linguaggio artistico a tal punto da superarlo in molti casi e inducendo gli autori a riformulare giustamente l’approccio, spesso cannibalistico, al mezzo di produzione stesso.

Come la fotografia, anche il video è lo specchio documentativo più immediato del reale che ci circonda e che ci frammenta nella trans-identità del globale.

Dall’epoca, nella quale il video rappresentava la sperimentazione e una risposta antitetica all’esperienza visuale di radice pittorica (fine degli anni 1960), nell’epoca odierna del ‘già tutto sperimentato’ il nuovo è dato proprio e paradossalmente dalla recrudescenza del digitale, che intride la nostra esistenza di un comunicazionismo socio-global non per forza richiesto, ma che induce altresì a un nuovo modello estetico.

DIGITAL FLOWS (Flussi Digitali) intende proprio delineare e mettere in luce quest’ultima fase della produzione video.

Così si esprimono i curatori di Visualcontainer, Alessandra Arnò e Paolo Simoni, sulla mostra e sulle loro scelte curatoriali.

Miguel Andrés (Spagna,1982) System, 2014

[…] “L’immagine nella sua trascendenza digitale ora è immateriale, è un bit, un fascio di luce, risiede tra le nuvole, passa veloce attraverso la rete dei dati.

Cosa ci resta quindi della sua “inconsistenza” e cosa ci attrae verso l’immaterialità dell’immagine video, che sia forse il suo potere evocativo e illusorio?”

DIGITAL FLOWS è un flusso visivo che porta lo spettatore a sperimentare diversi livelli di consapevolezza alla visione attraverso un percorso installativo che parte dall’apice della fascinazione visiva del dato numerico, passando allo spaesamento tra reale quotidiano e panorami digitali, fino al palesarsi della condizione dello spettatore stesso attraverso la simulazione della propria rappresentazione.

La prima opera in mostra di Miguel Andrés, SYSTEM, rappresenta infatti una sorta di specchio, dove è possibile confrontarsi con un ipotetico uomo – macchina futuro, dove l’esperienza sensibile viene sostituita da quella tecnologica precompilata.

La bellezza sintetica è rappresentata attraverso le forme autogenerative dei paesaggi perfetti dell’opera EUPHORIA di Hwayong Jung. L’eleganza delle formule frattali che simulano il concetto di auto-similarità presente nel mondo reale, diventa una sorta di trappola per lo sguardo, che porta all’apice della fascinazione visiva e all’immersione totale in questi scenari digitali.

La sala espositiva diventa quindi luogo deputato “all’apparizione” e “manifestazione” dell’algoritmo numerico che manipola il dato reale attraverso una continua simulazione casuale di forme immateriali perfette.

Hwayong Jung (South Korea/USA, 1979)
Euphoria, 2014

 

L’occhio viene nuovamente ingannato dalla rassicurante rappresentazione della quotidianità nell’opera di Rimas Sakalauskas. SYNCRONIZATION svela strutture che inaspettatamente ri-fuggono dalla solita collocazione urbana. Lo scenario reale poco a poco cambia forma e la rassicurante stabilità del paesaggio urbano si anima, cambia connotazione e si trasforma in una rampa di lancio verso l’ignoto. L’oggetto reale torna al mondo “virtuale” delle idee con un moto inverso.

La perfetta rappresentazione del mondo contemporaneo viene editata come un continuo fluire di situazioni e scenari nell’opera PANORAMA di Gianluca Abbate. La rielaborazione digitale restituisce il melting pot contemporaneo in tutta la sua caoticità, stratificando livelli e paesaggi senza alcun confine in un unico flusso irrefrenabile di immagini del mondo globale.

Barbara Brugola
(Italia, 1965)
Lapse of View, 2012

Se le precedenti opere audiovisive giocano sullo spaesamento, LAPSE OF VIEW di Barbara Brugola ispirata all’opera ‘Viandante sul mare di nebbia’ di Caspar David Friedrich, fornisce un momento di riflessione sul visivo, un ritorno alla “vera” visione, esattamente come la protagonista dell’opera che osserva l’orizzonte, in silenzio, in attesa ed immersa nel bianco. Questo è un momento intimo di confronto con la realtà e con la sospensione dello sguardo.

Si ritorna fortemente al reale, alla visione e alla storia dell’arte visiva.

Ispirato alla pellicola dei Fratelli Lumière, WORKERS LEAVING THE FACTORY (AGAIN) di Katharina Gruzei, mostra degli operai che escono dalla fabbrica. Una sorta di quarto stato contemporaneo dove l’individualità diventa corpo collettivo. Gli operai potrebbero essere uomini, automi, schiavi, ad ogni modo sono attori nell’industria globale, come gli operai rappresentati dai Lumière sono attori dell’industria dell’immagine.

L’opera è quindi un ulteriore specchio di “riflessione” sulla condizione contemporanea sia in ambito sociologico che digitale.

Il percorso espositivo si estende inoltre su schermi e device, che inaspettatamente diventano da oggetto di uso quotidiano a luogo di apparizione di opere che riabituano l’occhio all’esercizio della visione come l’opera PIXEL MOTION di Cristina Ohlmer. Il quadretti colorati di un quaderno diventano l’unita di misura digitale, il pixel. Attraverso dieci esercizi di stile, il candido manto della foresta nera diventa pretesto per ricontestualizzare il ruolo del pixel e del digitale nello spazio analogico naturale.

Allo stesso modo, SCARABOCCHIO, opera di Marta Roberti, ripropone un’animazione classica sullo schermo di un dispositivo di uso quotidiano, che in questa occasione diventa memento digitale tascabile per questo ibrido umano-insetto, che tenta di ristabilire il proprio equilibrio.

Il cerchio espositivo si chiude e si riapre con opere-specchio, dove è possibile “riflettere” sulla condizione esistenziale, per poi abbandonarsi ai piaceri visivi. DIGITAL FLOWS gioca quindi sulla fascinazione visiva, sulla sospensione dell’incredulità e la rielaborazione del dato reale in chiave digitale, aprendo molteplici livelli di lettura sia sull’uso della tecnologia e il nostro rapporto con essa, che sul potere evocativo e illusorio.

Alessandra Arnò, 2015 […]

Mario Casanova, 2016

MACT/CACT
Arte Contemporanea Ticino

Direttore Mario Casanova
Coordinatore Pier Giorgio De Pinto

via Tamaro 3
CH – 6500 Bellinzona
Switzerland

Cinema

53. Vienna International Film Festival Viennale 2015

Episodio III: Il Battito Animale del Cinema

di Filippo Zoratti

In quanti modi è possibile declinare una rassegna cinematografica? Per definizione, dicesi retrospettiva un ciclo di proiezioni che illustra l’evoluzione di un artista, di un movimento “culturale”. Ed è, in effetti, ciò a cui siamo abituati: nei festival vengono prese in considerazione le carriere di registi e talvolta di attori, oppure di generi e sottogeneri seminali. A volte ci si può imbattere in una serie di restauri importanti per il curatore della sezione, come accade ad esempio con i Venezia Classici della Biennale. La proposta della Viennale – di cui vale la pena parlare anche a festival finito, perché si svolge autonomamente dal 16 ottobre al 30 novembre – allarga a dismisura il ventaglio, abbracciando in pratica tutta la storia del Cinema fin dai suoi albori: “Animals” si impone come una “piccola zoologia delle immagini in movimento”, un dialogo fra natura e tecnologia interpretabile nei modi più disparati. Nelle parole del selezionatore Akira Lippit, la mostra “non accampa alcuna pretesa di completezza, ma è utile per comprendere come il mezzo cinematografico fin dalla sua preistoria abbia preservato la vita animale”. Fra i 47 lungometraggi (più un numero imprecisato di corti) spicca “Gli uccelli” di Hitchcock, punta di diamante anche in virtù della presenza viennese della protagonista Tippi Hedren e titolo spartiacque: i volatili di sir Alfred sono un elemento subordinato che diviene protagonista, un comprimario trascurabile che si tramuta in minaccia e nemico da debellare. Le opere di più facile richiamo sottolineano come la visione ferina si sia trasformata nel corso dei decenni: nel dittico formato da “Tarzan l’uomo scimmia” (1932) e da “King Kong” (1933) l’animale “è” l’uomo, perché contribuisce alla crescita di un essere “selvaggio” abbandonato a sé e crea un’immedesimazione tale da veicolare una riflessione sulla bestialità di cui siamo capaci; ma basta spostarsi qualche anno più là per incrociare lo straziante “Bambi” (1942) e “Torna a casa, Lassie!” (1943) e assistere ad un nuovo punto di vista che fa coincidere un cerbiatto e un esemplare di collie con l’ingenuità (vagamente ricattatoria) e la totale fedeltà verso l’uomo. Probabilmente l’espressione più stimolante e degna di menzione della dicotomia umano-disumano viene dalle metaforizzazioni, ancora visibili nonostante la non stringente attualità: è impossibile non leggere nella devastazione del primo eccezionale “Godzilla” (1954) uno spauracchio della Guerra Mondiale da poco conclusasi, così come – sorpassando di slancio il nostalgico comparto degli effetti speciali – pare evidente la critica alla presunzione e all’onnipotenza umana nell’originale “Il pianeta delle scimmie” (1968). Fra irresisitbili animali antropomorfi e parlanti (“Babe va in città”, “Fantastic Mr. Fox”), cani e corvi neorealisti (“Umberto D.”, “Uccellacci e uccellini”) e bizzarre mutazioni da incubo (“La mosca”), sono tuttavia come sempre i documentari a lasciare il segno, a dare senso ad una retrospettiva che raccoglie più animali di quanti la nostra memoria e la nostra comprensione possano accogliere. “Koko, il gorilla che parla” (a metà fra doc e finzione), “Animal Love” di Seidl, “Grizzly Man” di Herzog e “Cane Toads” di Mark Lewis parlano di noi, di un battito animale che è il nostro e di cui – cinematograficamente ed esistenzialmente – non possiamo fare a meno. Il cinema e l’uomo non sono nulla senza gli animali… compresi i meme di Facebook e i filmati sui gattini di Youtube.

Filippo Zoratti

 

Cinema

53. Vienna International Film Festival Viennale 2015

Episodio II: La nuova bizzarra Onda greca

di Filippo Zoratti

Finalmente ha un nome: New Weird Wave. Quella proveniente dalla Grecia non è solo e semplicemente una “nuova onda”, ma assume inevitabilmente i contorni della bizzarria e della sorpresa. Lo spettro della cinematografia ellenica si aggira nei festival internazionali da una decina d’anni, con la sua messinscena respingente e l’incapacità da parte della critica e degli addetti ai lavori di stabilirne in modo univoco i connotati. Non si tratta ovviamente del cinema greco “classico”: Theo Angelopoulos e Costa-Gavras nulla hanno a che fare con la nuova generazione di cineasti che filma per spiazzare, per ferire lo sguardo di chi osserva e per metaforizzare spesso in modo inquietante la quotidianità di un popolo annichilito dalla crisi. Il focus “Griechenland” propone all’interno del fitto programma della 53a Viennale un mosaico di titoli – non onnicomprensivo, ma a suo modo seminale – che hanno fatto e stanno facendo la storia moderna della Grecia. Una storia iniziata nel 2005 con “Kinetta”, e successivamente passata all’attenzione mondiale con lo sbalorditivo “Kynodontas” (conosciuto anche come “Dogtooth”, e passato in qualche rassegna italiana come “Canino”), vincitore della sezione Un Certain Regard a Cannes 2009. Entrambi i titoli – non è di certo un caso – appartengono a Yorgos Lanthimos, giovane autore che per primo ha messo su pellicola la deriva socio-culturale di una nazione ossessionata da se stessa. “Kynodontas” è un manifesto di intenti, senza se e senza ma: la vicenda paradossale e disturbante di una famiglia isolata dal mondo per volere di un padre-padrone che vieta ai suoi congiunti ogni forma di comunicazione esterna contiene tutte le ragioni di una poetica votata alla denuncia della perdita di identità, dello smarrimento del proprio ruolo nella società. I personaggi di Lanthimos e dei suoi epigoni Athina Rachel Tsangari, Alexandras Avranas e Michalis Konstantatos sono esseri straniti e stranianti che stabiliscono per loro stessi e per i propri vicini nuove assurde regole da seguire, come fossero unanimemente condivise. È ciò che succede ad esempio nel film che apre idealmente la rassegna viennese, “The Lobster”, in cui gli esseri umani da troppo tempo single vengono tramutati in animali. Distopia? Mondi futuribili? Non esattamente: tutto avviene in microcosmi simili se non uguali alla nostra realtà, in cui nessuno capisce più chi vuole o deve essere. Le opere scelte per “Griechenland” sono tutte riconducibili a queste caratteristiche, ad una urgenza narrativa che non può più essere rimandata: fra i 10 lungometraggi proposti spiccano “Bathers” di Eva Stefani, “A Woman’s Way” di Panis H. Koutras, “Boy Eating the Bird’s Food” di Ektoras Lygizos e l’etnografico “To the Wolf” di Christina Koutsospyrou. La stramba Nouvelle Vague ellenica – che più che ad una primavera fa pensare ad un’istantanea disperata – procede compatta e silenziosa, incappando certamente anche in risultati meno convincenti dettati dalle richieste di mercato. Ma è chiaro per tutti: siamo di fronte al più interessante e stimolante prodotto cinematografico europeo degli ultimi lustri, quello che ha fatto della propria stringente necessità una raffinata virtù. Da questo punto di vista il lavoro svolto dal Vienna International Film Festival, primo a tirare coraggiosamente le somme di una tendenza sotto gli occhi di tutti ma mai limpidamente messa a fuoco, non può che definirsi pionieristico.

Filippo Zoratti

Cinema

53. Vienna International Film Festival Viennale 2015

Episodio I: Ai confini dell’impero

di Filippo Zoratti
 

Oltre la Berlinale e la Biennale, c’è la Viennale, un “nuovo mondo” lontano dai riflettori e dall’hype internazionale, ma fortemente radicato sul territorio e con alle spalle una storia lunga quasi 60 anni. Il fondamento principale su cui si basa il Vienna International Film Festival, fin dalla sua prima edizione datata 1960, è proprio quello di una giocosa ma aperta contrapposizione con il blasone e l’istituzionalità dei cugini tedeschi: la Viennale è un festival non competitivo, privo di tappeti rossi e premi. Cui prodest? Agli amanti del cinema, anzitutto: perché con le sue oltre 300 proiezioni annuali la kermesse austriaca si propone per prima cosa come “upload”, aggiornamento indirizzato proprio a chi non ha la possibilità di frequentare i migliori eventi mondiali. A Vienna, sul finire di ottobre, è possibile passeggiare per le vie del centro e fermarsi a guardare i vincitori di Venezia, Berlino, Cannes, Locarno, Toronto, San Sebastian… Una scelta controcorrente, trattandosi di una manifestazione che si svolge in una capitale europea, ma che non possiamo che definire vincente: Vienna si svincola dalle costrizioni di facciata, insegue percorsi personali che mescolano alto e basso, e soprattutto restituisce allo spettatore l’opera d’Arte filmica, nella sua unicità. Nel corso della sua 53a edizione, che si svolge dal 22 ottobre al 5 novembre, questa insolita festa della Settima Arte proporrà ben 12 sezioni, articolate in un fitto programma che copre 5 sale sparse per la città. Vale la pena nominarle (quasi) tutte, a costo di scadere nella mera elencazione. Anzitutto, lo “Spielfilme”, sorta di selezione ufficiale che annovera i film di più facile richiamo: dalle anteprime dell’ultimo Todd Haynes (“Carol”) e dell’ultimo Woody Allen (“Irrational Man”) ai vincitori di Locarno (“Right Now, Wrong Then” di Hong Sang-soo) e di Cannes (“Dheepan – Una nuova vita” di Jacques Audiard), dai nuovi imprescindibili autori (J.C. Chandor, Yorgos Lanthimos, Sean Baker) alla presenza dei registi italiani amati e riconosciuti all’estero (Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Pietro Marcello). Parallelamente, si sviluppa un corposo focus sui documentari, che da solo meriterebbe una visione complessiva: “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer, “Behemoth” di Zhao Liang, “The Wolpack” di Crystal Moselle, “Dreamcatcher” di Kim Longinotto, per un totale di 70 titoli. E ancora: i tributi a Tippi Hedren, a Manoel de Oliveira e al cinema pulp austriaco (avete letto bene), fino all’omaggio al cineasta sperimentale argentino Raul Perrone (di cui saranno visibili anche gli ultimi due lavori, “P3ND3JOS” e “Favula”). Ma i veri pezzi pregiati, per il sottoscritto, saranno altri: il programma speciale “Griechenland”, incentrato sulla New Weird Wave greca – ovvero sulle rappresentazioni filmiche della crisi economica ellenica, dentro e fuor di metafora – e l’eccezionale retrospettiva “Animals”, dedicata a cinema & animali (ancora una volta, tra alto e basso, si passerà da “Godzilla” a “Babe”, da “White Dog” di Fuller a “Torna a casa Lassie”). Ai confini dell’impero cinematografico che “conta” (fra mille virgolette) c’è la Viennale, che da decenni – per usare un eufemismo – se ne frega, e propone una festa generosissima e onnicomprensiva a perfetta misura di cinefilo. Come per il Neo di “Matrix” non c’è che una soluzione: sedersi comodamente, connettersi al buio della sala (ma senza prese usb piantate nella testa) e abbandonarsi al flusso delle immagini in movimento.

Trailer della Viennale 2015

Filippo Zoratti

Pubblicato su www.beniculturali.info

 

Cinema

72a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2015

Terza Puntata: Anatomia di un Palmarès

di Filippo Zoratti

Mettiamola così: solo il tempo – forse – saprà dirci se il trionfo dell’America Latina alla 72a Mostra del Cinema di Venezia sia stata una scelta lungimirante o scandalosa. Solo il tempo, e una riflessione a mente fredda, potrà dare senso ad un colpo di teatro che di primo acchito è parso a tutti straordinariamente folle e fuori misura. Il direttore Barbera, ad inizio festival, lo aveva anche annunciato: le vere sorprese della selezione sarebbero state le opere provenienti dal Sudamerica, in quanto artefici del cinema più interessante in circolazione. È vero, ma mai avremmo neanche lontanamente sospettato che un presidente di giuria messicano (l’Alfonso Cuarón di “Gravity”) potesse piazzare ai posti più alti del podio una pellicola venezuelana e una argentina. Due lavori – “Desde allá” di Lorenzo Vigas e “El Clan” di Pablo Trapero – che al momento è davvero difficile giudicare per il loro reale valore, estrapolandoli cioè dal contesto in cui sono emersi.

 

Il pubblico festivaliero (giornalisti, addetti ai lavori, studenti di cinema e appassionati) che ha gridato al golpe ha però la memoria breve, perché la storia della Mostra è costellata di campanilismi: senza allontanarci troppo basti pensare a Zhang Yimou che nel 2007 premia “Lussuria – Seduzione e tradimento” di Ang Lee, a Quentin Tarantino che nel 2009 impone “Somewhere” della sua ex compagna Sofia Coppola e a Bernardo Bertolucci che nel 2013 incensa il documentario “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi. Tutti i pronostici dovrebbero tenere conto che a sentenziare sui film in gara non è un gruppo di esseri umani angelicamente super partes (che non esiste), ma un manipolo di professionisti emotivamente o amichevolmente coinvolti. Il mosaico del palmarès veneziano sembra oltretutto composto da altri passaggi obbligati, che a volte muta nel corso degli anni – l’era Müller con il suo codazzo di Leoni asiatici – e altre volte permane granitico con lo scorrere dei lustri: se la selezione dei film italiani ad esempio è di bassa o controversa qualità, inevitabilmente una gratifica arriverà da un premio collaterale (in particolar modo dalle Coppe Volpi, fermo restando che il riconoscimento di quest’anno a Valeria Golino per “Per amor vostro” è inattaccabile); se in concorso ci sono grandi cineasti ancora orfani di Orsi, Palme o felinidi nelle loro bacheche, è altamente probabile che prima o poi verranno giustamente o meno risarciti. In questo caso vige quasi una logica di “prelazione”: il festival che per primo consacra il wannabe Maestro della Settima Arte sa che poi quell’autore sarà portato ad avere un occhio di riguardo verso la kermesse che lo ha imposto all’attenzione mondiale. A Venezia, nelle ultime edizioni, è successo così per Sokurov con “Faust”, per Kim Ki-duk con “Pietà”, per Roy Andersson con il suo “Piccione seduto su un ramo”. E abbiamo logicamente pensato che potesse accadere lo stesso anche stavolta, consci della qualità di opere quali “Rabin, the Last Day” di Amos Gitai e “11 Minutes” di Jerzy Skolimovski. Ci siamo totalmente sbagliati o, meglio, la giuria ha stupito tutti, incoronando una insospettabile opera prima e un solido thriller tratto da una storia vera. Non è dato sapere – come dicevamo prima – se si tratti di colpo di genio o di vergognoso tonfo, ma per ora ci si potrebbe accontentare di una vaga speranza: a dispetto della regola che vuole i premiati della Mostra putualmente ignorati dal pubblico in sala, il trio “Desde allá” – “El Clan” – “Anomalisa” (Gran Premio della Giuria) potrebbe segnare una clamorosa inversione di tendenza. Offrendo nuovo credito ad una delle classifiche più odiate degli ultimi anni.

Filippo Zoratti

 

I PREMI UFFICIALI DI VENEZIA 72

Leone d’Oro per il miglior film a “Desde allá” di Lorenzo Vigas

Leone d’Argento per la migliore regia a “El Clan” di Pablo Trapero

Gran Premio della Giuria a “Anomalisa” di Charlie Kaufman e Duke Johnson

Premio Speciale della Giuria a “Abluka (Frenzy)” di Emin Alper

Coppa Volpi femminile a Valeria Golino per “Per amor vostro”

Coppa Volpi maschile a Fabrice Luchini per “L’hermine”

Premio Marcello Mastroianni (attore emergente) a Abraham Attah per “Beasts of No Nation”

Premio per la migliore sceneggiatura a “L’hermine” di Christian Vincent

Leone del Futuro – Premio Opera Prima a “The Childhood of a Leader” di Brady Corbet

Leone d’Oro alla carriera a Bertrand Tavernier

Premio Orizzonti per il miglior film a “Free in Deed” di Jake Mahaffy

Premio Settimana della Critica a “Tanna” di Martin Butler e Bentley Dean

Premio Giornate degli Autori a “Early Winter” di Michael Rowe

Cinema

72a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2015

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Leone d’Oro al venezuelano “Desde allà”

Alla 72a Mostra del Cinema di Venezia   vince il Leone d’Oro il film venezuelano  Desde allà – Da lontano,  diretto da Lorenzo Vigas. Questo film racconta la storia di un  tormentato rapporto omosessuale tra un uomo di mezza età (Alfredo Castro) e un giovane teppista (Luis Silva) di Caracas. il film è stato preferito dalla giuria ai concorrenti dati per favoriti come Gitai e Sokurov. Il regista Lorenzo  Vigas ringrazia e lascia il palco gridando “Viva Venezuela”.

 

Cinema

72a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2015

Seconda Puntata: Gli Orizzonti della Mostra

 di Filippo Zoratti

Come era facilmente intuibile, il tridente formato da Sokurov (“Francofonia”), Gitai (“Rabin, the Last Day”) e Skolimovski (“11 Minutes”) ha risollevato quasi in toto le sorti del Concorso. Ci si rifà insomma ai grandi veterani, con la netta sensazione che sia arrivato il turno di Gitai per quanto concerne il Leone d’Oro: il suo “Rabin”, racconto di uno degli episodi più drammatici della storia israeliana, tocca tutte le corde necessarie per mettere a tacere le polemiche. Chi si ricorda il trionfatore dell’anno scorso – il bistrattato “Piccione seduto su un ramo” di Roy Andersson – sa che si tratta quasi di un percorso obbligato, nel momento in cui un grande autore decide di essere presente al Lido invece che a Berlino o Cannes, o magari Toronto. Un algoritmo che tutti conoscono ma di cui non si può parlare, che prevede anche lo step di un premio ad un film italiano e almeno un riconoscimento ad un’opera asiatica. Sul primo punto, solleviamo grosse perplessità: nessuno dei quattro italiani pretendenti sembra assolutamente potersi meritare un leoncino, un Gran Premio o una Coppa Volpi; mentre per quanto riguarda l’Oriente le speranze sono tutte riposte sul doc cinese “Behemoth”, poema civile allegorico che pure sembra essere tra gli outsider più quotati. La riabilitazione del documentario è stato uno degli scatti più significativi della gestione Barbera, come dimostrano i successi di “Sacro GRA” due anni fa e di “The Look of Silence” nel 2014. Indipendentemente dal futuro del medesimo Barbera (che con questa edizione chiude il suo quadriennio) non si possono non tenere in considerazione i cambiamenti apportati dal suo “basso profilo”: bando alla sovraesposizione panasiatica, occhi più aperti al mainstream e presa di coscienza dell’importanza dei nuovi media. Se quest’anno Venezia ha mancato l’appuntamento con le mini-serie, è altresì vero che in gara la presenza di “Beasts of No Nation” ha segnato un nuovo passaggio: oltre alla direzione di Cary Joji Fukunaga (quello di “True Detective”), la pellicola si segnala per la produzione e la distribuzione on line da parte di Netflix. Al di là del valore intrinseco del film in questione, l’accettazione di un prodotto del genere scuote dalla polvere che quasi per definizione ammanta l’idea stessa di kermesse festivaliera. Come già scritto nei giorni scorsi però, quello di Barbera non è di certo stato un percorso netto, ed è proprio in questa 72a annata che un nodo è venuto al pettine: lo scollamento fra le varie sezioni, totalmente prive di omogeneità. Tralasciando le “autonome” Giornate degli Autori e Settimana della Critica, il dramma si è consumato nella abnorme differenza di qualità proposta dal concorso e dai benemeriti Orizzonti. La scelta delle opere in gara sembra ormai aver ceduto alla mera funzione di vetrina, di facciata luccicante di cui parlare sulle prime pagine dei giornali e di cui poi dimenticarsi. Il Concorso 2015, purtroppo, non lascerà traccia di sé, semplicemente perché non ha assurto al suo ruolo di “termometro” dello stato del Cinema. Una caratteristica che si riscontra invece pienamente nei collaterali Orizzonti, mai come quest’anno degni di menzione: al posto dei bolsi “Equals” e “The Danish Girl” (buoni per un Fuori Concorso) ci sarebbero potuti tranquillamente stare l’iraniano “Wednesday, May 9”, l’israeliano “Mountain” e il danese “A War”. Sarebbe auspicabile trovare una maggiore coesione fra la prevedibilità dell’uno e l’innovazione dell’altro, un equilibrio “identitario” di comprensibile e ardua realizzazione ma di cui qua e là si intuiscono solide tracce. Il sottoscritto punta fortissimamente sui più che marginali “Heart of a Dog” di Laurie Anderson e “Desde Allà” dell’esordiente Lorenzo Vigas: perché più dei maestri sopraccitati darebbero senso alla poliedricità – tentata e non riuscita, ma necessaria – di Venezia 72.
Filippo Zoratti

Cinema

72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2015

Prima Puntata: Scalando l’Everest (delle critiche)

di Filippo Zoratti
 

Dovessimo seguire i “suggerimenti” di Alberto Barbera, con la 72. Mostra del Cinema di Venezia saremmo di fronte ad una selezione destinata ad accontentare tutti, dal pubblico festivaliero tout court ai fruitori occasionali o più amanti del mainstream. Questa affermazione – desunta da un’intervista rilasciata nei giorni precedenti all’avvio – contiene un fondamento di verità: questo è l’anno del rilancio glam, della riaffermazione di una caratteristica spesso scippata al Lido da altre kermesse maggiormente “di tendenza”. Lo si capisce dal numero fittissimo di star da red carpet, di nomi di richiamo soprattutto per i giovani fan desiderosi di attendere giornate intere pur di avere l’autografo o il selfie con il proprio beniamino. Se è vero che – come diceva Walt Whitman – l’essere umano e le opere del suo ingegno sono per forza di cose destinate a contenere moltitudini, mai come in questa edizione numero 72 si avverte la sensazione di una selezione divisa a compartimenti stagni fra le sue sezioni, a tratti persino schizofrenica. Il tiro al bersaglio nei confronti della Mostra è da sempre uno degli sport preferiti degli addetti ai lavori presenti alla manifestazione, ma chi si è fin da subito scagliato contro la mediocrità del film di apertura “Everest” (mediocrità relativa, si tratta pur sempre di un blockbuster a cui ben poco si può chiedere dal punto di vista qualitativo) si è giocato il jolly della stroncatura troppo presto, forse ingannato dalla nobile scelta di mettere in pre-apertura i restauri di Orson Welles. Per il Concorso e il Fuori Concorso, almeno a giudicare da questi primi cinque giorni, sembra non esserci ormai più speranza: sono territori destinati alla facciata, al richiamo dei lanci ansa e degli strilli di copertina. Emblematico il caso di “Equals”, bigino fantascientifico impresentabile utile solo per la presenza appunto di superficiale interesse dei piccoli divi Kristen Stewart e Nicholas Hoult. Film privo di qualunque innovazione, votato al target degli adolescenti da multisala del sabato sera: eppure film regolarmente in gara per il Leone d’Oro, così come lo è “The Danish Girl” di Tom “discorso del re” Hooper, probabilmente votato al saccheggio dei prossimi Oscar in virtù della presenza del lanciatissimo Eddie Redmayne e di una tematica socio-culturale inattaccabile (la storia vera della prima persona transessuale a cambiare chirurgicamente sesso, nel 1930). Fossero eventi collaterali o extra non faremmo una piega, e infatti non la facciamo dinnanzi al convenzionale Black Mass di Johnny Depp. Ma così l’attenzione mediatica passa tutta attraverso operazioni commerciali trascurabili, mentre (non siamo i primi a dirlo) altrove ci sarebbero cinematografie tutte da scoprire: come già accaduto in passato, la sezione Orizzonti sembra il nuovo e “reale” concorso, quella che segnala – nel bene e nel male – le tendenze del cinema presente e futuro. La scarsa considerazione che hanno ricevuto l’israeliano “Mountain”, il danese “A War” e l’iraniano “Wednesday, May 9” dovrebbe far riflettere, mentre si comprende perfettamente che la presenza nella selezione ufficiale di alcuni grandi maestri come Sokurov, Gitai e Skolimowski è quasi un tributo necessario per ridare spessore e per ristabilire i toni “qualitativi” dell’evento, che paradossalmente stona con l’andazzo generale: la “Francofonia” del sopraccitato Sokurov ad esempio risulta quasi un oggetto alieno indefinibile, come fosse lui fuori contesto invece di tutto il resto. Impossibile fino a questo momento non definire il percorso di Venezia 72 che in un modo: accidentato, dissociato. Ovvero il rovescio della medaglia luccicante mostrata in tempi non sospetti dalla Biennale, quando si parlava di una Mostra imprevedibile ed eccentrica. Per il momento della totalità di sguardo auspicata allora non c’è traccia, ma vale la pena concedere il beneficio del dubbio: c’è ancora molto da dire e molto da vedere.

Filippo Zoratti

Cinema

Far East Film Festival 2015

FEFF 17, Udine
And the Winner is…
“Ode to My Father”

[Corea del Sud 2015, di Youn Je-kyoon, con Hwang Jung-min e Kim Yun-jin]

di Filippo Zoratti

Vince la 17a edizione del Far East Film Festival… la Corea del Sud. Non un singolo film, ma proprio una nazione intera: ad occupare i primi tre posti del podio 2015 tre opere provenienti dalla repubblica semi-presidenziale orientale. Un trionfo non annunciato, in parte controbilanciato dal Black Dragon Award finito nelle mani della cambogiana Sotho Kulikar per il suo “The Last Reel”. Forse per “il più grande festival del cinema popolare asiatico” è giunto il momento di sfatare un mito. Non è quella giapponese la cinematografia più vicina ai gusti occidentali. Il palmares della kermesse friulana parla chiaro: in 17 anni per ben 8 volte è stata la South Korea a sbancare, a fronte di sole quattro vittorie nipponiche. A fare breccia nei cuori dei fareasters è stato quest’anno il fil rouge della memoria, nelle sue varie declinazioni. Da un lato “The Royal Tailor” (2° posto), dramma in costume ambientato all’epoca della dinastia Joseon e dall’altro “My Brilliant Life” (3° posto), toccante inno alla vita incentrato su un 17enne affetto da progeria. Nel mezzo spicca “Ode to My Father”, sorta di incrocio fra il “Forrest Gump” di Zemeckis e l’“Always” di Takashi Yamazaki. Ovvero: una carrellata dei principali eventi storici che hanno caratterizzato la Corea negli ultimi sessant’anni, visti con gli occhi di un cittadino qualunque.

Tra le maglie di una narrazione più articolata di quanto possa sembrare, il regista Youn Je-kyoon pone l’accento sì sugli immensi sacrifici del protagonista Deok-soo (interpretato da Hwang Jung-min), ma più di ogni altra cosa insinua la mancata riconoscenza da parte della sua famiglia nei suoi confronti: figli e nipoti non gli sono affezionati, perché probabilmente non sono “onniscienti” come viene concesso di essere a noi spettatori privilegiati. La vicenda di Deok-soo inizia da bambino, durante la tragica emigrazione da Hungnam, e procede attraverso le tappe del lavoro in miniera nella Germania degli anni ’60 e della guerra del Vietnam. Tutti i gesti di Deok-soo – prima ragazzo, poi uomo, ora anziano – sono compiuti col desiderio di proteggere i propri cari, nella speranza di ricongiungersi un giorno con il padre perduto nel 1951. Pur non essendo apertamente tratto da una storia vera, “Ode to My Father” ci parla di un’intera generazione, puntando al contempo il dito verso chi non avendo vissuto periodi storici difficili si adagia sulle agevolazioni del proprio presente come un atto dovuto. Una scommessa vinta in patria (“Ode” è il secondo miglior incasso coreano di sempre, dopo “Roaring Currents” e prima dell’americano “Avatar”), nonostante le aspre critiche ricevute. Perché il pubblico – anche quello del Far East – ha capito che l’opera di Youn non è una patinata fiction conservatrice, ma un sentito e genuino tributo alla Storia di un Paese che ha sofferto per la propria emancipazione.

Filippo Zoratti

 

video della canzone “Ode to My Father” di Kwak Jineon e  Kim Feel

Cinema

Far East Film Festival 2015

FEFF 17, Udine
Ode to the Emotional Chain Reaction

di Filippo Zoratti

Giunto alle soglie della maggiore età, il Far East Film Festival di Udine non accenna neanche lontanamente ad una diminuzione del proprio consenso popolare, costruito e consolidato anno dopo anno nell’unità di spazio del Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Anzi, chi all’epoca della 10a edizione – vista, chissà perché, come momento di bilancio generale e in cui “voltare pagina” – caldeggiava un trasferimento dalla piccola cittadina del nord-est alla più “blasonata” (?) Roma, evidentemente non aveva considerato che alla decade il FEFF non c’era arrivata col fiato corto. Tutt’altro: sebbene il festival fosse nato quasi per caso nel 1999 come focus sulla sola cinematografia hongkongese, è apparso chiaro fin da subito che una proposta del genere, nonostante alcune fisiologiche flessioni, non sarebbe stata una fiammata di breve durata. Dunque su cosa si fonda il successo del Far East, qual è il suo segreto? Probabilmente, oltre al fatto di essere stato il primo ad avventarsi sul made in Asia, il segreto sta proprio nel fatto… che non esistono segreti. Al contrario, nel tempo è aumentata la piacevole sensazione di una ricerca continua di supporto col proprio pubblico di riferimento, del tutto priva di approcci snobistici. È su questo punto che la manifestazione gioca la propria annuale partita, non di certo sulla singola qualità dei film.

Così, mentre tutto attorno le kermesse che hanno tentato di emulare il sogno friulano chiudono o registrano costanti e cocenti emorragie di pubblico, a Udine si verifica immutabile il “miracolo”: per nove giorni l’orologio si ferma, si entra in una bolla di sapone e non si fa che parlare e discutere di cinema asiatico. Mescolando alto e basso, fermandosi magari un paio d’ore per non andare in overdose ed essenzialmente grati per un’atmosfera inedita, esclusiva e sorprendentemente genuina. Indipendentemente, lo ripetiamo, dal valore oggettivo delle pellicole proposte, frutto della buona o cattiva annata delle singole nazioni. Perché il Far East Film Festival è un “movimento”, una “emotional chain reaction” come sottolinea l’indovinatissimo trailer della 17a edizione. Sul fatto che sia stata l’emotività a trionfare del resto non avevamo dubbi, osservando il palmares finale: vince “Ode to My Father”, commovente epopea di un “Forrest Gump” coreano che attraversa cinquant’anni di Storia, dalla Guerra di Corea al Vietnam ai giorni nostri.

Un podio tutto coreano – a proposito di bilanci: su 17 edizioni per ben 8 volte la Corea del Sud si è meritata l’Audience Award – il cui fil rouge sembra essere il concetto di memoria, nelle sue varie declinazioni: dalla sopraccitata “Ode” a “The Royal Tailor” (2° posto), dramma in costume ambientato all’epoca della dinastia Joseon, fino alla memoria “mancante” raccontata in “My Brilliant Life” (3° posto), toccante inno alla vita incentrato su un 17enne affetto da progeria. Allarghiamo lo sguardo: il Far East Film Festival sta – e siamo solo all’inizio – costruendo una memoria collettiva che non c’era, definendo le coordinate di una cinematografia lontana che così lontana non lo è più. Sta, in ultima ed estrema sintesi, riunendo sotto un’unica dicitura una famiglia trasversale di appassionati e giornalisti, curiosi e addetti ai lavori, studenti e docenti. Li chiamano “fareasters”: un popolo agguerrito disposto a tutto pur di difendere la creatura che ha visto crescere nel corso di 17 lunghissimi – e brevissimi! – anni. Considerando i continui tagli alla cultura, le conseguenze della crisi da cui tutt’ora siamo sommersi e la ormai immediata reperibilità – legale o meno – dei prodotti audiovisivi, questo risultato non può che essere eccezionale.
Filippo Zoratti

Cinema

71a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Venezia 2014

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Terza (e ultima) puntata:
Riflettendo sull’esistenza (dei festival)

di Filippo Zoratti
 

Le vittorie del filippino “From what is Before” a Locarno e di “A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence” alla 71a Mostra del Cinema di Venezia riaprono di gran carriera la questione ciclica dell’utilità dei festival d’Arte. Se per inquadrare il film di Lav Diaz basterebbe osservarne la durata – poco meno di sei ore, in cui si racconta il dramma di una comunità di contadini sconvolta dalla nascente dittatura di Marcos – per comprenderne lo scarso appeal verso le grandi platee, l’opera grottesca dello svedese Roy Andersson sembra sulla carta scendere più pacificamente a patti con una fruizione più “classica” se non addirittura comica e quindi, sempre in teoria, vicina ai gusti del pubblico. In realtà il lunare Leone d’Oro richiede una straordinaria complicità in chi guarda: occorre, per divertirsi, stare al gioco e accettare anche che il cineasta ci prenda un po’ in giro, in quanto parte integrante di quell’umanità derisa lungo tutta la serie di sketch che compongono la pellicola. Per chi – come il sottoscritto – ha assistito alla proiezione post-premiazione (dedicata al 90% allo spettatore occasionale, ovvero a chi vede un solo film all’anno della Mostra e desidera assistere al presunto “migliore” della selezione) lo shock è stato notevole: fischi assordanti, mutismo totale anche durante le sequenze (Lotte la zoppa!) già di culto fra i frequentatori della Mostra, croniche emorragie di gruppi di persone che dopo una trentina di minuti hanno cominciato ad uscire indignati dalla sala. Ora, lungi da noi decidere a tavolino cosa sia buon cinema e cosa no, restano sul piatto alcune questioni fondamentali: il divario – macché divario, abisso – fra “addetti ai lavori” (critici, cinefili festivalieri, maestranze varie) e “pubblico”, anzitutto, seguito a ruota da una sorta di “analfabetismo filmico” dell’utente che non comprendendo il medium che ha di fronte non ragiona ma si limita superficialmente a disprezzare e rigettare. Qual è il compito di una giuria, dunque? Decidere in autonomia il prodotto più meritevole e magari concedergli la visibilità che altrove non avrebbe o (quasi) al contrario scegliere anche tenendo conto della spendibilità dell’Opera d’Arte, in modo da “accontentare” anche chi, economicamente parlando, tiene in vita il sistema cinema? Seguendo quest’ultima via, il vincitore perfetto sarebbe stato il russo “The Postman’s White Nights”, cui invece è andato il Leone d’Argento, con la sua storia sufficientemente lineare tale da dare la sensazione allo spettatore di imparare qualcosa senza eccessivo sforzo. Invece Alexandre Desplat & Co. – non potendo assegnare il riconoscimento più alto a “The Look of Silence”, giacché si sarebbe trattato del secondo felino d’oro ad un documentario in due anni – hanno scelto “A Pigeon”, e si è scatenata la tempesta. Purtroppo di Andersson così come di Lav Diaz sentiremo ben poco parlare, a meno di miracoli, e di certo non per la scarsa qualità delle rispettive pellicole. La totale mancanza di familiarità con testi eterogenei e articolati del pubblico “medio” affosserà le due opere, magari a favore dell’ennesima commedia posticcia alla Brizzi che seda dolcemente e lascia tranquille le sinapsi a riposare per un paio d’ore (spot compresi). Problemi minori, si dirà, ma è nell’impoverimento culturale che si rispecchia lo stato di salute di una nazione. E allora, come afferma Roy Menarini, “bisogna al più presto introdurre Media Literacy nelle scuole, altrimenti rimarremo l’Italia che vediamo in “Belluscone”.”

Filippo Zoratti

 

Cinema

71° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Venezia 2014

Seconda puntata:
Cosa sa il cinema che noi non sappiamo?

di Filippo Zoratti

Nel corso del denso documentario “From Caligari to Hitler”, presentato nella sezione “Venezia Classici” nei primi giorni di questa 71a Mostra, la domanda ricorre almeno in tre occasioni. Mentre scorrono immagini che mettono in relazione l’espressionismo tedesco di Lang, Murnau e Wiene con l’ascesa del Nazismo, la voce off si e ci chiede: cosa sa il cinema che noi non sappiamo? Durante i Festival, luoghi deputati più al marketing e al glamour che alle “tangibili” scoperte della Settima Arte, il pubblico (di qualunque tipo esso sia) dovrebbe muoversi con in testa solo questo obiettivo. Se la direzione artistica di Alberto Barbera ha un merito, in fondo è proprio quello di aver sostituito all’occhio passionale e cinefilo di Muller (pur encomiabile) una visione maggiormente “critica” ed esplorativa del cinema. Barbera farebbe a meno del Concorso, lo abolirebbe. Una dichiarazione (meglio, una provocazione) che viene però in un’annata della Mostra in cui per ora (a quattro giorni dalla chiusura) le vere scoperte si contano sulle dita di una mano. Nei primi giorni ci siamo fatti ingannare dall’apertura di “Birdman” e dal successivo “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer. Due lavori che rispondono alla domanda iniziale, due film che mostrano qualcosa che non ci aspettavamo né conoscevamo: la sfrontata creatività di un inedito Inarritu da una parte – caleidoscopio di follie attoriali, teatrali e umane – e il secondo capitolo di un dramma civile che già avevamo imparato a conoscere e amare grazie a “The Act of Killing”. Il cinema sa quindi ancora stupirci e saziarci, rapirci e farci dimenticare tutto il resto; sa, in una parola, insegnarci. Un exploit purtroppo mai più ripetuto, se non proprio in quei “Classici” che semplicemente avevamo dimenticato: da “Todo Modo” all’esplosione ultra-oltre-mega onirica di “The Tales of Hoffmann”, fino al ritorno ai potenti e attualissimi Kieslowski (“Senza fine”) e Mankiewicz (“Bulli e pupe”). Tutt’intorno però abbiamo via via visto cadere uno dopo l’altro i film più attesi: “One on One” di Kim Ki-duk, che ripete se stesso all’infinito; “The Humbling” e “Manglehorn”, one man show di Al Pacino che travolgono tutte ciò che incontrano sulla propria strada; “La rançon de la gloire” e “3 Coeurs”, stanche ripetizioni degli stilemi della commedia e del dramma francese che ormai mandiamo a memoria; “Tales” e “Loin des hommes”, di autori sconosciuti dai quali sarebbe stato lecito attendersi qualcosa in più del compito ben svolto, data la loro presenza nel Concorso. Una selezione media e talvolta mediocre, che ci ha fatto saltare di gioia quand’anche di poco si è alzata l’asticella della qualità. Si è gridato al capolavoro per “Il giovane favoloso” di Martone e per il grottesco e lunare “A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence” di Roy Andersson, ma sorge spontaneo il dubbio che non siano le nostre aspettative ora ad essersi abbassate. Visto così, pare che il cinema di sicuro una cosa la sappia, e cerchi di nascondercela: la propria crisi di forme e contenuti. Ma siamo pronti ad essere smentiti. Siamo pronti, ancora una volta, ad entrare in sala e scordarci di noi stessi, per imparare ciò che ancora non sappiamo.

                                                                                                                                                                              Filippo Zoratti

Cinema

71° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Venezia 2014

Prima puntata: A caccia della Mostra

di Filippo Zoratti

Uno dei passatempi preferiti dei cacciatori di frodo festivalieri – critici, pubblico, addetti ai lavori e maestranze varie – è il temibile tiro alla Mostra. Una pratica sanguinaria che si svolge sul finire dell’estate, e che sostanzialmente ogni anno si svolge nella medesima bieca successione di eventi: dopo un periodo di relativa quiete di quasi un anno, l’ignara vittima – che per comodità chiameremo “Direttore Artistico” – esce allo scoperto e inizia la propria inesorabile migrazione verso il Lido di Venezia, luogo deputato di una brevissima stagione degli amori della durata di 12 giorni. Lo stoico esemplare di Direttore riuscirà a portare a compimento la propria missione, ma non prima di essere stato debitamente scannato e spolpato vivo dai sopraccitati predatori, a suon di accuse e giudizi sommari, di feroci reprimende e spericolate dichiarazioni di fallimento “a scatola chiusa”. Il poco amante della polemica Alberto Barbera il gioco lo conosce ormai da tre anni, ma continua a non farsene una ragione. La sua più grande colpa è quella di amare la politica del basso profilo, che lo rende invisibile e “umano” (leggi: poco carismatico, per i detrattori), strenuo difensore della semplificazione di forme e contenuti e ben consapevole che il cinema è anzitutto ricerca e analisi artistica. Salutato dai più come un traghettatore, un riempitivo necessario fra il fu Marco Muller (ora al discutibile e confuso Festival Internazionale del Film di Roma) e chissà chi, Barbera ha moderatamente iniziato a cambiare i connotati della Mostra di Venezia, rendendola sempre meno passerella e sempre più luogo di novità e “reali”, tangibili aggiornamenti della Settima Arte. Un merito che corrisponde in verità ad una ovvia presa di coscienza, un coerente adattamento alla situazione che le kermesse internazionali tutte stanno vivendo. Data per appurata la polemica di default, Barbera se n’è giustamente fregato, dapprima scegliendo come Presidente di giuria il compositore Alexandre Desplat al posto di un cineasta tout court (sacrilegio!) e poi aprendo le porte ad un programma sghembo e di difficile interpretazione. Il Concorso ad esempio conta addirittura quattro opere francesi (“La rançon de la gloire”, “Le dernier coup de marteau”, “3 coeurs”, “Loin des hommes”), altrettanti film americani (“Manglehorn”, “Good Kill”, “99 Homes”, “Birdman”), tre italiani d’autore (“Hungry Hearts”, “Il giovane favoloso” e “Anime nere”) e un bel po’ di emeriti sconosciuti; riapre al documentario (“The Look of Silence”, ideale seguito o quasi di “The Act of Killing”), lancia la bomba a mano Pasolini e grida al miracolo con il turco “Sivas” dell’esordiente Mujdeci. Paccottiglia o selezione di alto livello? Barbera la conosce la risposta: “il concorso è inevitabile, ma accessorio. Fosse possibile bisognerebbe abolirlo” (anatema!). Anche perché così facendo si perde di vista tutto il resto della proposta, dai Fuori Concorso agli Orizzonti, dalla sperimentazione della Biennale College ai Classici restaurati. Occorre dare alla Mostra la possibilità di “mostrarsi”, di farsi capire. Basterebbe solo non impallinarla alla prima occasione, per appenderla come un ennesimo trofeo di caccia.

Filippo Zoratti

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Il dentista le origini – diretto da Souleymane Kane e scritto da Davide Borgobello

Il dentista le origini

Prequel de “Il dentista” . Torna Umberto Minichini .

Il dentista 2 – le origini è un prequel/ sequel de “Il dentista”, sempre diretto da Souleymane Kane  con protagonista Umberto Minichini nel ruolo del dentista “Il Dottor Guidi”.  In questo episodio il regista Souleymane Kane ci porta alle origini del male, quando una scelta era ancora possibile e ci porta ad un finale grandioso, lasciandoci col fiato sospeso in attesa del capitolo conclusivo. Anche stavolta la sceneggiatura è scritta da Davide Borgobello.

Una produzione SJK Productions
Un film di Souleymane Kane
Sceneggiatura di Davide Borgobello
Soggetto di Souleymane Kane
Con Umberto Minichini, Barbara Dall’Armi, Rita Esposito, Claudia Russo e Cinzia Visentini, Alessandra Mauro, Daniel Sferragatta.
Musiche di Kevin MacLeod e Marco Tonutto
Casting di Claudia Russo
Fotografia e Montaggio di Souleymane Kane
Color correction di Marco Tonutto
Prodotto da Souleymane Kane, Umberto Minichini e Melissa Alcantara
Regia di Souleymane Kane

fonte: http://www.youtube.com/user/SJKProduction

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OBSOLESCENZA PROGRAMMATA

OBSOLESCENZA PROGRAMMATA – Il motore segreto della nostra società di consumo

Francesco Bevilacqua nell’articolo ” Consumi. Come difendersi dall’obsolescenza programmata” apparso il 14 agosto 2013  su “Il Cambiamento” definisce così l’obsolescena programmata: “Sono diversi i fattori che rendono obsoleto un bene e molti di essi possono essere pilotati, cioè prestabiliti da qualcuno che ha interesse a determinare con buona precisione la durata della vita di un bene. Eccoci così giunti al concetto chiave, che può essere riassunto in due semplici parole: obsolescenza programmata, anche se oggi designer, progettisti e pubblicitari preferiscono usare il più elegante ‘ciclo di vita del prodotto’”.

Nel bellissimo documentario di Cosima Dannoritzer intitolato Comprar, tirar, comprar – La historia segreta de la obsolescencia programada, una produzione Article Z (Francia Media) e  3.14  (Barcelona) per le televisioni  Arte (Francia), TVE e Televisió de Catalunya , viene spiegato come la nostra società si basa sul fatto che tutti i prodotti devono avere una vita limitata: lampadine, calze di nylon, stampanti per computer, telefonini, Ipod. Le società produttrici chiedono ai loro ingegneri di prevedere in anticipo quanto tempo resisteranno gli articoli prima di rompersi e tutto il sistema incoraggia i consumatori a acquistarne dei nuovi.

 

Link e fonti: http://la2.rsi.ch/home/networks/la2/cultura/La2Doc/2013/05/14/la2doc-20-mag.html
Daniele Pernigotti: La stampa “Una società dei consumi a obsolascenza programmata
Francesco Bevilacqua: Il Cambiamento “Consumi. Come difendersi dall’obsolescenza programmata

Cinema

Torino Film Festival 31^ edizione

TFF 2013  Terza (e ultima) Puntata: il trionfo della (meglio) gioventù

di Filippo Zoratti
 

Il palmares finale della 31a edizione del Torino Film Festival parla chiaro: a trionfare sono stati i film legati alla fanciullezza, filtrati attraverso punti di vista legati eppure differenti fra loro. Il vincitore secondo la giuria guidata da Guillermo Arriaga è “Club Sandwich” del messicano Fernando Eimbcke. Un esito forse inatteso, anche se il regista è un aficionado del festival, avendo già presentato all’ombra della Mole nel 2008 il suo primo lungometraggio “Lake Tahoe”. Anche per questo probabilmente la sua opera è da subito rientrata fra le papabili per la vittoria: o quest’anno o mai più, dato che il ferreo regolamento non permette di accedere alla competizione a lavori successivi al secondo. E’ stato facile innamorarsi di “Club Sandwich”, e provare tenerezza per le sue sghembe dinamiche: la storia ci parla di Hector e Paloma, ragazzino 15enne l’uno e mamma single al seguito l’altra, che passano le vacanze in un albergo vicino al mare. Concentrati in un’ora e venti ci sono i giochi, gli scherzi, la complicità e poi d’improvviso la frattura, nel momento dell’incontro con la giovane Jazmin. Tra Jazmin ed Hector scatta l’attrazione, mentre la madre storce il naso e si intromette fra i loro primi maldestri tentativi sentimentali. Mamma Paloma scopre sconvolta che il proprio figlio può provare desiderio sessuale e si mette da parte, soffrendo per il necessario distacco “ombelicale”. Ed è curioso notare come nell’altro grande vincitore di questa annata, il venezuelano “Pelo Malo” accada in un certo qual modo il contrario. La pellicola – che porta a casa due premi, miglior attrice a Samantha Castillo e miglior sceneggiatura – è un desolato dramma sociale ed esistenziale che ribalta un punto di vista consolidato ponendo al centro una vicenda di maternità negata. La giovane madre Marta, vedova e disoccupata, odia suo figlio Junior. Punto. Lo odia perché siamo nella periferia scalcinata di Caracas, terra di isolamento e intolleranza, e la piccola passione del bambino può essere fraintesa: Junior infatti vuole potersi stirare gli scarmigliati capelli e assumere le sembianze di un cantante alla moda, per fare bella figura nella foto di classe. L’amore materno, questione istintuale nel film di Eimbcke, in “Pelo Malo” si fa dovere privo di emozione, che si riflette nel disagio di un’intera nazione terrorizzata, fotografata nel momento dell’ultimo ricovero del leader Hugo Chavez. Anche il premio del pubblico “La mafia uccide solo d’estate” di Pif parte da un contesto personale (la vita del piccolo Arturo) per affrontare una storia “nazionale”, quella della mafia italiana dall’elezione a sindaco di Palermo di Vito Ciancimino in poi. Così, mentre il ragazzo cresce con due ossessioni – l’amore per Flora e l’ammirazione per Giulio Andreotti – il neo regista mescola lo stile di (auto)analisi civile di “Il testimone” con la voglia di scoperchiare con sarcasmo e inedita tenerezza gli scheletri nell’armadio italici. Chi è rimasto fuori? Per chi scrive il francese “La battaglia di Solferino” (nella top ten 2013 dei Cahiers du Cinema), il doc italiano “ Il treno va a Mosca” del duo Ferrone-Manzolini e lo spagnolo “La Plaga”. E un po’ fuori dai giochi è rimasto anche il neo-responsabile Paolo Virzì. A posteriori la sua guida è stata più che in sordina, ben attenta a non inficiare gli equilibri preesistenti. Al di là della ventata di brio portata dall’autore toscano, il TFF è una macchina talmente ben oliata da andare avanti di anno in anno quasi in automatico (merito di Emanuela Martini e dei suoi fidi collaboratori). A chi dirige restano un po’ le briciole, e la forte sensazione è che questa di Virzì sia stata un’annata di passaggio, per traghettarci da Gianni Amelio a… ? Il toto-direttore per la 32a edizione è aperto.

Filippo Zoratti

 
 
 
 

Cinema

Torino Film Festival 31^ edizione

TFF 2013 Seconda Puntata: alla ricerca dell’autorialità (perduta?)

di Filippo Zoratti

Com’era facilmente intuibile, l’attenzione del popolo cinefilo presente al TFF è stata quasi del tutto assorbita dalla sezione “New Hollywood”. La retrospettiva, fortemente voluta dal neo-direttore Paolo Virzì, non ha solo ripercorso tappe fondamentali della cinematografia americana già conosciute, ma si è soprattutto concentrata su opere ormai introvabili, ripescando autorialità colpevolmente dimenticate: “Un uomo a nudo” di Frank Perry, “Bob & Carol & Ted & Alice” di Paul Mazursky, “Medium Cool” di Haskell Wexler, “Electra Glide in Blue” di William Guercio… Ci sarebbe voluto un festival a parte, anche perché spesso nell’inevitabile gioco ad esclusione la preferenza rivolta alle prime visioni non è stata premiata. Deludono cocentemente “C.O.G.” (oltretutto in concorso), il canadese “Blood Pressure”, la commedia rosa “Enough Said – Non dico altro”, ultimo lavoro di James Gandolfini, “Luton”, ennesimo capitolo del Rinascimento artistico greco.

La lista è più lunga, ma forse vale la pena sottolineare ciò che di questa 31a edizione sarà bene ricordare. In cima alla lista i pesi massimi, ovvero gli autori già conosciuti ai quali rivolgersi a colpo sicuro. Spulciando il programma non ci siamo lasciati perdere Noah Baumbach (“Frances Ha”); “Inside Llewyn Davis” dei fratelli Coen, film denso di malinconia e umorismo; l’atteso “Only Lovers Left Alive”, anomalo vampire movie diretto da Jim Jarmusch, “La danza de la Realidad” del redivivo Jodorowsky, che torna alla regia dopo ben 23 anni. In poche parole: che si guardi al passato o al presente della cinematografia mondiale è cosa buona e giusta

La Plaga

rivolgersi ai grandi autori. E in fondo è proprio questo uno dei rischi maggiori di un festival che si propone come oasi per i nuovi registi, considerato il fortissimo interesse per le opere prime e seconde (che per regolamento sono le uniche a poter rientrare nella gara ufficiale): quello di creare una insanabile cesura fra novità e recuperi. Nel corso di un’intervista rilasciata qualche mese fa, il direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera, sosteneva che non sono i film a scegliere i festival, ma che sia solo una questione di tempistiche. Se la pellicola è conclusa a febbraio andrà a Berlino, se lo è a maggio passerà a Cannes, se lo è a settembre andrà a Venezia, e così via. Un ragionamento che riaccende l’aperto scontro fra Torino e Roma.

La battaglia di Solferino

L’ingombrante evento capitolino si colloca pochissime settimane prima del Torino Film Festival e mai come quest’anno la sensazione è che il nuovo taglio “istituzionale” voluto da Muller abbia sottratto linfa vitale alla kermesse sabauda. Film quali “Her”, “Dallas Buyers Club”, “Tir” di Fasulo (vincitore del Marc’Aurelio d’Oro) sarebbero di sicuro passati a Torino, se solo Roma avesse deciso di collocarsi in un altro più consono momento dell’anno. Tralasciando i discorsi sulle differenze di budget (8 milioni per Roma, 2 e mezzo per Torino), la scorrettezza di fondo appare lampante. Battendosi per confermare il proprio posto alsole nel panorama saturo dei festival nazionali, Torino ha fatto dinecessità virtù. E anche se il compito è di anno in anno più arduo, i risultati del titanico sforzo si vedono. Meritano di essere almeno menzionati il già pluripremiato “Pelo Malo”, il quotatissimo “La battaglia di Solferino”, lo spagnolo “La Plaga”, l’italiano “Il treno va a Mosca” e il revenge movie “Blue Ruin”. Si può parlare di passato (le retrospettive) e presente (gli omaggi ai grandi contemporanei), ma Torino nella sua continua attività di ricerca fa qualcosa di più: osserva il futuro del cinema.

Filippo Zoratti

Cinema

Torino Film Festival 31^ edizione

 TFF 2013 Prima Puntata: Virzì, atto primo

 di Filippo Zoratti

Come sarà il Torino Film Festival del neo-direttore artistico Paolo Virzì? Sarà tradizionalista o più apertamente pop? Ricalcherà il segno lasciato dai predecessori Nanni Moretti e Gianni Amelio o sterzerà verso una visione dell’industria Cinema più simile alla cultura e allo stile del regista livornese? Chi, nei giorni precedenti all’inizio della kermesse, ha cercato di “leggere” il ricchissimo programma interpretandone i segni, s’è trovato davanti una quantità – e qualità – di sollecitazioni di non immediata e univoca comprensione. Lui, il cineasta divenuto a sorpresa responsabile artistico, sembra mettere subito le mani avanti: “Voglio capire come andrà questa edizione, e poi decidere se continuare o meno. Dopotutto, fare il direttore non è il mio mestiere”. Del resto, smuovere la fortissima e consolidata identità di un evento come quello torinese (che per regolamento accetta in gara solo opere prime e seconde) non è impegno da poco. E non è da poco neanche mettere a frutto i “soli” due milioni e 400 mila euro di budget. Il primo colpo d’occhio è tutto per la titanica retrospettiva sulla New Hollywood, talmente articolata da durare due edizioni: da “Gangster Story” a “L’ultimo spettacolo”, da “Easy Rider” ad “Un uomo da marciapiede”, fino a “Woodstock” e “Pat Garrett e Billy the Kid”. Il piatto è ricchissimo (36 titoli) e Virzì non nasconde la sua emozione nel poter presentare sotto la sua egida le opere che hanno segnato la propria generazione. Torino conservatrice quindi? Mica tanto, dato che dall’altra parte della barricata spunta la nuova sezione “Big Bang Tv”, dedicata alla davvero non più trascurabile serialità televisiva. Dopo Venezia, Cannes e Sundance, anche il TFF si apre a miniserie e pilot d’autore: “House of Cards”, prodotta da David Fincher e interpretata da un luciferino Kevin Spacey; “Top of the Lake”, scritta da Jane Campion; “Southcliffe”, lavoro britannico già passato a Toronto. L’idea di fondo è quella di mantenere viva l’anima più cinefila insita nel dna della manifestazione, aprendo però all’innovazione tecnologica e all’entertainment vivace, come dimostra anche la scelta del film di apertura, ricaduta sul goliardico “Last Vegas”. La trentunesima edizione (ancora nelle parole del direttore) sulla carta si propone come un unico grande film fatto di voci diverse. Tantissime voci – pure troppe? – considerando l’importanza delle sezioni “Festa Mobile”, che per qualcuno è il vero concorso, e “Onde”, che ospiterà fra gli altri il vincitore del Festival di Locarno “Storia della mia morte” di Albert Serra, “Hotel del l’Univers” di Tonino De Bernardi e l’ormai imprescindibile cinematografia greca, con “Luton” e “To the Wolf”. E la gara ufficiale? C’è, ma come ogni anno corre forse il rischio di restare schiacciata dal resto delle proposte. L’attesa più significativa è per l’esordio alla regia di Pif, “La mafia uccide solo d’estate”, ma gli sguardi sono anche puntati sul già favorito “La battaglia di Solferino”, sullo spagnolo “L’infestazione – The Plague” e su “Pelo Malo”, vincitore dell’ultimo Festival di San Sebastian. A riunire tradizione e innovazione dunque c’è uno spirito vivace e aperto alle contaminazioni, che addirittura comprenderà spettacoli di strada e concerti, con la BandaKadabra che suonerà per la città. Torino sembra muoversi all’opposto dell’acerrima nemica Roma, che con Marco Muller pare aver intrapreso un nuovo percorso più “serio” e compito. Virzì porta al Torino Film Festival una ventata di leggerezza (che non significa superficialità) e vitalità. Un ottimo proposito, che tuttavia non deve assolutamente mettere in secondo piano il cuore pulsante dell’evento: i film.

Filippo Zoratti

Cinema

70a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2013

Quarta (e ultima) Puntata: and the winners are…

di Filippo Zoratti
 

                    LEONE D’ORO: Sacro GRA di Gianfranco Rosi (Italia 2013)

Scandalo al Festival di Venezia: vince un documentario. Nessuno – ma proprio nessuno – avrebbe puntato un centesimo sulla vittoria finale di “Sacro GRA”. Ma non perché l’opera di Rosi non sia degna di attenzione, anzi; il problema di fondo è il pregiudizio globale da sempre vivo nei confronti dei lavori non strettamente narrativi. Va bene, abbiamo pensato, in concorso ci sono due doc (oltre a Rosi, “The Unknown Known” di Morris su Rumsfeld), ma più di così non potranno ottenere. E invece, con un colpo di coda da rivoluzionario consumato, Bernardo Bertolucci premia le cronache dal Grande Raccordo Anulare romano, che intersecano sette micro-vicende riprese dal regista per ben due anni (più otto mesi di montaggio). Pare che il mosaico tragicomico che prende forma e contenuto davanti ai nostri occhi si ispiri al romanzo di Calvino “Le città invisibili”, e difatti l’umanità filmata è inattesa e nascosta: dal palmologo che dedica tutta la sua vita alle piante al nobile piemontese decaduto che vive in un monolocale, fino alla prostituta non più giovanissima che canticchia Gianna Nannini e all’infermiere che lavora in ambulanza e assiste la madre anziana. La periferia capitolina si fa sineddoche del mondo, e con straordinario tocco poetico e gusto agrodolce il regista ci concede il lusso del distacco: non inquina le prove, non ammorba lo spettatore con inutili e dannose voci off. Bertolucci e la giuria veneziana – pur se non all’unanimità – hanno lanciato un sasso, ora speriamo che tutti gli altri non ritirino la mano.

                    LEONE D’ARGENTO: Miss Violence di Alexander Avranas (Grecia 2013)

C’è chi lo chiama Rinascimento, chi Nouvelle Vague e chi ancora Rivoluzione. Una cosa è certa: il nuovo cinema greco è uno dei più densi, metaforici e “artistici” dell’ultimo decennio. Lo avevamo già compreso grazie a “Dogtooth”, “Attenberg” ed “Alpis”: il centro dell’attenzione è la perdita di identità dell’individuo, schiacciato e castrato dalla crisi e dal crollo delle istituzioni. Il sipario di “Miss Violence” si apre su un interno familiare felice, perché si festeggia il compleanno dell’undicenne Aggeliki. Poi il disastro: Aggeliki esce dal salotto, si sporge dal terrazzo e si butta nel vuoto. Spiega il regista: “Vivendo in una società in cui non si vuole guardare oltre le apparenze, saremo sempre oppressi, non ci sarà mai nessuno che vuole fare la rivoluzione”. Infatti nessuno avrà il coraggio di opporsi alla tirannia del capofamiglia, uomo dall’aspetto mite che sottomette moglie, figlia 30enne e nipoti al suo terrificante schema gerarchico. La violenza fisica e psicologica si insinuerà lenta ed inesorabile, attraverso inquadrature fisse e una cura chirurgica del “non visto”. Segue dibattito: quanto è pornografica la visione di “Miss Violence”? Quanto emula il raggelato cinismo di Michael Haneke? Noi ci fermiamo prima, osservando due opposti modi di utilizzare il mezzo cinematografico per affrontare la crisi in atto: in Grecia ci sbattono la faccia contro; in Italia si aggira l’ostacolo, sfornando commedie per “distrarre” il pubblico. “Questa è l’Italia del futuro, un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte” diceva la serie tv “Boris”. Ed è questo che ci deve davvero spaventare.

                    GRAN PREMIO DELLA GIURIA: Stray Dogs di Tsai Ming-liang (Cina/Francia 2013)

A Venezia c’è sempre spazio per il cinema asiatico, e questo è un bene. Di più: a Venezia c’è sempre spazio almeno per un premio ad un film proveniente dall’Oriente, e questo non è detto che sia in assoluto ogni anno un bene. Su “Stray Dogs” ci si potrebbe dilungare per ore, perché qualità e difetti coincidono, chi lo ama lo fa per gli stessi motivi per cui altri lo detestano. Tsai non ci aiuta, ma è tutto voluto: a Taipei un disperato nucleo familiare vagabonda per la città. Il padre lavora come “reggicartello”, schiaffeggiato dal vento, dalla pioggia e dalla solitudine; i due figli vagano senza una meta lavandosi nei bagni pubblici; la donna (che non è la madre) lavora in un supermercato, e si unisce al gruppo forse non animata dalle migliori intenzioni. Intriso di tristezza e depressione, “Stray Dogs” procede per “quadri umani” di estenuante lirismo e lentezza. Siamo ben disposti ad accogliere i tempi lunghi, i primi piani fissi di venti minuti, la pressoché mancanza di dialogo… ma devono avere sempre un significato, il gioco cioè deve – dovrebbe – valere sempre la candela. Al di là della scarsa originalità della storia, la sensazione è che la regia sia più di maniera di quanto vorrebbe apparire, coperta e salvata da un uso magistrale della fotografia e indubbiamente illuminata da alcune sequenze potentissime (la scena del cavolo, l’ultimo quarto d’ora inchiodato nella ripresa dei due adulti che fissano un dipinto su un muro). Ma siamo sul crinale di un’operazione ingiudicabile e intollerabile, e sorge il dubbio che il premio sia più dedicato alla carriera dell’autore (che ha dichiarato che non girerà più) che alla qualità dell’opera in sé.

Filippo Zoratti

Cinema

70a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2013

Terza Puntata: Venezia anno zero (?)

di Filippo Zoratti

Il Leone d’Oro consegnato da Bernardo Bertolucci al documentario italiano “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi non è solo un gesto provocatorio e coraggioso, ma possiede persino un’aura rivoluzionaria ed eversiva. L’espressione compiaciuta del maestro parmense subito dopo la proclamazione dice tutto: ad inizio festival era a caccia di sorprese, e ha finito col sorprenderci tutti. Nel toto-Leone dei giorni precedenti avevamo considerato mille opzioni possibili, dal trionfo del cinema greco giunto finalmente al pieno sviluppo narrativo al premio “obbligato” per un Miyazaki che dichiara il proprio ritiro, passando attraverso la definitiva consacrazione del 24enne franco/canadese Xavier Dolan e la perfezione stilistico-formale della “Philomena” di Frears. Mai avremmo intuito che il riconoscimento più importante andasse ad un’opera non di finzione, e men che meno che tra i due documentari in gara potesse spuntarla quello sul grande raccordo anulare invece di quello sul diplomatico statunitense Donald Rumsfeld (“The Unknown Known”). Dicevamo, trattasi di decisione potente e ribelle. Ribelle anzitutto proprio nei confronti della “medietà” straordinariamente rappresentata dal sopraccitato “Philomena”, film perfetto e inattaccabile, né eccelso né criticabile, macchina da guerra atta ad accontentare pubblico e addetti ai lavori in egual misura. Ma provocazione fa rima anche con rinnovamento, e da questo punto di vista Bertolucci e la giuria – formata fra gli altri da Andrea Arnold, Martina Gedeck, Pablo Larrain, Carrie Fisher e Ryuichi Sakamoto – hanno capito tutto. Nell’anno del definitivo e tangibile superamento da parte del Toronto Film Festival (che ha più denaro, più visibilità, più blasone) la scossa era necessaria come l’ossigeno, per sancire lo stato di salute di un evento imprescindibile ma in palese difficoltà. Venezia ha scelto la propria via, e a ben guardare ogni premio assume i connotati di una precisa dichiarazione di intenti fatta a muso duro nei confronti dei detrattori e dei malpensanti. Vince l’Italia perché i prodotti italiani sanno e possono essere ancora competitivi, e sono in grado di intraprendere nuove e diverse vie creative lontane dall’anestesia totale delle commedie buoniste; ma Venezia sa riconoscere anche il respiro e l’urgenza della cinematografia greca, esplosa quest’anno con la potenza disperata e iperrealista di “Miss Violence”. La Mostra si fa madrina dei vari Lanthimos, Tsangari, Avranas, così come da decenni è roccaforte delle produzioni asiatiche di Ang Lee, Jia Zangke, Brillante Mendoza. Merito di quest’ultima caratteristica va di sicuro al predecessore Marco Muller, ma Barbera e il suo staff hanno saputo raccogliere il testimone pur ridimensionandone l’eccessiva esposizione. Quest’anno è stata la volta di Tsai Ming-liang col discusso – e discutibile, a modesto parere di chi scrive – “Stray Dogs”, Gran Premio della Giuria d’autore che riaccende una mai sopita polemica: a cosa servono i festival di cinema? Sebbene questa 70a edizione porti “in nuce” i tratti di un nuovo inizio più consapevole e maturo non si può negare che il palmares ci spinga all’ennesima riflessione su di un’apertura al pubblico che spesso manca. E’ una classifica finale “museale”, scrive Paolo Mereghetti dalle pagine del Corriere della Sera, che ci porta al vicolo cieco della chiusura nei confronti di chi i film li vuole fruire nelle sale. Ma siamo proprio sicuri che a decidere l’affluenza degli spettatori al cinema sia il podio di un festival e non piuttosto un mercato drogato, vecchio e instabile che non riesce a stare al passo coi tempi della digitalizzazione, del download e dello streaming?

Filippo Zoratti

Cinema

70a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2013

Seconda Puntata: il documentario ci salverà

di Filippo Zoratti

Abbiamo dato retta a Barbera, che ad inizio festival auspicava per tutti un percorso a zig zag, che attraversasse in diagonale tutte le direzioni. Così, dopo l’apertura “gravitazionale” di Alfonso Cuaron, ci siamo poco o nulla preoccupati del nome e della (presunta) importanza delle sezioni, perdendoci tra gli Orizzonti, le Giornate degli Autori e la Settimana della Critica. In verità, qualche scelta s’è rivelata forzata: è solo perdendo “Night Moves” che abbiamo scoperto, ad esempio, la scanzonata leggerezza dello svedese “We Are the Best”, incentrato su un gruppo di adolescenti innamorate del punk e disposte a tutto pur di poter continuare a cullare, dolcemente, il proprio sogno. E’ interessante notare come questa, assieme al folle giapponese “Why Don’t You Play in Hell” dell’altrettanto folle Sono Sion, sia una delle pochissime concessioni di genere comico in un festival che – almeno fino a questo momento – ha intrapreso la via del thriller psicologico con risvolti violenti, sia fisici che psicologici. E’ di nuovo rivolgendoci al Concorso che ci siamo imbattuti in “The Police Officer’s Wife”, del tedesco Philip Groning: tre ore tese e claustrofobiche, uno sfibrante massacro familiare incentrato sugli abusi perpetrati da un giovane padre di famiglia nei confronti della moglie impotente decisa a resistere per il bene della figlioletta. L’abuso è anche uno dei temi portanti dell’americanissimo “Joe”, che trascinandoci nella periferia yankee più cupa inquadra la lotta del ruvido ma dal cuore tenero Nicholas Cage con un padre/padrone che maltratta il proprio primogenito. Un percorso che sembra creato ad hoc, giacché anche in “Miss Violence” (al momento personale Leone d’Oro di chi scrive) a fare da cornice ad una agghiacciante vicenda familiare che sfocia persino nell’incesto c’è la Grecia contemporanea della crisi economica, livida e senza speranza. Per regalarci una boccata di ossigeno ci siamo allora concessi l’omaggio dedicato a William Friedkin per il suo Leone d’Oro alla Carriera, subito dopo la visione del capolavoro “Il salario della paura”. E ci siamo addirittura lanciati in sala per lo splatter “Wolf Creek 2”, acuto divertissement d’autore in salsa australiana. Il percorso però è stato anche accidentato: meglio stendere un velo pietoso ad esempio su “Kill your Darlings” con l’ex maghetto Daniel Radcliffe nei panni di Allen Ginsberg e su “Palo Alto”, esordio alla regia di Gia Coppola (nipote di) e opera confusa priva di spessore ma con molte velleità d’autore. Pur tuttavia continueremo a seguire le evoluzioni artistiche di James Franco, presente quest’anno come attore, come soggettista/sceneggiatore (“Palo Alto” è tratto da un suo libro di racconti) e come regista di “Child of God”. Una pellicola che se non altro resterà alla memoria per l’interpretazione “mimetica” dell’attore protagonista, il carneade Scott Haze. Ma, diciamocelo, ci stiamo nascondendo dietro ad un dito. Ad innalzare il livello qualitativo dell’intera manifestazione in verità quest’anno sono i documentari, presenti in modo trasversale in quasi tutte le sezioni. C’è l’imbarazzo della scelta, tra “The Armstrong Lie”, sull’affaire ciclistico dell’anno, “At Berkeley” del maestro Wiseman e i due carichi pesanti in Concorso, “The Unknown Known” di Morris e “Sacro GRA” di Rosi. Tralasciando gli omaggi a Tinto Brass, Bertolucci, Bergman, Lino Micciché… Detto fra le righe: la sensazione è che saranno proprio i prodotti non finzionali a rendere memorabile questa 70a edizione della Mostra. Un segnale tutt’altro che trascurabile, a poco più di 100 anni dalla nascita del Cinema.

Filippo Zoratti

Cinema

70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2013


Prima Puntata: il Festival ai tempi della crisi

di Filippo Zoratti

Chissà dove ci vuole portare Alberto Barbera. Quella che l’anno scorso era parsa ai più come una scelta “attendista” e di passaggio per il dopo Muller, ha assunto via via dei contorni più definiti e marcati. L’identità e l’impronta del nuovo Direttore ci sono, iniziano a farsi sentire forti e chiare. Barbera non è una sprovveduta vittima sacrificale finita centrifugata nella crisi economica e culturale degli anni Duemila; Barbera la cavalca con disinvoltura, la crisi. Lo si capisce – prima ancora che dalle sue interviste e dagli interventi fatti in queste settimane – dall’impianto deciso per il “suo” festival: meno film in rassegna anzitutto, una scelta ampiamente controcorrente rispetto alla bulimia della gestione precedente; una conseguente maggiore attenzione ai percorsi autoriali, ai recuperi (quella sezione Venezia Classici che da ultimo ripiego spesso diventa rifugio e riscoperta per i cinefili presenti al Lido); l’imposizione – qualcuno dirà “forzata” – di un basso profilo persino nelle strutture e nelle architetture, con accessi meno restrittivi ed elitari. Si potrebbe anche far finta di niente, per carità; ma sarebbe persino ottuso non accorgersi che oggi a dominare lo scenario internazionale sono Cannes e Toronto. Questo non significa che agli altri vadano gli scarti, anzi: agli altri va la ricerca di nuovi stimoli, di una qualità che spesso “dovrebbe” essere insita nel dna delle kermesse festivaliere ma di cui spesso non v’è traccia. Insomma, in poche parole ci vogliono coraggio e lungimiranza per stare a galla, per gettare il cuore oltre l’ostacolo. Decidere che il film di apertura possa essere Gravity, ad esempio, è un clamoroso gesto di coraggio. Il nuovo film di Alfonso Cuaròn con protagonisti George Clooney ma soprattutto Sandra Bullock è un nuovo punto di approdo e (ri)partenza per la fantascienza, un prototipo cui in futuro si dovrà fare riferimento per il genere. Gravity è “sense of wonder”, spettacolo mozzafiato ed esistenziale con un uso della stereoscopia mai visto prima. Iniziare con un prodotto di questo tipo – che pur gioca amabilmente con il mainstream senza esserne vittima – significa aver capito “dove tira il vento”, cosa è e cosa in pochissimi anni sarà il cinema dopo il Big Bang digitale. Il futuro è oltre la sala, e Barbera scoperchia il vaso di Pandora per mostrarci le sue nuove e straordinarie potenzialità. Ma il futuro porta anche al documentario, spesso associato – chissà perché – ad un’idea polverosa ed antica di fruizione cinematografica. A memoria non si ricorda un’edizione così piena di opere non di finzione, su tutti i lavori in Concorso di Morris e Rosi (rispettivamente The Unknown Known e Sacro GRA). Basta davvero capire che siamo in un’epoca confusa, ma che questo non significa che il bicchiere debba necessariamente essere mezzo vuoto. E’ così che, nell’eterna diatriba sul senso dei festival, le rassegne smettono di essere vetrine promozionali e si trasformano in campo d’esplorazione. E’ lo stesso Barbera ad affermarlo con decisione, consigliando durante la Mostra “un percorso a zig zag, che attraversi in diagonale tutte le direzioni”. Perdendo qualcosa per strada, potremmo stupirci di nuovi percorsi. Questa è la gestione Barbera, questo il suo modo di intendere i Festival al tempo della crisi. Nell’attesa di capire se Venezia tornerà ad incidere come un tempo sull’industria cinematografica (ovvero ad avere un peso sugli incassi prossimi venturi, come puntualmente sottolinea Roy Menarini in un suo articolo per la rivista on line Mediacritica) tutto questo ci sembra un ottimo inizio. La difesa è – e sempre sarà – l’attacco. E noi tifiamo apertamente per il Direttore Barbera.

Filippo Zoratti

Cinema videomaker

Souleymane Kane – Il dentista

 

Il dentista

Ospitiamo l’ultimo corto del filmmaker Souleymane Kane intitolato Il dentista.

Un dentista fa dei lavori ad un prezzo molto conveniente, ma ben presto i suoi clienti scopriranno il caro prezzo della convenienza….

Souleymane Kane nasce a Brazzaville nel 1988. Vive e lavora a Udine.

Cinema

69a MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA – VENEZIA 2012 Venezia 69, Episodio III: il ritorno del poeta Kim

47973-1Per una volta, i rumors si sono rivelati esatti. Fin dalla sua prima proiezione, Pietà di Kim Ki-duk era divenuto il peso massimo su cui puntare per il Leone d’Oro. Tutti d’accordo quindi? Mica tanto. Anzitutto, per l’innegabile prevedibilità del verdetto. Perché la parabola del regista eremita, ex operaio di Seul che conquista i favori dei festival con una manciata di opere dense di lirismo (L’isola, 2000; Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, 2003; Ferro 3, 2004; L’arco, 2005; Soffio, 2007), per poi entrare in crisi esistenziale riemergendone dopo quattro anni di silenzio, era l’unica “favola bella” già scritta e preconfezionata della Mostra. Talmente tanto che, nonostante la critica internazionale avesse ampiamente deciso che i film migliori della kermesse fossero Après Mai di Assayas e The Master di Paul Thomas Anderson, veniva dato comunque per vittorioso il lungometraggio coreano. Sia chiaro, Pietà non è assolutamente un lavoro inutile o inferiore rispetto alla – notevole – media vista al Lido quest’anno. Solo che, come ha avuto modo di sottolineare Paolo Mereghetti sulle pagine dello Spettacolo del Corriere della Sera, di fronte all’operato di Kim si ha sempre la sensazione di assistere a qualcosa di “più furbo che bello”. Nello specifico, Pietà ci presenta il carattere dei personaggi nelle prime scene per colpire basso chi guarda: la violenza dell’esattore protagonista è feroce e smodata, così come la sottomissione della madre supera ampiamente la soglia del masochismo. Nemmeno la giuria capitanata da Michael Mann ha saputo allontanarsi dalle previsioni, palesando nella serata di chiusura una evidente confusione e impreparazione: dopo aver dichiarato che avrebbe attribuito un solo premio ad opera ne dà due a The Master, oltretutto confondendo il Leone d’Argento del film di Anderson con il Premio Speciale della Giuria dell’austriaco Paradies: Glaube (e se non ci fosse stata Laetitia Casta a ristabilire l’ordine? Saremmo qui a parlare di un altro palmares?). Un disastro, che forse negli anni passerà in secondo piano solo grazie alla presenza “post atomica” di Kim Ki-duk, che dopo essere salito sul palco in pantofole, braghe di tela e giacca contadina con bottoni d’osso, come ringraziamento ha intonato “Arirang”, vero inno nazionale alternativo di Corea. Per quanto si sia parlato di una giuria che molto ha discusso, valutando le opere in gara secondo precisi criteri di merito, capacità di evocare emozioni, ambizione e valore estetico, non si può certo dire che il termine più calzante per definire la commissione sia stato “coraggio”. L’Italia doveva vincere qualcosa, e così è stato, con i contentini a casaccio dati a E’ stato il figlio (Premio per il miglior contributo tecnico, forse l’elemento di meno spicco nel lavoro di Ciprì) e a Bella addormentata (Premio Mastroianni all’emergente Fabrizio Falco). E per l’inevitabile politically correct è arrivata anche la Coppa Volpi a Hadas Yaron, protagonista dell’israeliano Fill the Void. Bocciati senza appello i film di rottura La cinquième saison e Spring Breakers (potenziale jolly per tutte, ma proprio tutte, le categorie), così come è rimasto inopinatamente a secco il traumatizzante Thy Womb di Brillante Mendoza. Ma del resto, fin dalle intenzioni il nuovo corso di Alberto Barbera nasceva sotto il segno dell’austerità e del basso profilo. E niente meglio di un’opera come Pietà, che invita “a resistere alla crudeltà del capitalismo che uccide gli esseri umani” (Kim Ki-duk dixit), avrebbe potuto ribadire il concetto.

Filippo Zoratti

Cinema

MY PRIVATE ZOO – un documentario sulla situazione in South Africa dopo la fine dell’Apartheid

Gianni Sirch e Ferruccio Goia hanno realizzando un eccezionale documentario sulle condizioni in South Africa a 20 anni dalla fine dell’Apartheid. Qui di seguito potrete guardare il trailer.

MY PRIVATE ZOO – TRAILER 2012 from My Private Zoo on Vimeo.

 

Questo documentario ha  partecipato al VISIONS DU REELFestival international de cinema di Nyon, nella sezione Docs In Progress e al Trieste Film Festival

 

 

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