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Mostra del Cinema di Venezia 2020 – Venezia 77 La ripartenza è un atto di fede

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Mostra del Cinema di Venezia 2020 – Venezia 77
La ripartenza è un atto di fede

di Filippo Zoratti

Dice bene il neo-presidente della Fondazione Biennale di Venezia, Roberto Cicutto, quando afferma che la Mostra 2020 è stata «Un atto di fede». Venezia 77 ha dimostrato che si può vivere il cinema rispettando delle regole, forse scomode, ma necessarie. I 9 punti di accesso, i termoscanner, l’obbligo di mascherina e gli ingressi contingentati (e solo su prenotazione, elemento che ha permesso di eliminare praticamente in toto le code) sono stati i dazi da pagare per entrare nella cittadella del cinema al Lido e abbandonarsi alle immagini in movimento e ai rituali commenti post-proiezione, abbozzando qua e là – tra addetti ai lavori, giornalisti e semplici appassionati – il classico toto-Leoni.

E fin dalla prima proiezione stampa è apparso subito chiaro ai più come “Nomadland” di Chloé Zhao (già regista dell’apprezzato “The Rider – Il sogno di un cowboy”) avesse la giusta marcia in più per avere la meglio sui restanti 17 titoli del concorso. Non tanto per la bellezza in sé di soggetto, sceneggiatura e realizzazione, quanto per una serie di caratteristiche extra-filmiche che sembrano diventate negli ultimi anni principi fondanti da seguire. Il Leone d’Oro, anzitutto, sembra debba per forza essere un’opera non “divisiva”; ovvero quella che mette d’accordo più persone possibili, quella meno scomoda e che strizza l’occhio alla grande distribuzione e, possibilimente, agli Academy Awards.

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Il compito dei festival, tra nomadi e spie

L’ultimo lustro parla chiaro: dopo l’irricevibile Lav Diaz del 2016 (vincitore con “The Woman Who Left”), sul gradino più alto sono finiti “Roma” di Cuarón, “La forma dell’acqua” di del Toro, “Joker” di Todd Phillips. Tutte pellicole poi – chi più, chi meno – oscarizzate, così come sembra ora spianata la via a “Nomadland”, in virtù della sua protagonista Frances McDormand, del suo argomento di stringente attualità (si narra di una donna che ha perso marito e lavoro durante la Grande Recessione economica del 2008, e che decide di vivere come una nomade moderna al di fuori delle convenzioni sociali), e della sua regia d’autore. Non a caso Hollywood ha già puntato gli occhi su Chloé Zhao, ben prima della Mostra: sarà lei a dirigere uno dei prossimi film Marvel, “The Eternals”, previsto per il 2021.

Si apre dunque la solita voragine “morale”: ma il compito dei festival, esattamente, qual è? Impalmare l’ovvio o andare a caccia del nuovo, scommettendo sui talenti del futuro? Venezia 77 ci racconta una storia fatta principalmente – si perdoni il termine non propriamente elegante – di “cerchiobottismo”: dopo anni di appannamento mediatico la soluzione è parsa quella di un ripiegamento verso il cinema pop, una sorta di “operazione simpatia” (altra espressione orrenda) per riavvicinarsi al grande pubblico. Tutto ciò cercando anche, laddove possibile, di consacrare per primi nomi mai altrove premiati (Kim Ki-duk e “Pietà” nel 2012, Konchalovsky e “Le notti bianche del postino” nel 2014, Kiyoshi Kurosawa e “Wife of a Spy” Leone d’Argento in questa edizione), stabilendo un’ideale “diritto di prelazione”.

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La nuova identità del cinema

Va altresì considerato come il compito della giuria, quest’anno, fosse quanto mai delicato e spinoso. All’inizio del festival, la presidentessa di giuria Cate Blanchett si era espressa in un perentorio «Dobbiamo essere coraggiosi!». E proprio quello del coraggio sembra essere un tema che continuerà ad essere centrale anche nel prossimo futuro, di qualunque evento culturale si tratti e a qualunque latitudine. Sembrano passati anni, e invece si tratta di una manciata di mesi: a febbraio Berlino aveva scampato di poco il lockdown, riuscendo a chiudere i battenti il 1° marzo con l’Orso d’Oro all’iraniano “There Is No Evil”; a maggio Cannes si era dovuta arrendere all’evidenza, annullando l’evento per la prima volta dal 1950 e annunciando lo stesso una selezione ufficiale non competitiva i cui film hanno ricevuto comunque il marchio del festival. A Venezia è spettato dunque un arduo e pionieristico compito, che ha molto a che fare con il coraggio, l’incoscienza e la fede espressa da Cicutto. Se questa sia la vera ripartenza saranno i mesi a venire a dircelo, anche e soprattutto con la distribuzione in sala.

Le polveri della nuova stagione cinematografica sono infatti bagnate, tra un “Tenet” pigliatutto, un “Mulan” in live action che la Disney ha preferito rendere disponibile direttamente in streaming senza passare per i multisala e qualche raro esempio di film veneziano gettato nella mischia dei cinema, per vedere l’effetto che fa. Storicamente le pellicole presentate alla Mostra escono quasi in contemporanea in sala, per sfruttare l’onda mediatica. Quest’anno, però, i distributori sembra non sappiano davvero che fare. Solo gli italiani “Molecole” di Segre, “Notturno” di Rosi e “Non odiare” di Bruno Mancini sono stati regolarmente distribuiti. Mentre – ad esempio – “Pieces of a Woman” di Mundruczó (prodotto da Scorsese) è stato acquistato da Netflix. Bisogna entrare in una nuova ottica: la sfida non è più quella tra cinema al cinema e cinema a casa, tra visioni “belle” su megaschermi con audio Dolby Atmos e visioni “brutte” sui 13 pollici del proprio pc; l’obiettivo è che di cinema si possa ancora continuare a parlare, in qualsiasi forma e su qualsiasi supporto, accettando le nuove regole del gioco.

Tutti i premi di Venezia 77

  • LEONE D’ORO per il miglior film a “Nomadland” di Chloé Zhao

  • GRAN PREMIO DELLA GIURIA a “Nuevo orden” di Michel Franco

  • LEONE D’ARGENTO per la miglior regia a “Wife of a Spy” di Kiyoshi Kurosawa

  • PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a “Dear Comrades” di Andrey Konchalovsky

  • COPPA VOLPI per l’interpretazione femminile a Vanessa Kirby (“Pieces of a Woman”)

  • COPPA VOLPI per l’interpretazione maschile a Pierfrancesco Favino (“Padrenostro”)

  • PREMIO OSELLA per la migliore sceneggiatura a Chaitanya Tamhane (“The Disciple”)

  • LEONE DEL FUTURO – MIGLIOR OPERA PRIMA a “Listen” di Ana Rocha de Sousa

  • PREMIO ORIZZONTI per il miglior film: “The Wasteland” di Ahmad Bahrami

  • PREMIO SETTIMANA DELLA CRITICA a “Ghosts” di Azra Deniz Okyay

  • PREMIO GIORNATE DEGLI AUTORI a “200 Meters” di Ameen Nayfeh

Filippo Zoratti

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Mostra del Cinema di Venezia 2020 – Venezia 77 L’inizio di una nuova era (?)

Mostra del Cinema di Venezia 2020 – Venezia 77 L’inizio di una nuova era (?)

di Filippo Zoratti

Mai come quest’anno la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è un affare per giocolieri, trapezisti, amanti del rischio e del pericolo. In tal senso, parla chiaro la nuova grafica realizzata da Lorenzo Mattotti, con due trapezisti sospesi nel vuoto, tesi nella rappresentazione del loro esercizio. Venezia 77 ama forgiarsi del titolo di primo grande festival a ripartire in era Covid, dopo la necessaria rinuncia a maggio di Cannes e dopo che altre realtà – come ad esempio il Far East Film Festival di Udine – ha preferito spostarsi in blocco on-line, appoggiandosi a MyMovies (scelta, per altro, indovinatissima).

Non è ovviamente ancora del tutto chiaro se quella intrapresa dalla Mostra sia una strada particolarmente virtuosa o particolarmente azzardata. Probabilmente, è entrambe le cose: ci vuole coraggio e incoscienza per riformulare e aggiornare una macchina oliata in ogni minimo dettaglio, facendo da apripista per le manifestazioni a venire. Dal 2 al 12 settembre, al Lido, gli accorgimenti saranno molteplici: 9 punti di ingresso con termoscanner per la temperatura, ingressi contingentati e solo su prenotazione (anche per gli accreditati), obbligo di mascherina e possibilità di assembramenti ridotta al minimo.

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Gli Orizzonti del concorso

Proprio per evitare gli ammassamenti si è deciso di innalzare un “muro” di fronte al tappeto rosso: gli ospiti sfileranno comunque, ma saranno visibili in pratica solo dai megaschermi (o, per chi vi avrà accesso, alle conferenze stampa). È bene sottolineare come, anche da questo punto di vista, si tratterà di un’edizione piuttosto sperimentale e anomala che, facendo di necessità virtù, abbandonerà un po’ il richiamo al vip di turno per tornare a concentrarsi maggiormente sulle nuove scoperte, sul cinema del futuro. Basta leggere l’elenco dei 18 film in concorso, per rendersene pienamente conto: al di là degli aficionados Konchalovsky, Gitai e Rosi, e di qualche nome che abbiamo imparato a conoscere soprattutto grazie a Berlino (la polacca Szumowska con “Never Gonna Snow Again” e l’ungherese Mundruczó con “Pieces of a Woman”), la selezione proporrà una folta schiera di carneadi a caccia di allori. Pensiamo a Mona Fastvold, Julia von Heinz, Jasmila Zbanic; o anche all’italiano Claudio Noce, che con il suo “Padrenostro” cerca quella conferma mai arrivata dopo il buon successo ottenuto nel 2009 con “Good morning Aman”.

Sarà per tutti, insomma, una continua scoperta. E se per qualcuno questo elenco è semplicemente il chiaro segnale di un’annata per forza di cose minore e trascurabile, l’idea portante del direttore Alberto Barbera e dell’organizzatore Roberto Cicutto è quella – nelle intenzioni – di una sorta di parificazione delle sezioni, di una festa del cinema che annulli le distanze. Si è sempre detto che gli Orizzonti sono il vero concorso, libero dagli obblighi di visibilità della gara ufficiale; stavolta, invece, le due sezioni appaiano davvero intercambiabili, dedicate alla ricerca di nuovi talenti da far conoscere al grande pubblico. Tra i lungometraggi spiccano il nuovo capitolo della New Weird Wave greca “Mila (Apple)”, “Mainstream” di Gia Coppola (nipote di Francis Ford), “The Man Who Sold His Skin” della tunisina Kaouther Ben Hania. Titoli importanti, che annullano o ridimensionano la definizione di “collaterale” sostituendola con quella di “globale”. A completare il carnet, infine, ci pensano le 10 opere – più 5 extra, tra cui il film di chiusura “Saint-Narcisse” di Bruce LaBruce – delle Giornate degli Autori e le 9 della Settimana della Critica.

Il Reale e il Virtuale

Saggiamente, Venezia 77 guarda al futuro anche in altre due modalità. Anzitutto, comprendendo – finalmente? – appieno che da questo momento in poi la compenetrazione di “reale” e “virtuale” diventerà la norma. Se il festival non può naturalmente rinunciare al suo lato umano e “fisico”, di scambio culturale in una unica unità di spazio e luogo, va altresì considerato come la formula dell’on-line non è più un optional da guardare con scetticismo. Quella che fino all’anno scorso era quindi una simbolica “Sala Web”, con la programmazione di un unico film al giorno da fruire da casa, oggi diventa invece una vera e propria piattaforma, che permette anche a distanza e da remoto di vivere giorno per giorno la kermesse. Oltre 20 pellicole saranno infatti disponibili su MyMovies, tra Fuori Concorso (c’è anche “Molecole” di Andrea Segre) e Orizzonti (con “Genus Pan” di Lav Diaz), Giornate degli Autori e Settimana della Critica, fino anche alla “palestra” del Biennale College.

A questa decisione si affianca quella del mutuo aiuto reciproco con altre realtà nazionali. Se per problemi di logistica la sezione Sconfini è stata momentaneamente eliminata, i Venezia Classici si sono invece spostati in blocco a Bologna, al festival Il Cinema Ritrovato (rassegna pluri-trentennale dedicata alla riscoperta di film rari e poco noti) tenutosi dal 25 al 31 agosto. Tra i restauri proposti citiamo qui “Cronaca di un amore” di Antonioni, “Quei bravi ragazzi” di Scorsese, “Sedotta e abbandonata” di Germi, “Serpico” di Lumet. Una soluzione non certo di ripiego, e potenzialmente replicabile anche nelle edizioni a venire, qualora la riduzione dei posti in sala diventasse non più un’eccezione ma una regola da seguire per poter continuare a vivere l’esperienza condivisa del cinema.

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Una giuria di pionieri

Il compito delle giurie sarà quest’anno quanto mai delicato: stabilire un Leone d’Oro assumerà inevitabilmente anche i contorni simbolici della ripartenza e della speranza, da tramandare ai posteri come momento di svolta e rinascita di un industria in difficoltà. A raccogliere questa sfida sarà una giuria composta, tra gli altri, dall’attore americano Matt Dillon e dalla regista austriaca Veronika Franz (autrice di “Goodnight Mommy”, uno dei colpi di fulmine della Mostra del 2014, e moglie dell’Ulrich Seidl di “Canicola”), oltre che dalla presidentessa Cate Blanchett. Impossibile, a scatola chiusa e con così tante incognite, individuare quelli che potrebbero essere i titoli prediletti dal gruppo, ai quali spetta un onere inedito, quasi da pionieri della Settima Arte.

Del resto, come ricorda la stessa Blanchett, «È un privilegio, un piacere e un grande onore essere qui oggi. Sembra quasi un miracolo. Aspettavo con ansia di poter venire qui, sono pronta ad applaudire gli organizzatori del festival per la loro capacità inventiva, per la loro resilienza, per la loro capacità collaborativa. Sono pienamente d’accordo sul fatto che si dovesse riaprire, in modo ovviamente sicuro. Il cinema ha avuto dei mesi difficilissimi, ma deve sforzarsi di riemergere». Una riemersione che ha bisogno di sostegno, supporto e fiducia, nonostante la paura: «Ho tante paure ma dobbiamo essere coraggiosi, credo. Una volta che si parte con un progetto bisogna buttare via tutto il resto e rischiare, rischiare anche di fallire». Proprio come i funamboli del poster di lancio, in perenne bilico ma pronti a giocarsi il tutto per tutto.

Filippo Zoratti

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Mostra del Cinema di Venezia 2018 – Venezia 75

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Dedicato agli Oscar, a Netflix, al Messico

di Filippo Zoratti
 

Il palmares di Venezia 75 – tra inaspettati doppi premi e promesse mantenute – lascia sul campo alcune vittime illustri, perlopiù europee. Era difficile immaginare che l’ungherese “Tramonto” di László Nemes e l’italiano “Suspiria” di Luca Guadagnino restassero totalmente a bocca asciutta, ad esempio. Oppure che neanche questo fosse l’anno giusto per la consacrazione del francese Olivier Assayas, erede designato della Nouvelle Vague, o del giapponese Shinya Tsukamoto, universalmente riconosciuto come uno degli autori più importanti della Storia del cinema asiatico. Ma la giuria presieduta da Guillermo del Toro è parsa – più che in altre occasioni – totalmente coesa e convinta: il Leone d’Oro va ad Alfonso Cuarón e al suo “Roma”, con corollario di polemiche sulla dignità dei film Netflix presenti in gara (alimentata dall’Osella per la sceneggiatura assegnata a “La ballata di Buster Scruggs” dei Coen), sulla anomalia di un presidente messicano che premia un conterraneo e sulla natura apertamente filo-americana della “nuova” Mostra del Cinema di Venezia post-Marco Muller, viatico ormai da un lustro degli Academy Awards hollywoodiani.

From Mexico to Mexico

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Se era scritto nelle stelle fin dall’annuncio della sua presenza in concorso che Cuarón avrebbe portato a casa qualcosa col suo nuovo lavoro “Roma” (che non è un film in costume dedicato all’impero romano ma una riflessione auto-biografica sul quartiere messicano in cui il regista è cresciuto), difficilmente avremmo potuto immaginare che quel premio potesse essere il più importante del festival. Non tanto per la qualità dell’opera, quanto perché la possibilità che un presidente di giuria messicano premiasse un suo amico e connazionale ci era da subito sembrata fin troppo smaccata e indifendibile. E invece la pellicola dell’autore di “Gravity” ha messo tutti d’accordo: dal sopraccitato del Toro all’australiana Naomi Watts, dall’austriaco Christoph Waltz alla polacca Malgorzata Szumowska. L’evidenza non si può negare: quella messicana è una delle realtà cinematografiche più interessanti degli ultimi anni, tenuta in altissima considerazione dagli Oscar e dai festival di mezzo mondo. Oltre a del Toro e a Cuarón ci sono Alejandro González Iñárritu (Birdman e Revenant), Carlos Reygardas (Post Tenebras Lux e Nuestro tiempo, quest’ultimo in concorso proprio a Venezia 75) e Guillermo Arriaga (The Burning Plain e lo script di Le tre sepolture di Tommy Lee Jones), tanto per fare qualche nome. C’è insomma un progetto di alto profilo e alta caratura, che giustamente inizia a trovare i meritati sbocchi. Ha vinto dunque il migliore? Probabilmente sì, ma se il presidente di giuria fosse stato qualcun altro ci troveremmo di fronte ad un premio ancora più significativo e potente, privo di qualunque ombra.

Netflix o non Netflix? (Questo è il problema)

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Mentre Berlino prosegue il suo personale discorso sulla valorizzazione delle cinematografie più nascoste o comunque meno valorizzate (l’Iran di Una separazione, la Romania di Il caso Kerenes, l’Ungheria di Corpo e anima), Cannes e Venezia stanno ingaggiando un interessantissimo duello per la supremazia festivaliera. Oggetto del contendere in questi anni è Netflix, che si propone come vera e propria casa di distribuzione alternativa alla sala. Se Cannes ha del tutto ostracizzato i film realizzati dalla piattaforma web non solo dal concorso ufficiale ma anche dalle sezioni collaterali, Venezia si è mossa in direzione ostinata e contraria aprendo totalmente ai cosiddetti “originali Netflix”. Al Lido Netflix è ovunque, perché le viene conferita pari dignità a qualunque altra pellicola. Con Venezia 75 si è aperto il vaso di Pandora: “Roma” sarà visibile su Netflix (ma anche al cinema), così come “La ballata di Buster Scruggs” e – ad esempio – “Sulla mia pelle” (il film incentrato sulla terribile vicenda Cucchi). Le polemiche seguite alla premiazioni ci sembrano strumentali: Netflix non toglie spettatori alle sale cinematografiche; semmai abitua il nuovo pubblico ad una compresenza, formando una generazione di fruitori legati a doppio filo a internet e alle nuove tecnologie. Netflix crea una connessione con la magia del cinema al cinema, non la compromette. E per capire quanto la diatriba sia sterile basta pensare a chi trionfa ai festival e poi sparisce dalla circolazione, senza mai venire distribuito. Come il filippino “The Woman Who Left”, Leone d’Oro 2016, o il turco “Bal”, Orso d’Oro 2010. Vincitori che svaniscono nel nulla, all’interno di un mercato che proprio grazie a Netflix ha ritrovato ossigeno e ragion d’essere.

Leoni hollywoodiani, Oscar veneziani

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La più grande vittoria della Mostra, almeno da cinque anni a questa parte, è quella di essere diventata il catalizzatore dei gusti del pubblico contemporaneo, lo stesso che poi riempie le sale. Per qualcuno è un patto col diavolo: per incontrare i favori degli spettatori occorre aprirsi e “vendersi” al cinema americano più pop(olare), abbandonare la logica dell’autorialità abbracciando un’industria votata al blockbuster. È una scelta di campo discutibile, il cui percorso tuttavia non è ancora del tutto compiuto, è ancora in itinere. Pellicole come “Birdman”, “La La Land” e “La forma dell’acqua” sono senza alcun dubbio ascrivibili al mainstream statunitense, ma racchiudono al contempo al loro interno i germi di una certa nuova indipendenza di idee, di un certo nuovo respiro d’essai. Forse l’obiettivo veneziano è questo: dimostrare che il compromesso non significa per forza rinuncia, snaturamento e corruzione di un ideale, di un talento. Se leggiamo i vincitori di Venezia 75, capiamo che potrebbero essere anche quelli dei prossimi Oscar: il Leone d’Oro di “Roma”, il Leone d’Argento di “The Sister Brothers”, il Gran Premio della Giuria di “La favorita”, la Coppa Volpi maschile di “At Eternity’s Gate” (a Willem Defoe), sono tutti allori che indicano nettamente una dichiarazione politica di intenti, una scommessa sul cinema del futuro. E se il pronostico si rivelerà azzeccato, il 24 febbraio 2019 a Los Angeles assisteremo in diretta ad un evento epocale: il primo Oscar targato Netflix. Prepariamo i pop-corn.

Filippo Zoratti

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Mostra del Cinema di Venezia 2018 – Venezia 75

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I film più attesi

di Filippo Zoratti
 

Dal 29 agosto all’8 settembre 2018 si alza di nuovo il sipario su uno degli eventi cinematografici più importanti al mondo: la Mostra del Cinema di Venezia. In questi ultimi anni il festival diretto da Alberto Barbera si è ripreso il suo posto di rilievo e di prestigio, pareggiando i conti con Berlino e soprattutto con Cannes. La scelta – di cui si può discutere, ma che si è rivelata senza dubbio vincente – è stata quella di una maggior apertura al cinema popolare: i film di punta presenti al Lido sono anche i più quotati agli Oscar. Basti pensare a “Gravity” (7 statuette nel 2014), “Birdman” (4 nel 2015), “La La Land” (6 nel 2017) e “La forma dell’acqua” (4 nel 2018). Con la doverosa premessa che gli Academy Awards non sono rappresentativi di nulla, se non dell’America che premia se stessa, la Mostra catalizza da un lustro i gusti del pubblico che poi riempie le sale. Il miracolo accadrà anche quest’anno? Ecco una panoramica sulle sezioni di Venezia 75, con un occhio di riguardo ai film più attesi della kermesse.

Concorso e Fuori Concorso

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Ad aprire il festival sarà il nuovo film di Damien Chazelle, che al Lido aveva già portato nel 2016 – e sempre come titolo di apertura – il sopraccitato “La La Land”: “Il primo uomo” racconta la storia vera di Neil Armstrong, primo essere umano a mettere piede sul suolo lunare. Grande attesa di pubblico e addetti ai lavori, non solo per il Leone d’Oro ma anche per i futuri Oscar. L’America verrà anche rappresentata da Brady Corbet con “Vox Lux” (e da Natalie Portman nei panni di una popstar in ascesa), dai Fratelli Coen con “The Ballad of Buster Scruggs” (mini-serie prodotta da Netflix ambientata nel west) e dal misconosciuto Rick Alverson con “The Mountain”. Ma c’è lo zampino degli States in molte altre pellicole, sottoforma di coproduzione: occhi aperti quindi sulla Francia di “The Sisters Brothers”, debutto in lingua inglese di Jacques Audiard; sulla Grecia di “La favorita”, inedita incursione nel dramma storico-biografico di Yorgos Lanthimos; e naturalmente sull’Italia di “Suspiria”, remake attesissimo del classico di Dario Argento. Per gli amanti degli outsider poi, curiosità e speranze riposte anche in “Killing – Zan” del maestro Shinya Tsukamoto, in “Tramonto” di Laszlo Nemes (già autore del crudo e indimenticabile “Il figlio di Saul”) e in “Opera senza autore” di Florian Henckel von Donnersmarck, che dopo aver conquistato mezzo mondo con “Le vite degli altri” nel 2006 ha ceduto subito alle sirene hollywoodiane confezionando uno dei peggiori disastri commerciali degli ultimi anni, “The Tourist” con Johnny Depp e Angelina Jolie. Una rapidissima occhiata al Fuori Concorso, infine, soprattutto per segnalare quelli che avrebbero potuto essere film meritevoli della competizione ufficiale. Sul nostro taccuino appuntiamo “A Star is Born”, mega-rifacimento di “È nata una stella” (1937) che porterà sul tappeto rosso nientepopodimeno che Lady Gaga; “Shadow – Ying” del gigante cinese Zhang Yimou e “Monrovia, Indiana” di Frederick Wiseman, il più grande documentarista vivente. Davvero un peccato non vederli gareggiare nella competizione ufficiale.

Un concorso parallelo: la sezione Orizzonti

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Da sempre considerata una competizione parallela votata alla sperimentazione e al vero futuro del cinema, gli Orizzonti di anno in anno scoprono nuove tendenze e nuovi autori destinati a lasciare traccia indelebile di sé. A scatola chiusa è difficile destreggiarsi fra nomi perlopiù sconosciuti e sollecitazioni della più svariata natura, ma vale la pena provarci. Phuttipong Aroonpheng ad esempio viene segnalato come l’erede designato del cineasta thailandese Apichatpong Weerasethakul (Palma d’Oro a Cannes 2010 con “Lo zio Bonmee che si ricorda le vite precedenti”), e con questa fama va da sé che il suo “Manta Ray” sembri uno dei titoli più interessanti. E sempre partendo dall’autore ci sembra meritevole di attenzione anche Flavia Castro, che a Venezia porta “Deslembro” e la fama di autrice capace di mescolare sfera privata (è figlia di militanti trotskisti brasiliani) e socio-politica. L’Italia porta in dote due giovani registi, Alessio Cremonini ed Emanuele Scaringi, con due opere che faranno discutere anche se per motivi diversi: da un lato “Sulla mia pelle”, opera di finzione sulla vicenda di Stefano Cucchi, dall’altra “La profezia dell’armadillo”, trasposizione del graphic novel firmato dall’amatissimo fumettista Zerocalcare. È su un lavoro statunitense che tuttavia puntiamo fortemente per la vittoria: “Charlie Says” di Mary Harron, incentrato sulla storia vera di tre donne condannate all’ergastolo per aver aver commesso dei crimini ordinati da Charles Manson.

Sezioni autonome: Settimana della Critica e Giornate degli Autori

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Parallelamente ai percorsi più evidenti, sui quali si concentra l’attenzione maggiore dell’opinione pubblica anche in virtù di grandi nomi di richiamo (sia dietro che davanti la cinepresa), si muovono le ormai confermatissime sezioni autonome. Anche in questo caso si procede quasi sempre a scatola chiusa, animati dal piacere di scoprire magari per caso film di altissimo profilo lontani dagli squilli di tromba del red carpet. Innovazione, ricerca, originalità espressiva e indipendenza produttiva: queste le carte vincenti dei lavori presenti nella Settimana e nelle Giornate. E allora le nostre antenne si alzano per “M” di Anna Eriksson, che esplora il mondo fra sessualità e morte; per “Continuer – Keep Going” di Joachim Lafosse, storia di una madre e di un figlio che attraversano il Kirghizistan a cavallo; e per “Les tombeaux sans noms” di Rithy Panh, che prosegue la sua riflessione sul passato della Cambogia sotto il regime degli Khmer rossi dopo “L’immagine mancante”. Un paniere ricchissimo quello di Venezia 75, arricchito anche da eventi speciali (“The Other Side of the Wind” di Orson Welles!), dalla nuova sezione Sconfini (che presenterà ben 4 film italiani) e dalla piccola ma fondamentale Biennale College (occhio all’ungherese “Deva”, potrebbe essere una rivelazione). Il compito delle giurie sarà al solito arduo: attendiamo con grande curiosità i responsi di sabato 8 settembre.

Filippo Zoratti

Cinema

Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2017- Venezia 74

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Un coraggio da Leone (d’Oro)

di Filippo Zoratti

Salutata fin dall’annuncio del programma come una delle edizioni più coraggiose degli ultimi anni, Venezia 74 ha mantenuto la promessa fino alla fine. Vince il Leone d’Oro Guillermo del Toro con “The Shape of Water”, seguito dall’Argento a “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand e dal Gran Premio a “Foxtrot” di Samuel Maoz. Tre titoli che durante la kermesse nessuno o quasi aveva avuto l’ardire di nominare, ipotizzando fosse l’anno di Guédiguian con il suo “La villa”, di Abdel Kechiche con “Mektoub, My Love: Canto uno” o di Martin McDonagh con “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”. Speranze sparse e the-shape-of-water-trailer-1006017altalenanti poi anche per “Ex Libris” di Wiseman (la cui presenza al Lido sembrava dovesse avere come naturale conseguenza un riconoscimento di qualche tipo) e per “The Third Murder” di Kore-eda Hirokazu. Il trionfo inatteso di del Toro – che sul palco ha dichiarato di credere fermamanete ai “monsters”, termine frainteso ahilui dalla traduttrice con “mustard”, con effetto tragicomico – riequilibra i Leoni ostici e pressoché invisibili (in sala) degli ultimi anni: da “Sacro GRA” di Rosi allo svedese “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, dal colombiano “Ti guardo” al filippino “The Woman who Left”. La giuria capitanata da Annette Bening – formata fra gli altri da Rebecca Hall, Jasmine Trinca ed Edgar Wright – ha con un colpo di spugna restituito il cinema al pubblico, sancendo la necessità di wp_20170909_011un’autorialità ricevibile e fruibile anche dallo spettatore pop del sabato sera, magari ignaro della vittoria veneziana. Una scelta (opinabile, ovviamente, ma affascinante) in qualche modo simile a quella compiuta nel 2008 con “The Wrestler” di Aronofsky, ode al corpo sfatto e all’anima fragile di Mickey Rourke. La consacrazione di del Toro, autore storicamente sottovalutato dalla critica a causa di una poetica che non disdegna il mainstream (come dimostra gran parte della sua produzione, da “Hellboy” a “Il labirinto del fauno”, fino a “Pacific Rim”), passa attraverso la storia di una addetta alle pulizie muta che instaura un rapporto di amicizia con una creatura anfibia scoperta all’interno di una cisterna d’acqua. Una favola nera dedicata agli emarginati che non cambiano le regole del mondo ma le subiscono, un approdo all’intimismo fantastico che tutto sommato ci sembra andare a braccetto con quello più sociale dell’opera prima “Jusqu’à la garde” di Legrand, focalizzato su due genitori che divorziano e litigano per la custodia del figlio (ignorando che la vera vittima sia proprio lui). Venezia 74 verrà ricordata anche per un altro tocco di spavalderia/follia: l’assenza di premi italiani. Un colpo di scena, giacché un premio, macro o microscopico che sia, ogni anno viene consegnato ad almeno una delle opere nazionali in concorso quasi di default. Così la quasi sicura Coppa Volpi al Donald Sutherland di “Ella & John” di Virzì è finita nelle mani di Kamel El Basha per il libanese “The Insult”, mentre l’alloro per la miglior interpretazione femminile a Charlotte Rampling per l’italo-franco-belga “Hannah” appare più come uno sberleffo allo Stivale che una sua celebrazione. A risaltare di conseguenza – e ne siamo felici – è stata la vittoria di Susanna Nicchiarelli nei collaterali “Orizzonti”, con un’opera (“Nico, 1988”, in uscita il 12 ottobre, storia della musa warholiana Christa Paffgen) di cui sentiremo ancora parlare.

Filippo Zoratti

Tutti i Premi

  • Leone d’Oro: “The Shape of Water” di Guillermo del Toro

  • Leone d’Argento: “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand

  • Gran Premio della Giuria: “Foxtrot” di Samuel Maoz

  • Premio Speciale della Giuria: “Sweet Country” di Warwick Thornton

  • Coppa Volpi femminile: Charlotte Rampling per “Hannah”

  • Coppa Volpi maschile: Kamel El Basha per “The Insult”

  • Premio Osella per la migliore sceneggiatura: “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh

  • Premio Marcello Mastroianni per il miglior emergente: Charlie Plummer per “Lean on Pete”

  • Premio opera prima – Leone del futuro: “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand

  • Premio Orizzonti per il miglior film: “Nico, 1988” di Susanna Nicchiarelli

  • Premio Giornate degli Autori: “Candelaria” di Jhonny Hendrix Hinestroza

  • Premio Settimana Internazionale della Critica: “Temporada de caza” di Natalia Garagiola