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Mostra del Cinema di Venezia 2018 – Venezia 75

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Dedicato agli Oscar, a Netflix, al Messico

di Filippo Zoratti
 

Il palmares di Venezia 75 – tra inaspettati doppi premi e promesse mantenute – lascia sul campo alcune vittime illustri, perlopiù europee. Era difficile immaginare che l’ungherese “Tramonto” di László Nemes e l’italiano “Suspiria” di Luca Guadagnino restassero totalmente a bocca asciutta, ad esempio. Oppure che neanche questo fosse l’anno giusto per la consacrazione del francese Olivier Assayas, erede designato della Nouvelle Vague, o del giapponese Shinya Tsukamoto, universalmente riconosciuto come uno degli autori più importanti della Storia del cinema asiatico. Ma la giuria presieduta da Guillermo del Toro è parsa – più che in altre occasioni – totalmente coesa e convinta: il Leone d’Oro va ad Alfonso Cuarón e al suo “Roma”, con corollario di polemiche sulla dignità dei film Netflix presenti in gara (alimentata dall’Osella per la sceneggiatura assegnata a “La ballata di Buster Scruggs” dei Coen), sulla anomalia di un presidente messicano che premia un conterraneo e sulla natura apertamente filo-americana della “nuova” Mostra del Cinema di Venezia post-Marco Muller, viatico ormai da un lustro degli Academy Awards hollywoodiani.

From Mexico to Mexico

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Se era scritto nelle stelle fin dall’annuncio della sua presenza in concorso che Cuarón avrebbe portato a casa qualcosa col suo nuovo lavoro “Roma” (che non è un film in costume dedicato all’impero romano ma una riflessione auto-biografica sul quartiere messicano in cui il regista è cresciuto), difficilmente avremmo potuto immaginare che quel premio potesse essere il più importante del festival. Non tanto per la qualità dell’opera, quanto perché la possibilità che un presidente di giuria messicano premiasse un suo amico e connazionale ci era da subito sembrata fin troppo smaccata e indifendibile. E invece la pellicola dell’autore di “Gravity” ha messo tutti d’accordo: dal sopraccitato del Toro all’australiana Naomi Watts, dall’austriaco Christoph Waltz alla polacca Malgorzata Szumowska. L’evidenza non si può negare: quella messicana è una delle realtà cinematografiche più interessanti degli ultimi anni, tenuta in altissima considerazione dagli Oscar e dai festival di mezzo mondo. Oltre a del Toro e a Cuarón ci sono Alejandro González Iñárritu (Birdman e Revenant), Carlos Reygardas (Post Tenebras Lux e Nuestro tiempo, quest’ultimo in concorso proprio a Venezia 75) e Guillermo Arriaga (The Burning Plain e lo script di Le tre sepolture di Tommy Lee Jones), tanto per fare qualche nome. C’è insomma un progetto di alto profilo e alta caratura, che giustamente inizia a trovare i meritati sbocchi. Ha vinto dunque il migliore? Probabilmente sì, ma se il presidente di giuria fosse stato qualcun altro ci troveremmo di fronte ad un premio ancora più significativo e potente, privo di qualunque ombra.

Netflix o non Netflix? (Questo è il problema)

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Mentre Berlino prosegue il suo personale discorso sulla valorizzazione delle cinematografie più nascoste o comunque meno valorizzate (l’Iran di Una separazione, la Romania di Il caso Kerenes, l’Ungheria di Corpo e anima), Cannes e Venezia stanno ingaggiando un interessantissimo duello per la supremazia festivaliera. Oggetto del contendere in questi anni è Netflix, che si propone come vera e propria casa di distribuzione alternativa alla sala. Se Cannes ha del tutto ostracizzato i film realizzati dalla piattaforma web non solo dal concorso ufficiale ma anche dalle sezioni collaterali, Venezia si è mossa in direzione ostinata e contraria aprendo totalmente ai cosiddetti “originali Netflix”. Al Lido Netflix è ovunque, perché le viene conferita pari dignità a qualunque altra pellicola. Con Venezia 75 si è aperto il vaso di Pandora: “Roma” sarà visibile su Netflix (ma anche al cinema), così come “La ballata di Buster Scruggs” e – ad esempio – “Sulla mia pelle” (il film incentrato sulla terribile vicenda Cucchi). Le polemiche seguite alla premiazioni ci sembrano strumentali: Netflix non toglie spettatori alle sale cinematografiche; semmai abitua il nuovo pubblico ad una compresenza, formando una generazione di fruitori legati a doppio filo a internet e alle nuove tecnologie. Netflix crea una connessione con la magia del cinema al cinema, non la compromette. E per capire quanto la diatriba sia sterile basta pensare a chi trionfa ai festival e poi sparisce dalla circolazione, senza mai venire distribuito. Come il filippino “The Woman Who Left”, Leone d’Oro 2016, o il turco “Bal”, Orso d’Oro 2010. Vincitori che svaniscono nel nulla, all’interno di un mercato che proprio grazie a Netflix ha ritrovato ossigeno e ragion d’essere.

Leoni hollywoodiani, Oscar veneziani

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La più grande vittoria della Mostra, almeno da cinque anni a questa parte, è quella di essere diventata il catalizzatore dei gusti del pubblico contemporaneo, lo stesso che poi riempie le sale. Per qualcuno è un patto col diavolo: per incontrare i favori degli spettatori occorre aprirsi e “vendersi” al cinema americano più pop(olare), abbandonare la logica dell’autorialità abbracciando un’industria votata al blockbuster. È una scelta di campo discutibile, il cui percorso tuttavia non è ancora del tutto compiuto, è ancora in itinere. Pellicole come “Birdman”, “La La Land” e “La forma dell’acqua” sono senza alcun dubbio ascrivibili al mainstream statunitense, ma racchiudono al contempo al loro interno i germi di una certa nuova indipendenza di idee, di un certo nuovo respiro d’essai. Forse l’obiettivo veneziano è questo: dimostrare che il compromesso non significa per forza rinuncia, snaturamento e corruzione di un ideale, di un talento. Se leggiamo i vincitori di Venezia 75, capiamo che potrebbero essere anche quelli dei prossimi Oscar: il Leone d’Oro di “Roma”, il Leone d’Argento di “The Sister Brothers”, il Gran Premio della Giuria di “La favorita”, la Coppa Volpi maschile di “At Eternity’s Gate” (a Willem Defoe), sono tutti allori che indicano nettamente una dichiarazione politica di intenti, una scommessa sul cinema del futuro. E se il pronostico si rivelerà azzeccato, il 24 febbraio 2019 a Los Angeles assisteremo in diretta ad un evento epocale: il primo Oscar targato Netflix. Prepariamo i pop-corn.

Filippo Zoratti

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Mostra del Cinema di Venezia 2018 – Venezia 75

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I film più attesi

di Filippo Zoratti
 

Dal 29 agosto all’8 settembre 2018 si alza di nuovo il sipario su uno degli eventi cinematografici più importanti al mondo: la Mostra del Cinema di Venezia. In questi ultimi anni il festival diretto da Alberto Barbera si è ripreso il suo posto di rilievo e di prestigio, pareggiando i conti con Berlino e soprattutto con Cannes. La scelta – di cui si può discutere, ma che si è rivelata senza dubbio vincente – è stata quella di una maggior apertura al cinema popolare: i film di punta presenti al Lido sono anche i più quotati agli Oscar. Basti pensare a “Gravity” (7 statuette nel 2014), “Birdman” (4 nel 2015), “La La Land” (6 nel 2017) e “La forma dell’acqua” (4 nel 2018). Con la doverosa premessa che gli Academy Awards non sono rappresentativi di nulla, se non dell’America che premia se stessa, la Mostra catalizza da un lustro i gusti del pubblico che poi riempie le sale. Il miracolo accadrà anche quest’anno? Ecco una panoramica sulle sezioni di Venezia 75, con un occhio di riguardo ai film più attesi della kermesse.

Concorso e Fuori Concorso

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Ad aprire il festival sarà il nuovo film di Damien Chazelle, che al Lido aveva già portato nel 2016 – e sempre come titolo di apertura – il sopraccitato “La La Land”: “Il primo uomo” racconta la storia vera di Neil Armstrong, primo essere umano a mettere piede sul suolo lunare. Grande attesa di pubblico e addetti ai lavori, non solo per il Leone d’Oro ma anche per i futuri Oscar. L’America verrà anche rappresentata da Brady Corbet con “Vox Lux” (e da Natalie Portman nei panni di una popstar in ascesa), dai Fratelli Coen con “The Ballad of Buster Scruggs” (mini-serie prodotta da Netflix ambientata nel west) e dal misconosciuto Rick Alverson con “The Mountain”. Ma c’è lo zampino degli States in molte altre pellicole, sottoforma di coproduzione: occhi aperti quindi sulla Francia di “The Sisters Brothers”, debutto in lingua inglese di Jacques Audiard; sulla Grecia di “La favorita”, inedita incursione nel dramma storico-biografico di Yorgos Lanthimos; e naturalmente sull’Italia di “Suspiria”, remake attesissimo del classico di Dario Argento. Per gli amanti degli outsider poi, curiosità e speranze riposte anche in “Killing – Zan” del maestro Shinya Tsukamoto, in “Tramonto” di Laszlo Nemes (già autore del crudo e indimenticabile “Il figlio di Saul”) e in “Opera senza autore” di Florian Henckel von Donnersmarck, che dopo aver conquistato mezzo mondo con “Le vite degli altri” nel 2006 ha ceduto subito alle sirene hollywoodiane confezionando uno dei peggiori disastri commerciali degli ultimi anni, “The Tourist” con Johnny Depp e Angelina Jolie. Una rapidissima occhiata al Fuori Concorso, infine, soprattutto per segnalare quelli che avrebbero potuto essere film meritevoli della competizione ufficiale. Sul nostro taccuino appuntiamo “A Star is Born”, mega-rifacimento di “È nata una stella” (1937) che porterà sul tappeto rosso nientepopodimeno che Lady Gaga; “Shadow – Ying” del gigante cinese Zhang Yimou e “Monrovia, Indiana” di Frederick Wiseman, il più grande documentarista vivente. Davvero un peccato non vederli gareggiare nella competizione ufficiale.

Un concorso parallelo: la sezione Orizzonti

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Da sempre considerata una competizione parallela votata alla sperimentazione e al vero futuro del cinema, gli Orizzonti di anno in anno scoprono nuove tendenze e nuovi autori destinati a lasciare traccia indelebile di sé. A scatola chiusa è difficile destreggiarsi fra nomi perlopiù sconosciuti e sollecitazioni della più svariata natura, ma vale la pena provarci. Phuttipong Aroonpheng ad esempio viene segnalato come l’erede designato del cineasta thailandese Apichatpong Weerasethakul (Palma d’Oro a Cannes 2010 con “Lo zio Bonmee che si ricorda le vite precedenti”), e con questa fama va da sé che il suo “Manta Ray” sembri uno dei titoli più interessanti. E sempre partendo dall’autore ci sembra meritevole di attenzione anche Flavia Castro, che a Venezia porta “Deslembro” e la fama di autrice capace di mescolare sfera privata (è figlia di militanti trotskisti brasiliani) e socio-politica. L’Italia porta in dote due giovani registi, Alessio Cremonini ed Emanuele Scaringi, con due opere che faranno discutere anche se per motivi diversi: da un lato “Sulla mia pelle”, opera di finzione sulla vicenda di Stefano Cucchi, dall’altra “La profezia dell’armadillo”, trasposizione del graphic novel firmato dall’amatissimo fumettista Zerocalcare. È su un lavoro statunitense che tuttavia puntiamo fortemente per la vittoria: “Charlie Says” di Mary Harron, incentrato sulla storia vera di tre donne condannate all’ergastolo per aver aver commesso dei crimini ordinati da Charles Manson.

Sezioni autonome: Settimana della Critica e Giornate degli Autori

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Parallelamente ai percorsi più evidenti, sui quali si concentra l’attenzione maggiore dell’opinione pubblica anche in virtù di grandi nomi di richiamo (sia dietro che davanti la cinepresa), si muovono le ormai confermatissime sezioni autonome. Anche in questo caso si procede quasi sempre a scatola chiusa, animati dal piacere di scoprire magari per caso film di altissimo profilo lontani dagli squilli di tromba del red carpet. Innovazione, ricerca, originalità espressiva e indipendenza produttiva: queste le carte vincenti dei lavori presenti nella Settimana e nelle Giornate. E allora le nostre antenne si alzano per “M” di Anna Eriksson, che esplora il mondo fra sessualità e morte; per “Continuer – Keep Going” di Joachim Lafosse, storia di una madre e di un figlio che attraversano il Kirghizistan a cavallo; e per “Les tombeaux sans noms” di Rithy Panh, che prosegue la sua riflessione sul passato della Cambogia sotto il regime degli Khmer rossi dopo “L’immagine mancante”. Un paniere ricchissimo quello di Venezia 75, arricchito anche da eventi speciali (“The Other Side of the Wind” di Orson Welles!), dalla nuova sezione Sconfini (che presenterà ben 4 film italiani) e dalla piccola ma fondamentale Biennale College (occhio all’ungherese “Deva”, potrebbe essere una rivelazione). Il compito delle giurie sarà al solito arduo: attendiamo con grande curiosità i responsi di sabato 8 settembre.

Filippo Zoratti

Cinema

Far East Film Festival 20

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FEFF 2018 – Tutti i vincitori

 
di Filippo Zoratti
 

Con 81 film proiettati (di cui 55 in concorso), eventi collaterali da tutto esaurito (Casa Ramen in cima alla lista, ma anche la Chinatown allestita in centro città e l’ormai abituale Cosplay Contest) e workshop rinnovati e ampliati (Ties That Bind, confronto annuale sul mercato che lega Oriente e Occidente arricchendo entrambe le parti), il Far East Film Festival numero 20 ha chiuso i battenti sabato 28 aprile celebrando la vittoria di “1987: When the Day Comes” e già mettendo le mani avanti per l’anno prossimo: quale sarà il nuovo filone aurifero da scandagliare? Le serie tv (coreane e giapponesi, presumibilmente), oltre all’approfondimento delle produzioni Netflix/Amazon già iniziato in questa edizione. Un occhio al pubblico che ha reso forte e importante la kermesse e un occhio ai “nuovi spettatori” del futuro, una rivoluzione già iniziata con il palmares dei vincitori di quest’anno, abile sintesi di cinema impegnato ed intrattenimento più leggero e popolare Ecco a voi la lista dei premiati.

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Gelso d’Oro – 1987: When the Day Comes (Corea del Sud, 2017)1987

Vince un film coreano, e più in generale vince il cinema coreano: le opere provenienti dalla penisola asiatica sono state le più amate e le più applaudite, a sancire una sorta di sorpasso nei confronti del Giappone (storicamente, la nazione più cinematograficamente vicina al gusto occidentale). “1987” è una pellicola d’impegno rigorosa e necessaria, dedicata al movimento studentesco che si è opposto al regime di allora e alla sua sanguinosa repressione. Guardando il lavoro di Jang Joon-hwan – e il documentario gemello “Courtesy to the Nation” – si sente l’eco di vicende a noi familiari: quella di Stefano Cucchi e quella di Giulio Regeni. Una comunanza e una vicinanza premiata – giustamente, viste anche le qualità di scrittura e recitazione – dal pubblico con una media voto altissima: 4,596 (su un massimo di 5). Vincitore – oltre che col Gelso d’Oro – anche del Black Dragon Award.

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2° posto – One Cut of the Dead (Giappone, 2018)one_cut

Plebiscito e ovazioni in sala per l’irresistibile film sorpresa dell’edizione, proiettato a mezzanotte senza alcun tipo di aspettativa iniziale tra lo stupore della platea. “One Cut of the Dead” è una horror-comedy incentrata su una troupe cinematografica che sta girando uno zombie movie in una fabbrica abbandonata. Un film nel film (nel film!) impreziosito da un piano sequenza iniziale di ben 37 minuti. La fantasia è più forte del denaro, per una volta è vero: questa piccola opera girata in economia è una esplosione di creatività che trasuda amore per la Settima Arte invitando lo spettatore ad un gioco consapevole e attivo. Un vincitore mancato, considerato che la sua media voto è di 4,589 (solo 0,007 punti in meno rispetto a “1987”!), ma si tratta quasi di un parimerito: la pellicola di Ueda Shinichiro è stata senza dubbio la più amata del festival, sulla bocca di tutti anche nei giorni successivi alla proiezione.

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3° posto – The Battleship Island (Corea del Sud, 2017)battleship_island

Mega-iper-extra blockbuster “più grande del cinema”, “The Battleship Island” è l’esempio più lampante di come il cinema coreano contemporaneo necessiti – anche quando si parla di eventi storici – di budget consistenti e di una certa esuberanza produttiva per arrivare alla maggior fetta di pubblico possibile. Il film di Ryoo Seung-wan stordisce e ammalia, portandoci in un campo di prigionia giapponese nel 1944, ad un passo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Interpretazione memorabile della superstar coreana Hwang Jung-min (lo stesso di “Ode to My Father” e “You are My Sunshine”), strizzatine d’occhio al cinema mainstream Usa… e una certezza: “The Battleship Island” potrebbe essere tranquillamente distribuito e proiettato nelle nostre sale (mentre, molto probabilmente, sarà acquistato da Hollywood che ne girerà un rifacimento ad hoc).

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Gelso Bianco al regista emergente – Last Child (Corea del Sud, 2018)last_child

Introdotto per la prima volta quest’anno, il Gelso Bianco premia il miglior regista esordiente al primo o al secondo film. C’era l’imbarazzo della scelta, per la giuria creata per l’occasione (il produttore hongkongese Albert Lee, il produttore americano Peter Loehr e lo sceneggiatore italiano Massimo Gaudioso): ben 21 dei 55 titoli in concorso erano opere prime e seconde. Un autentico tesoro, da cui è emerso abbastanza a sorpresa “Last Child” del coreano Shin Dong-seok. Un dramma emozionale in cui viene messo in scena l’invisibile: il vuoto interiore insostenibile che anima i protagonisti alle prese con la tragedia di un ragazzo annegato. Avremmo forse preferito a conti fatti vedere premiato il taiwanese d’animazione “On Happiness Road”, il giapponese “One Cut of the Dead” (di cui parliamo qua sopra) o il thailandese “Bad Genius”. Ma l’assegnazione dell’award a “The Last Child” fa il paio con l’evidenza di questa edizione 20: i coreani (del sud) sono quelli che oggi esprimono il cinema più completo, interessante e “giovane”.

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MyMovies Award – The Empty Hands (Hong Kong, 2017)empty_hands

Potremmo tranquillamente ribattezzarlo “premio simpatia”: di anno in anno a vincere il MyMovies Award (assegnato con votazione on line) è l’opera che fa più presa su una certa tipologia di pubblico, al contempo forse più cinefila e sicuramente più pop. Nel 2016 trionfò “Thermae Romae II”, nel 2015 “It’s Me, it’s Me” di Miki Satoshi, nel 2009 “One Million Yen Girl”… quest’anno il più votato è stato uno dei registi/attori più conosciuti dalla platea del FEFF: Chapman To, corpo comico hongkongese che sta cercando di ritagliarsi un proprio spazio autoriale con uno stile tuttavia ancora ondivago e altalenante. Spesso il Chapman To regista non mantiene del tutto ciò che promette, e “The Empty Hands” non fa eccezione: mescolando arti marziali, momenti slapstick, parentesi riflessive e amore per la patria la messinscena stupisce ma non convince, lasciandoci alla fine un po’ – come dice il titolo del film stesso – “a mani vuote”.

 

 

Filippo Zoratti

 

 

 

Cinema

Far East Film Festival 20

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FEFF 2018 La tradizione e l’innovazione

di Filippo Zoratti

20 anni. Un periodo che sembra lunghissimo, e che di fatto copre una generazione. Ma al contempo breve, sommario, per comprendere i meccanismi cinematografici di un continente come quello asiatico. 5 lustri sono stati necessari al Far East e alla sua platea per scalfire una superficie, per apprendere più o meno come funzionano le industrie di Giappone, Cina, Corea del Sud, Hong Kong, Thailandia e Filippine. Nella sua edizione numero 20 riafferma il suo statuto di festival “popolare” (aperto a tutto e a tutti, senza restrizioni di sorta), ricostruisce un pezzettino di Storia dimenticata con una manciata di retrospettive e apre al futuro. Come? Riconoscendo le nuove piattaforme cinematografiche (Netflix), sfidando la sacralità di film cult che sembravano intoccabili (e invece…) e offrendo al pubblico il solito mix di eventi extra (concerti, mercatini, cosplay contest) che non rinchiudono la manifestazione dentro le scontate quattro mura di un cinema. Ma andiamo con ordine, riassumendo le coordinate di ciò che succederà a Udine dal 20 al 28 aprile.

 

 

 

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Il futuro è già qui: Netflix!

In aperto e significativo contrasto con il Festival di Cannes, che elimina dalla propria selezione tutti i prodotti originali provenienti dal web, il FEFF programma come film di apertura… una pellicola già presente e disponibile su Netflix. Si tratta di “Steel Rain”, action coreano a rotta di collo che fa il paio con un altro titolo già ampiamente disponibile on demand: il sempre coreano “Forgotten”. Come a dire che Netflix – ormai distributore cinematografico a sé stante – non solo non deve essere fermato, ma al contrario celebrato. Ci vuole coraggio (il coraggio che il FEFF ha sempre avuto), così come ci vuole intuizione e spavalderia per chiudere il festival con un’opera indonesiana: il crudo e iperrealistico “Night Bus”. Se è vero – come è vero – che il cinema in Indonesia sta crescendo assumendo via via sostanziale fiducia nei propri mezzi, è giusto e condivisibile che questo sforza venga premiato.

 

 

 

 

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Una finestra sul mondo: i documentari

Nulla come i documentari (fiore all’occhiello del Far East già da qualche anno) permette di comprendere la realtà e la quotidianità orientale. A fare da capofila quest’anno ci pensa “Courtesy to the Nation”, che ripercorre le sanguinose rivolte studentesche avvenute in Corea del Sud a metà degli anni ’80. A questo si aggiungono due focus dedicati alla musica e al dialogo fra Oriente e Occidente: se da un lato “Sukita” racconta il rapporto di privilegiata amicizia fra David Bowie e il fotografo Sukita Masayoshi, dall’altro “Ryuichi Sakamoto: Coda” osserva il genio Sakamoto (autore delle colonne sonore di “Furyo”, “Piccolo Buddha” e “Revenant”) al lavoro. Ultimo ma non ultimo “Ramen Heads”, dedicato allo chef giapponese Tomita Osamu.

 

 

 

 

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Restauri, omaggi, retrospettive

Il paniere delle proposte (81 film, di cui 55 in concorso) è talmente ampio da permettere sia percorsi contemporanei – relativi cioè al meglio della produzione panasiatica dell’ultimo anno – che grandi recuperi del passato, nuovi piccoli tasselli di quel mosaico gigantesco che si chiama Asia. La punta dell’iceberg quest’anno è la retrospettiva dedicata a Brigitte Lin, una delle muse di Wong Kar-wai: a lei verrà consegnato il Gelso d’Oro alla carriera nella serata di sabato 21, in accoppiata con la proiezione di “Hong Kong Express”. Saranno poi 6 i classici restaurati: in cima alla lista spicca il noir “Throw Down” di Johnnie To, del 2004, a dimostrazione di come il termine “restauro” non riguardi solo film di mezzo secolo fa ma anche pellicole del recente passato.

 

 

 

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I 5 film imperdibili

È ovviamente difficile, se non impossibile, decidere a scatola chiusa quali saranno i film di punta dell’edizione. Ci si può allora affidare ai nomi già conosciuti, come garanzia. Scorrendo il programma salta subito all’occhio ad esempio la presenza del nuovo film di Feng Xiaogang, “Youth”. Già Gelso d’Oro nel 2017, Feng è all’unanimità definito “lo Steven Spielberg cinese”, per la sua capacità di mescolare respiro autoriale e dinamiche da blockbuster. C’è poi – e questo è davvero un nome inatteso – il curioso ritorno di Chen Kaige, maestro del cinema cinese Palma d’Oro a Cannes 46 con “Addio mia concubina”. Il suo “The Legend of the Demon Cat” sembra votato all’intrattenimento puro e semplice, con la sua trama fantasy tratta da un ciclo di romanzi molto amati in patria. Dalla Cina al Giappone: in gara trovano spazio anche “Mori, the Artist’s Habitat” dell’amatissimo Okita Shuichi (suoi “The Woodsman and the Rain”, “A Story of Yonosuke” e “Mohican Comes Home”, applauditi e premiati nelle scorse edizioni del FEFF) e “Yocho” di Kiyoshi Kurosawa, maestro del J-Horror (orrore più mistero più psicologia). A chiudere il cerchio degli imperdibili infine un’opera coreana campionessa di incassi: “The Blood of Wolves”, che racconta la lotta lunga quasi 20 anni fra polizia e malavita.

 

Filippo Zoratti

Cinema

Far East Film Festival 20, Teatro Nuovo Giovanni da Udine e Visionario dal 20 al 28 aprile

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Oggi alle 20 a Udine parte il Far East Film Festival 20

 

Lo spy thriller coreano Steel Rain apre la 20a edizione del Far East Film Festival!
Il viaggio nel “lontano Est” del Far East Film Festival si aprirà venerdì 20 aprile alle ore 20.00 con il super spy thriller coreano Steel Rain e il dramma malesiano Crossroads: One Two Jaga (alle ore 22.40) con la bellissima attrice Asmara che parla anche italiano!Intanto in città i led rossi di  via Mercatovecchio illumineranno lo spettacolo d’apertura dei FEFF Events. Una grande festa popolare che si aprirà venerdì 20 aprile alle  20.30 con la tradizionale  Danza del pesce e i tamburi giapponesi Taiko.

Cinema Libri

La casa editrice Mimesis pubblica un saggio sul cinema francese degli anni ’40

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Il cinema francese negli anni di Vichy

 

Il 17 giugno 1940 il maresciallo Pétain annunciò alla radio che il governo da lui formato avrebbe chiesto un armistizio alla Germania. La Francia fu divisa e il regime di Vichy iniziò a operare discriminazioni politiche e civili e a collaborare con l’occupante. Avanzava sotto diverse forme la risposta alla “decadenza” della Francia repubblicana: la “rivoluzione nazionale”, e con essa una ristrutturazione del cinema nazionale, parte di una più ampia operazione di colonialismo economico condotta dalla Germania nazionalsocialista. Tra il 1940 e il 1944 l’industria del cinema francese produsse duecentoventi lungometraggi di finzione: commedie leggere, adattamenti letterari, melodrammi, polizieschi, ambientazioni storiche e fantastiche. Il pubblico si recò al cinema con continuità, premiando i film francesi: un paradosso che rispondeva a un “bisogno esistenziale di scuotersi da dosso la realtà quotidiana e l’umiliazione”.
Il saggio iniziale ricostruisce il contesto produttivo e culturale del cinema francese del periodo, mentre le schede filmografiche che lo accompagnano restituiscono al lettore la sua ricca e sorprendente varietà: un’ampia selezione di opere e autori che rende conto della “curiosa età dell’oro” vissuta dal cinema francese durante il periodo di Vichy, contraddistinta dall’oscillazione tra il collaborazionismo e la resistenza, tra l’Occupazione e la Liberazione.

 

Il cinema francese negli anni di Vichy

Mimesis

Sesto San Giovanni; br., pp. 204.
(Mimesis-Cinema. 57).

ISBN: 88-575-4361-7 – EAN: 9788857543611

Simone Venturini è Professore Associato presso l’Università di Udine. Si occupa di storia e teoria degli archivi cinematografici, archeologia dei media, storia tecnologica, economica e culturale del cinema. È nel comitato scientifico di L’Avventura e nel comitato direttivo di Immagine. È direttore scientifico della Collana Plexus. Pubblica su riviste quali Journal of Film Preservation, Bianco e Nero, Cinéma & Cie, Cinergie, Immagine.

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Oscar 2018

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Potere al sogno (in attesa di tempi migliori)

di Filippo Zoratti

 

Iniziamo dal fondo, dagli esclusi e dai delusi. In una annata “ecumenica” che premia equamente una decina di film (ma il colpo di reni finale c’è ed è appannaggio di “La forma dell’acqua”, che incassa le statuette per la Miglior Regia e per il Miglior Film) a restare a bocca asciutta è quella che sulla carta avrebbe dovuto essere una delle sicure vincitrici: a suggello del “Time’s Up”sembrava certa, anzi scontata la consacrazione di Greta Gerwig col suo “Lady Bird”, dolceamaro racconto di formazione di provincia, molto indie e – in parte – molto autobiografico. Sulla stessa lunghezza d’onda ci è parso il sottostimato “Tonya”, che racimola sì il premio come Miglior Attrice Non Protagonista (Alison Jenney), ma che viene ignorato per molte altre categorie per le quali l’Academy ha preferito un altro tipo di coraggio.

La forma dell'acqua

La forma dell’acqua

Alison Jenney

Alison Jenney

Quello di Frances McDormand (Miglior Attrice Protagonista) in “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, ad esempio, o quello di Daniela Vega nello scomodo “Una donna fantastica (Miglior Film Straniero per il Cile). Tutto questo per dire che a fare i pronostici misurando il termometro della prevedibilità spesso ci si azzecca, ma non sempre. A stupire positivamente in questa edizione numero 90 sono stati i due allori alla sceneggiatura, più di ogni cosa: da un lato (Sceneggiatura Originale) “Scappa – Get Out”, gioco al massacro meta-horror che sancisce la fine dell’era Obama e ci introduce drasticamente in quella Trump; dall’altro (Sceneggiatura Non Originale) “Chiamami col tuo nome”, che consacra il quasi 90enne James Ivory al posto dello sdoganato “Logan” (anche i cinecomics hanno un’anima). Fra le righe, tuttavia, emerge un altro tipo di dichiarazione di intenti: dopo anni in cui a trionfare è stato il film più corretto e rappresentativo, quello più cinematograficamente etico e attuale – basti pensare a “12 anni schiavo”, a “Moonlight” e al cinematograficamente mediocre ma inattaccabile “Spotlight” –, gli Oscar rimettono a sorpresa al centro della propria analisi la necessità del sogno, della favola trasognata.

Scappa – Get Out

Scappa – Get Out

E dunque, in mezzo ai più contingenti e necessari “The Post”, “L’ora più buia”, “Scappa” e “Tre manifesti”, a spuntarla è l’assurdità incantata di Guillermo del Toro, che assurge definitivamente al ruolo di cineasta non di certo con la sua opera migliore (ma qui potrebbe seguire dibattito): “La forma dell’acqua” è una storia della buonanotte nostalgica e non omologata, che flirta con il melodramma – a rischio ultra-kitsch – e chiede un atto di fede grande quanto il cuore del suo creatore (amante dei mostri e non di certo della “mustard”, come tradotto erroneamente dal palco di Venezia 74 a settembre). Agli Oscar si chiede sempre un segnale, un riassunto di ciò che il cinema è o sarà nel futuro prossimo venturo. Tra epurazioni preventive (la maldestra cacciata di James Franco e del suo gustoso “The Disaster Artist”) e questioni spinose da affrontare e risolvere, l’Academy sceglie di… non scegliere, di non affondare il colpo e restare sul vago. In attesa di idee e decisioni più chiare meglio affidarsi e abbandonarsi al semplice amore per il cinema, ripescando dal cilindro la sempreverde “speranza per un mondo migliore”. Un mondo in cui è possibile che una addetta alle pulizie muta viva per sempre con la sua anima gemella, una creatura anfibia dall’aspetto umanoide.

 

Filippo Zoratti

 

 

 

Cinema

55. Vienna International Film Festival Viennale 2017

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55. Vienna International Film Festival Viennale 2017: 5 colpi di fulmine

di Filippo Zoratti
  1. Ex Libris – The New York Public Library”, Usa 2016, di Frederick Wiseman

C’è qualcosa di commovente, puro e persino ingenuo nel modo in cui Frederick Wiseman, 87locandina anni, guarda all’umanità. Al centro di “Ex Libris” c’è la biblioteca pubblica di New York – con le sue 92 filiali dislocate tra Manhattan, il Bronx e Staten Island – e c’è più di ogni altra cosa la vita in divenire, la presa diretta di convention con studiosi e cantanti (Elvis Costello), riunioni del direttivo (argomento: la riduzione del divario digitale), bizzarre richieste di prestito (ma gli unicorni esistono sì o no?), corsi di scrittura per bambini. Ad unire il flusso eterogeneo degli incontri, l’idea indefessa di fiducia nella cultura che genera per naturale e quasi ovvia conseguenza democrazia. “Ex Libris” documenta il reale senza corrompere, modificare o forzare il significato delle immagini, con una limpida morale che viene da sé: la dignità umana passa inevitabilmente attraverso l’accesso all’informazione e allo scambio aggregativo, si tratti di una conferenza da migliaia di persone o di uno sparuto gruppo di persone sedute attorno ad un tavolo.

  1. A Ghost Story”, Usa 2017, di David Lowery

Si può prendere sul serio un film in cui il protagonista, a seguito di un incidente stradale mortale, ritorna come fantasma munito di lenzuolo con buchi per gli occhi? Le regole del gioco imposte dal regista David Lowery sono essenzialmente due: la totale sospensione dell’incredulità nei confronti della storia raccontata e un’idea di cinema che pone molte domande senza necessariamente poi fornire ghost1pedissequamente tutte le risposte. “A Ghost Story” è un prodotto ipnotico privo di confini narrativi (in paradossale contrasto con l’espediente tecnico del 4:3 ad angoli smussati) che flirta con i cliché del genere horror chiedendoci al contempo di guardare oltre, molto oltre. Fra l’atto del guardare e quello dell’attendere – resi attraverso stacchi di montaggio e brusche ellissi – c’è un film che riesce a dare forma e sostanza ad un concetto non rappresentabile: l’assenza. Un’assenza dolorosa e straziante (per chi resta e per chi non c’è più), che svilisce i ricordi e sfuma il senso della nostra identità.

  1. A Skin So Soft”, Canada/Francia/Svizzera 2017, di Denis Côté

È con lo stupore del neofita che il regista canadese Denis Côté si approccia al gruppo di cultuskin2risti e super-uomini protagonisti di “A Skin So Soft”. Fonte primaria di ispirazione per il filmmaker quebecchese sono i microcosmi a lui stesso estranei, da indagare con ingenuità e senza conoscenze pregresse. La quotidianità dei sei ingombranti bodybuilders Jean-François, Ronald, Maxim, Benoit, Cédric e Alexis non è mai filtrata attraverso lo stereotipo o la presa in giro: c’è chi piange mentre fa colazione, guardando video motivazionali su Youtube; chi a fine carriera si è reinventato maestro di vita/chinesiologo; chi cerca di convincere la propria perplessa compagna a coltivare la medesima passione; chi si allena in modo anomalo rispetto agli altri, perché wrestler e non culturista tout court. È un mondo parallelo ma non troppo, in cui emerge la fragilità dell’essere umano vittima delle proprie fissazioni. Verso l’infinito e oltre, alla ricerca di una personale, bislacca e muscolare idea di felicità.

  1. I Am Not Madame Bovary”, Cina 2016, di Feng Xiaogang

Assecondando la smania occidentale di etichette e classificazioni, si è soliti definire il registbovary1a Feng Xiaogang – in virtù di una carriera costellata di blockbuster di successo – “lo Steven Spielberg cinese”. Astutamente verboso e squisitamente fluviale, “I Am Not Madame Bovary” non è un film sulla Madame Bovary flaubertiana, ma su “una” Madame Bovary che rifiuta tale disdicevole appellativo. La storia ruota attorno a Li Xuelian, moglie caparbia che finge di divorziare dal marito per poter ottenere un appartamento in città. Incubo kafkiano e al contempo favola trasognata, “I Am Not Madame Bovary” ci trascina nelle segrete stanze del sistema legale cinese e dei suoi labirinti burocratici attraverso l’insolito utilizzo di un iris tondo che coincide con lo stato d’animo soffocato della protagonista. Incastrato in un meccanismo amorale e inestricabile, l’uomo è una delle microscopiche parti di un sistema abnorme e complesso; ma, come ammette uno dei burocrati perseguitati da Li Xuelian, “un seme è diventato un cocomero, una formica è diventata un elefante”.

  1. Closeness”, Russia 2017, di Kantemir Balagov

C’era molta curiosità attorno all’esordio alla regia di Kantemir Balagov, 26 anni, allievo prediletto del maestro Aleksandr Sokurov (“Arca russa”, “Faust”). “Closeness” a Cannes ha conquistato tutti, closenesscon il suo stile asciutto e la sua idea di cinema stratificata e coerente. La storia del film necessita della conoscenza pregressa della Storia di una nazione: siamo nel 1998 a Nalchik, capitale della Repubblica di Kabardino-Balkaria, a cavallo fra le due guerre cecene. Per quanto ben integrata, la comunità ebraica locale preferisce non dare nell’occhio, restare in disparte e risolvere le cose al suo interno. L’incubo in cui sprofonda la famiglia della giovane Ilana assume dunque connotati ancora più torbidi: suo fratello e la sua ragazza vengono rapiti, e la richiesta di riscatto è altissima. Che fare? Impossibile rivolgersi alle autorità, impossibile trovare una soluzione che non contempli il sacrificio e la perdita della dignità. La fitta tela ordita dal demiurgo Balagov imbriglia il nucleo familiare protagonista e noi spettatori, complice il formato 4/3 che rinchiude e aumenta il senso di claustrofobia.

Filippo Zoratti

Cinema

55. Vienna International Film Festival Viennale 2017

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55. Vienna International Film Festival Viennale 2017

di Filippo Zoratti
 

Dedicato alla memoria di Hans Hurch, storico direttore della Viennale prematuramente scomparso a luglio a causa di un attacco di cuore e figura cruciale della cultura austriaca, il Vienna International Film Festival 2017 conferma la propria natura di showcase onnicomprensivo e capillare, capace di indagare la Settima Arte a 360° senza snobismi di sorta. Il ricchissimo programma della 55a edizione parte come hans-hurchsempre dalla selezione ufficiale – che non è una gara, non c’è competizione – composta dai migliori titoli visti nei festival internazionali durante l’anno: dai veneziani “The Shape of Water” e “Downsizing” ai cannensi “120 battiti al minuto” e “The Day After”, dai berlinesi “On the Beach at Night Alone” e “Golden Exits” agli svizzeri (passati cioè a Locarno) “La telenovela errante” e “Nothingwood”. In mezzo scorrono i piccoli/grandi casi cinematografici di cui si è molto parlato in questi mesi – su tutti il cinese “I Am Not Madame Bovary”, l’americano “A Ghost Story”, il franco-belga “Grave – Raw ”, il tedesco “Licht” – e soprattutto la consueta babele di sottosezioni, retrospettive, special programs e tributi. Nell’impossibilità di riassumere tutta la variegata proposta (a meno di non cedere alla banalità dell’elenco) vale forse la pena affrontare brevemente quelli che sono i focus più anomali e imprevedibili, fiori all’occhiello di una kermesse che segue e ha sempre seguito una propria personale analisi dell’audiovisivo. A partire dalla sezione “Napoli! Napoli!”, incentrata sulle opere contemporanee partenopee. Trovano qui asilo le “Appassionate” di Tonino De Bernardi (evento nell’evento, considerando la carriera underground dell’autore torninese), “L’uomo in più” di Sorrentino e buona parte della produzione di Pappi Corsicato, Mario Martone e Antonio Capuano. Tra il più facilmente inquadrabile omaggio a Christoph Waltz – special guest dell’edizione – e la conferma del cosiddetto “Analog Pleasure” che riporta l’attenzione sui

Christoph Waltz

Christoph Waltz

formati desueti in via di estinzione causa avvento del digitale (qui spiccano le scelte di “The Master” di Paul Thomas Anderson, girato in 70mm, e del capolavoro “L’intendente Sansho” di Kenji Mizoguchi) ci sono multiversi da scoprire e moltitudini da sondare. Spazio dunque a nomi pressoché sconosciuti al pubblico italiano: il fotoreporter e regista francese Raymond Depardon, l’attrice austriaca Carmen Cartellieri (in attività per soli 10 intensi anni, dal 1919 al 1929) e l’artista sperimentale tedesco Heinz Emigholtz (di cui saranno proiettati anche gli ultimi lavori “Brickels – Socialism” e “2+2=22”). A chiudere il paniere la consueta mega-retrospettiva del Filmmuseum, che proseguirà la sua corsa anche a Viennale finita (fino al 30 novembre): tocca a “Utopia and Correction”, analisi del cinema sovietico dal 1926 al 1977. Quasi non annunciato infine, nascosto fra le righe come una serata a sorpresa post-festivaliera, il tributo a George A. Romero, con la proiezione del restauro di “La notte dei morti viventi” preceduta dalla performance musicale/teatrale “The Visitor” di Lawrence English. A costo di dire un’ovvietà o di abbandonarsi ad una facile frase fatta: anche quest’anno alla Viennale c’è l’imbarazzo della scelta.

Filippo Zoratti

Cinema

Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2017- Venezia 74

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Un coraggio da Leone (d’Oro)

di Filippo Zoratti

Salutata fin dall’annuncio del programma come una delle edizioni più coraggiose degli ultimi anni, Venezia 74 ha mantenuto la promessa fino alla fine. Vince il Leone d’Oro Guillermo del Toro con “The Shape of Water”, seguito dall’Argento a “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand e dal Gran Premio a “Foxtrot” di Samuel Maoz. Tre titoli che durante la kermesse nessuno o quasi aveva avuto l’ardire di nominare, ipotizzando fosse l’anno di Guédiguian con il suo “La villa”, di Abdel Kechiche con “Mektoub, My Love: Canto uno” o di Martin McDonagh con “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”. Speranze sparse e the-shape-of-water-trailer-1006017altalenanti poi anche per “Ex Libris” di Wiseman (la cui presenza al Lido sembrava dovesse avere come naturale conseguenza un riconoscimento di qualche tipo) e per “The Third Murder” di Kore-eda Hirokazu. Il trionfo inatteso di del Toro – che sul palco ha dichiarato di credere fermamanete ai “monsters”, termine frainteso ahilui dalla traduttrice con “mustard”, con effetto tragicomico – riequilibra i Leoni ostici e pressoché invisibili (in sala) degli ultimi anni: da “Sacro GRA” di Rosi allo svedese “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, dal colombiano “Ti guardo” al filippino “The Woman who Left”. La giuria capitanata da Annette Bening – formata fra gli altri da Rebecca Hall, Jasmine Trinca ed Edgar Wright – ha con un colpo di spugna restituito il cinema al pubblico, sancendo la necessità di wp_20170909_011un’autorialità ricevibile e fruibile anche dallo spettatore pop del sabato sera, magari ignaro della vittoria veneziana. Una scelta (opinabile, ovviamente, ma affascinante) in qualche modo simile a quella compiuta nel 2008 con “The Wrestler” di Aronofsky, ode al corpo sfatto e all’anima fragile di Mickey Rourke. La consacrazione di del Toro, autore storicamente sottovalutato dalla critica a causa di una poetica che non disdegna il mainstream (come dimostra gran parte della sua produzione, da “Hellboy” a “Il labirinto del fauno”, fino a “Pacific Rim”), passa attraverso la storia di una addetta alle pulizie muta che instaura un rapporto di amicizia con una creatura anfibia scoperta all’interno di una cisterna d’acqua. Una favola nera dedicata agli emarginati che non cambiano le regole del mondo ma le subiscono, un approdo all’intimismo fantastico che tutto sommato ci sembra andare a braccetto con quello più sociale dell’opera prima “Jusqu’à la garde” di Legrand, focalizzato su due genitori che divorziano e litigano per la custodia del figlio (ignorando che la vera vittima sia proprio lui). Venezia 74 verrà ricordata anche per un altro tocco di spavalderia/follia: l’assenza di premi italiani. Un colpo di scena, giacché un premio, macro o microscopico che sia, ogni anno viene consegnato ad almeno una delle opere nazionali in concorso quasi di default. Così la quasi sicura Coppa Volpi al Donald Sutherland di “Ella & John” di Virzì è finita nelle mani di Kamel El Basha per il libanese “The Insult”, mentre l’alloro per la miglior interpretazione femminile a Charlotte Rampling per l’italo-franco-belga “Hannah” appare più come uno sberleffo allo Stivale che una sua celebrazione. A risaltare di conseguenza – e ne siamo felici – è stata la vittoria di Susanna Nicchiarelli nei collaterali “Orizzonti”, con un’opera (“Nico, 1988”, in uscita il 12 ottobre, storia della musa warholiana Christa Paffgen) di cui sentiremo ancora parlare.

Filippo Zoratti

Tutti i Premi

  • Leone d’Oro: “The Shape of Water” di Guillermo del Toro

  • Leone d’Argento: “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand

  • Gran Premio della Giuria: “Foxtrot” di Samuel Maoz

  • Premio Speciale della Giuria: “Sweet Country” di Warwick Thornton

  • Coppa Volpi femminile: Charlotte Rampling per “Hannah”

  • Coppa Volpi maschile: Kamel El Basha per “The Insult”

  • Premio Osella per la migliore sceneggiatura: “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh

  • Premio Marcello Mastroianni per il miglior emergente: Charlie Plummer per “Lean on Pete”

  • Premio opera prima – Leone del futuro: “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand

  • Premio Orizzonti per il miglior film: “Nico, 1988” di Susanna Nicchiarelli

  • Premio Giornate degli Autori: “Candelaria” di Jhonny Hendrix Hinestroza

  • Premio Settimana Internazionale della Critica: “Temporada de caza” di Natalia Garagiola