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Mostra del Cinema di Venezia 2018 – Venezia 75

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I film più attesi

di Filippo Zoratti
 

Dal 29 agosto all’8 settembre 2018 si alza di nuovo il sipario su uno degli eventi cinematografici più importanti al mondo: la Mostra del Cinema di Venezia. In questi ultimi anni il festival diretto da Alberto Barbera si è ripreso il suo posto di rilievo e di prestigio, pareggiando i conti con Berlino e soprattutto con Cannes. La scelta – di cui si può discutere, ma che si è rivelata senza dubbio vincente – è stata quella di una maggior apertura al cinema popolare: i film di punta presenti al Lido sono anche i più quotati agli Oscar. Basti pensare a “Gravity” (7 statuette nel 2014), “Birdman” (4 nel 2015), “La La Land” (6 nel 2017) e “La forma dell’acqua” (4 nel 2018). Con la doverosa premessa che gli Academy Awards non sono rappresentativi di nulla, se non dell’America che premia se stessa, la Mostra catalizza da un lustro i gusti del pubblico che poi riempie le sale. Il miracolo accadrà anche quest’anno? Ecco una panoramica sulle sezioni di Venezia 75, con un occhio di riguardo ai film più attesi della kermesse.

Concorso e Fuori Concorso

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Ad aprire il festival sarà il nuovo film di Damien Chazelle, che al Lido aveva già portato nel 2016 – e sempre come titolo di apertura – il sopraccitato “La La Land”: “Il primo uomo” racconta la storia vera di Neil Armstrong, primo essere umano a mettere piede sul suolo lunare. Grande attesa di pubblico e addetti ai lavori, non solo per il Leone d’Oro ma anche per i futuri Oscar. L’America verrà anche rappresentata da Brady Corbet con “Vox Lux” (e da Natalie Portman nei panni di una popstar in ascesa), dai Fratelli Coen con “The Ballad of Buster Scruggs” (mini-serie prodotta da Netflix ambientata nel west) e dal misconosciuto Rick Alverson con “The Mountain”. Ma c’è lo zampino degli States in molte altre pellicole, sottoforma di coproduzione: occhi aperti quindi sulla Francia di “The Sisters Brothers”, debutto in lingua inglese di Jacques Audiard; sulla Grecia di “La favorita”, inedita incursione nel dramma storico-biografico di Yorgos Lanthimos; e naturalmente sull’Italia di “Suspiria”, remake attesissimo del classico di Dario Argento. Per gli amanti degli outsider poi, curiosità e speranze riposte anche in “Killing – Zan” del maestro Shinya Tsukamoto, in “Tramonto” di Laszlo Nemes (già autore del crudo e indimenticabile “Il figlio di Saul”) e in “Opera senza autore” di Florian Henckel von Donnersmarck, che dopo aver conquistato mezzo mondo con “Le vite degli altri” nel 2006 ha ceduto subito alle sirene hollywoodiane confezionando uno dei peggiori disastri commerciali degli ultimi anni, “The Tourist” con Johnny Depp e Angelina Jolie. Una rapidissima occhiata al Fuori Concorso, infine, soprattutto per segnalare quelli che avrebbero potuto essere film meritevoli della competizione ufficiale. Sul nostro taccuino appuntiamo “A Star is Born”, mega-rifacimento di “È nata una stella” (1937) che porterà sul tappeto rosso nientepopodimeno che Lady Gaga; “Shadow – Ying” del gigante cinese Zhang Yimou e “Monrovia, Indiana” di Frederick Wiseman, il più grande documentarista vivente. Davvero un peccato non vederli gareggiare nella competizione ufficiale.

Un concorso parallelo: la sezione Orizzonti

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Da sempre considerata una competizione parallela votata alla sperimentazione e al vero futuro del cinema, gli Orizzonti di anno in anno scoprono nuove tendenze e nuovi autori destinati a lasciare traccia indelebile di sé. A scatola chiusa è difficile destreggiarsi fra nomi perlopiù sconosciuti e sollecitazioni della più svariata natura, ma vale la pena provarci. Phuttipong Aroonpheng ad esempio viene segnalato come l’erede designato del cineasta thailandese Apichatpong Weerasethakul (Palma d’Oro a Cannes 2010 con “Lo zio Bonmee che si ricorda le vite precedenti”), e con questa fama va da sé che il suo “Manta Ray” sembri uno dei titoli più interessanti. E sempre partendo dall’autore ci sembra meritevole di attenzione anche Flavia Castro, che a Venezia porta “Deslembro” e la fama di autrice capace di mescolare sfera privata (è figlia di militanti trotskisti brasiliani) e socio-politica. L’Italia porta in dote due giovani registi, Alessio Cremonini ed Emanuele Scaringi, con due opere che faranno discutere anche se per motivi diversi: da un lato “Sulla mia pelle”, opera di finzione sulla vicenda di Stefano Cucchi, dall’altra “La profezia dell’armadillo”, trasposizione del graphic novel firmato dall’amatissimo fumettista Zerocalcare. È su un lavoro statunitense che tuttavia puntiamo fortemente per la vittoria: “Charlie Says” di Mary Harron, incentrato sulla storia vera di tre donne condannate all’ergastolo per aver aver commesso dei crimini ordinati da Charles Manson.

Sezioni autonome: Settimana della Critica e Giornate degli Autori

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Parallelamente ai percorsi più evidenti, sui quali si concentra l’attenzione maggiore dell’opinione pubblica anche in virtù di grandi nomi di richiamo (sia dietro che davanti la cinepresa), si muovono le ormai confermatissime sezioni autonome. Anche in questo caso si procede quasi sempre a scatola chiusa, animati dal piacere di scoprire magari per caso film di altissimo profilo lontani dagli squilli di tromba del red carpet. Innovazione, ricerca, originalità espressiva e indipendenza produttiva: queste le carte vincenti dei lavori presenti nella Settimana e nelle Giornate. E allora le nostre antenne si alzano per “M” di Anna Eriksson, che esplora il mondo fra sessualità e morte; per “Continuer – Keep Going” di Joachim Lafosse, storia di una madre e di un figlio che attraversano il Kirghizistan a cavallo; e per “Les tombeaux sans noms” di Rithy Panh, che prosegue la sua riflessione sul passato della Cambogia sotto il regime degli Khmer rossi dopo “L’immagine mancante”. Un paniere ricchissimo quello di Venezia 75, arricchito anche da eventi speciali (“The Other Side of the Wind” di Orson Welles!), dalla nuova sezione Sconfini (che presenterà ben 4 film italiani) e dalla piccola ma fondamentale Biennale College (occhio all’ungherese “Deva”, potrebbe essere una rivelazione). Il compito delle giurie sarà al solito arduo: attendiamo con grande curiosità i responsi di sabato 8 settembre.

Filippo Zoratti

Cinema

Far East Film Festival 20

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FEFF 2018 – Tutti i vincitori

 
di Filippo Zoratti
 

Con 81 film proiettati (di cui 55 in concorso), eventi collaterali da tutto esaurito (Casa Ramen in cima alla lista, ma anche la Chinatown allestita in centro città e l’ormai abituale Cosplay Contest) e workshop rinnovati e ampliati (Ties That Bind, confronto annuale sul mercato che lega Oriente e Occidente arricchendo entrambe le parti), il Far East Film Festival numero 20 ha chiuso i battenti sabato 28 aprile celebrando la vittoria di “1987: When the Day Comes” e già mettendo le mani avanti per l’anno prossimo: quale sarà il nuovo filone aurifero da scandagliare? Le serie tv (coreane e giapponesi, presumibilmente), oltre all’approfondimento delle produzioni Netflix/Amazon già iniziato in questa edizione. Un occhio al pubblico che ha reso forte e importante la kermesse e un occhio ai “nuovi spettatori” del futuro, una rivoluzione già iniziata con il palmares dei vincitori di quest’anno, abile sintesi di cinema impegnato ed intrattenimento più leggero e popolare Ecco a voi la lista dei premiati.

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Gelso d’Oro – 1987: When the Day Comes (Corea del Sud, 2017)1987

Vince un film coreano, e più in generale vince il cinema coreano: le opere provenienti dalla penisola asiatica sono state le più amate e le più applaudite, a sancire una sorta di sorpasso nei confronti del Giappone (storicamente, la nazione più cinematograficamente vicina al gusto occidentale). “1987” è una pellicola d’impegno rigorosa e necessaria, dedicata al movimento studentesco che si è opposto al regime di allora e alla sua sanguinosa repressione. Guardando il lavoro di Jang Joon-hwan – e il documentario gemello “Courtesy to the Nation” – si sente l’eco di vicende a noi familiari: quella di Stefano Cucchi e quella di Giulio Regeni. Una comunanza e una vicinanza premiata – giustamente, viste anche le qualità di scrittura e recitazione – dal pubblico con una media voto altissima: 4,596 (su un massimo di 5). Vincitore – oltre che col Gelso d’Oro – anche del Black Dragon Award.

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2° posto – One Cut of the Dead (Giappone, 2018)one_cut

Plebiscito e ovazioni in sala per l’irresistibile film sorpresa dell’edizione, proiettato a mezzanotte senza alcun tipo di aspettativa iniziale tra lo stupore della platea. “One Cut of the Dead” è una horror-comedy incentrata su una troupe cinematografica che sta girando uno zombie movie in una fabbrica abbandonata. Un film nel film (nel film!) impreziosito da un piano sequenza iniziale di ben 37 minuti. La fantasia è più forte del denaro, per una volta è vero: questa piccola opera girata in economia è una esplosione di creatività che trasuda amore per la Settima Arte invitando lo spettatore ad un gioco consapevole e attivo. Un vincitore mancato, considerato che la sua media voto è di 4,589 (solo 0,007 punti in meno rispetto a “1987”!), ma si tratta quasi di un parimerito: la pellicola di Ueda Shinichiro è stata senza dubbio la più amata del festival, sulla bocca di tutti anche nei giorni successivi alla proiezione.

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3° posto – The Battleship Island (Corea del Sud, 2017)battleship_island

Mega-iper-extra blockbuster “più grande del cinema”, “The Battleship Island” è l’esempio più lampante di come il cinema coreano contemporaneo necessiti – anche quando si parla di eventi storici – di budget consistenti e di una certa esuberanza produttiva per arrivare alla maggior fetta di pubblico possibile. Il film di Ryoo Seung-wan stordisce e ammalia, portandoci in un campo di prigionia giapponese nel 1944, ad un passo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Interpretazione memorabile della superstar coreana Hwang Jung-min (lo stesso di “Ode to My Father” e “You are My Sunshine”), strizzatine d’occhio al cinema mainstream Usa… e una certezza: “The Battleship Island” potrebbe essere tranquillamente distribuito e proiettato nelle nostre sale (mentre, molto probabilmente, sarà acquistato da Hollywood che ne girerà un rifacimento ad hoc).

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Gelso Bianco al regista emergente – Last Child (Corea del Sud, 2018)last_child

Introdotto per la prima volta quest’anno, il Gelso Bianco premia il miglior regista esordiente al primo o al secondo film. C’era l’imbarazzo della scelta, per la giuria creata per l’occasione (il produttore hongkongese Albert Lee, il produttore americano Peter Loehr e lo sceneggiatore italiano Massimo Gaudioso): ben 21 dei 55 titoli in concorso erano opere prime e seconde. Un autentico tesoro, da cui è emerso abbastanza a sorpresa “Last Child” del coreano Shin Dong-seok. Un dramma emozionale in cui viene messo in scena l’invisibile: il vuoto interiore insostenibile che anima i protagonisti alle prese con la tragedia di un ragazzo annegato. Avremmo forse preferito a conti fatti vedere premiato il taiwanese d’animazione “On Happiness Road”, il giapponese “One Cut of the Dead” (di cui parliamo qua sopra) o il thailandese “Bad Genius”. Ma l’assegnazione dell’award a “The Last Child” fa il paio con l’evidenza di questa edizione 20: i coreani (del sud) sono quelli che oggi esprimono il cinema più completo, interessante e “giovane”.

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MyMovies Award – The Empty Hands (Hong Kong, 2017)empty_hands

Potremmo tranquillamente ribattezzarlo “premio simpatia”: di anno in anno a vincere il MyMovies Award (assegnato con votazione on line) è l’opera che fa più presa su una certa tipologia di pubblico, al contempo forse più cinefila e sicuramente più pop. Nel 2016 trionfò “Thermae Romae II”, nel 2015 “It’s Me, it’s Me” di Miki Satoshi, nel 2009 “One Million Yen Girl”… quest’anno il più votato è stato uno dei registi/attori più conosciuti dalla platea del FEFF: Chapman To, corpo comico hongkongese che sta cercando di ritagliarsi un proprio spazio autoriale con uno stile tuttavia ancora ondivago e altalenante. Spesso il Chapman To regista non mantiene del tutto ciò che promette, e “The Empty Hands” non fa eccezione: mescolando arti marziali, momenti slapstick, parentesi riflessive e amore per la patria la messinscena stupisce ma non convince, lasciandoci alla fine un po’ – come dice il titolo del film stesso – “a mani vuote”.

 

 

Filippo Zoratti

 

 

 

Cinema

Far East Film Festival 20

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FEFF 2018 La tradizione e l’innovazione

di Filippo Zoratti

20 anni. Un periodo che sembra lunghissimo, e che di fatto copre una generazione. Ma al contempo breve, sommario, per comprendere i meccanismi cinematografici di un continente come quello asiatico. 5 lustri sono stati necessari al Far East e alla sua platea per scalfire una superficie, per apprendere più o meno come funzionano le industrie di Giappone, Cina, Corea del Sud, Hong Kong, Thailandia e Filippine. Nella sua edizione numero 20 riafferma il suo statuto di festival “popolare” (aperto a tutto e a tutti, senza restrizioni di sorta), ricostruisce un pezzettino di Storia dimenticata con una manciata di retrospettive e apre al futuro. Come? Riconoscendo le nuove piattaforme cinematografiche (Netflix), sfidando la sacralità di film cult che sembravano intoccabili (e invece…) e offrendo al pubblico il solito mix di eventi extra (concerti, mercatini, cosplay contest) che non rinchiudono la manifestazione dentro le scontate quattro mura di un cinema. Ma andiamo con ordine, riassumendo le coordinate di ciò che succederà a Udine dal 20 al 28 aprile.

 

 

 

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Il futuro è già qui: Netflix!

In aperto e significativo contrasto con il Festival di Cannes, che elimina dalla propria selezione tutti i prodotti originali provenienti dal web, il FEFF programma come film di apertura… una pellicola già presente e disponibile su Netflix. Si tratta di “Steel Rain”, action coreano a rotta di collo che fa il paio con un altro titolo già ampiamente disponibile on demand: il sempre coreano “Forgotten”. Come a dire che Netflix – ormai distributore cinematografico a sé stante – non solo non deve essere fermato, ma al contrario celebrato. Ci vuole coraggio (il coraggio che il FEFF ha sempre avuto), così come ci vuole intuizione e spavalderia per chiudere il festival con un’opera indonesiana: il crudo e iperrealistico “Night Bus”. Se è vero – come è vero – che il cinema in Indonesia sta crescendo assumendo via via sostanziale fiducia nei propri mezzi, è giusto e condivisibile che questo sforza venga premiato.

 

 

 

 

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Una finestra sul mondo: i documentari

Nulla come i documentari (fiore all’occhiello del Far East già da qualche anno) permette di comprendere la realtà e la quotidianità orientale. A fare da capofila quest’anno ci pensa “Courtesy to the Nation”, che ripercorre le sanguinose rivolte studentesche avvenute in Corea del Sud a metà degli anni ’80. A questo si aggiungono due focus dedicati alla musica e al dialogo fra Oriente e Occidente: se da un lato “Sukita” racconta il rapporto di privilegiata amicizia fra David Bowie e il fotografo Sukita Masayoshi, dall’altro “Ryuichi Sakamoto: Coda” osserva il genio Sakamoto (autore delle colonne sonore di “Furyo”, “Piccolo Buddha” e “Revenant”) al lavoro. Ultimo ma non ultimo “Ramen Heads”, dedicato allo chef giapponese Tomita Osamu.

 

 

 

 

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Restauri, omaggi, retrospettive

Il paniere delle proposte (81 film, di cui 55 in concorso) è talmente ampio da permettere sia percorsi contemporanei – relativi cioè al meglio della produzione panasiatica dell’ultimo anno – che grandi recuperi del passato, nuovi piccoli tasselli di quel mosaico gigantesco che si chiama Asia. La punta dell’iceberg quest’anno è la retrospettiva dedicata a Brigitte Lin, una delle muse di Wong Kar-wai: a lei verrà consegnato il Gelso d’Oro alla carriera nella serata di sabato 21, in accoppiata con la proiezione di “Hong Kong Express”. Saranno poi 6 i classici restaurati: in cima alla lista spicca il noir “Throw Down” di Johnnie To, del 2004, a dimostrazione di come il termine “restauro” non riguardi solo film di mezzo secolo fa ma anche pellicole del recente passato.

 

 

 

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I 5 film imperdibili

È ovviamente difficile, se non impossibile, decidere a scatola chiusa quali saranno i film di punta dell’edizione. Ci si può allora affidare ai nomi già conosciuti, come garanzia. Scorrendo il programma salta subito all’occhio ad esempio la presenza del nuovo film di Feng Xiaogang, “Youth”. Già Gelso d’Oro nel 2017, Feng è all’unanimità definito “lo Steven Spielberg cinese”, per la sua capacità di mescolare respiro autoriale e dinamiche da blockbuster. C’è poi – e questo è davvero un nome inatteso – il curioso ritorno di Chen Kaige, maestro del cinema cinese Palma d’Oro a Cannes 46 con “Addio mia concubina”. Il suo “The Legend of the Demon Cat” sembra votato all’intrattenimento puro e semplice, con la sua trama fantasy tratta da un ciclo di romanzi molto amati in patria. Dalla Cina al Giappone: in gara trovano spazio anche “Mori, the Artist’s Habitat” dell’amatissimo Okita Shuichi (suoi “The Woodsman and the Rain”, “A Story of Yonosuke” e “Mohican Comes Home”, applauditi e premiati nelle scorse edizioni del FEFF) e “Yocho” di Kiyoshi Kurosawa, maestro del J-Horror (orrore più mistero più psicologia). A chiudere il cerchio degli imperdibili infine un’opera coreana campionessa di incassi: “The Blood of Wolves”, che racconta la lotta lunga quasi 20 anni fra polizia e malavita.

 

Filippo Zoratti

Cinema

Far East Film Festival 20, Teatro Nuovo Giovanni da Udine e Visionario dal 20 al 28 aprile

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Oggi alle 20 a Udine parte il Far East Film Festival 20

 

Lo spy thriller coreano Steel Rain apre la 20a edizione del Far East Film Festival!
Il viaggio nel “lontano Est” del Far East Film Festival si aprirà venerdì 20 aprile alle ore 20.00 con il super spy thriller coreano Steel Rain e il dramma malesiano Crossroads: One Two Jaga (alle ore 22.40) con la bellissima attrice Asmara che parla anche italiano!Intanto in città i led rossi di  via Mercatovecchio illumineranno lo spettacolo d’apertura dei FEFF Events. Una grande festa popolare che si aprirà venerdì 20 aprile alle  20.30 con la tradizionale  Danza del pesce e i tamburi giapponesi Taiko.