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Cinema

Far East Film Festival 20

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FEFF 2018 – Tutti i vincitori

 
di Filippo Zoratti
 

Con 81 film proiettati (di cui 55 in concorso), eventi collaterali da tutto esaurito (Casa Ramen in cima alla lista, ma anche la Chinatown allestita in centro città e l’ormai abituale Cosplay Contest) e workshop rinnovati e ampliati (Ties That Bind, confronto annuale sul mercato che lega Oriente e Occidente arricchendo entrambe le parti), il Far East Film Festival numero 20 ha chiuso i battenti sabato 28 aprile celebrando la vittoria di “1987: When the Day Comes” e già mettendo le mani avanti per l’anno prossimo: quale sarà il nuovo filone aurifero da scandagliare? Le serie tv (coreane e giapponesi, presumibilmente), oltre all’approfondimento delle produzioni Netflix/Amazon già iniziato in questa edizione. Un occhio al pubblico che ha reso forte e importante la kermesse e un occhio ai “nuovi spettatori” del futuro, una rivoluzione già iniziata con il palmares dei vincitori di quest’anno, abile sintesi di cinema impegnato ed intrattenimento più leggero e popolare Ecco a voi la lista dei premiati.

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Gelso d’Oro – 1987: When the Day Comes (Corea del Sud, 2017)1987

Vince un film coreano, e più in generale vince il cinema coreano: le opere provenienti dalla penisola asiatica sono state le più amate e le più applaudite, a sancire una sorta di sorpasso nei confronti del Giappone (storicamente, la nazione più cinematograficamente vicina al gusto occidentale). “1987” è una pellicola d’impegno rigorosa e necessaria, dedicata al movimento studentesco che si è opposto al regime di allora e alla sua sanguinosa repressione. Guardando il lavoro di Jang Joon-hwan – e il documentario gemello “Courtesy to the Nation” – si sente l’eco di vicende a noi familiari: quella di Stefano Cucchi e quella di Giulio Regeni. Una comunanza e una vicinanza premiata – giustamente, viste anche le qualità di scrittura e recitazione – dal pubblico con una media voto altissima: 4,596 (su un massimo di 5). Vincitore – oltre che col Gelso d’Oro – anche del Black Dragon Award.

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2° posto – One Cut of the Dead (Giappone, 2018)one_cut

Plebiscito e ovazioni in sala per l’irresistibile film sorpresa dell’edizione, proiettato a mezzanotte senza alcun tipo di aspettativa iniziale tra lo stupore della platea. “One Cut of the Dead” è una horror-comedy incentrata su una troupe cinematografica che sta girando uno zombie movie in una fabbrica abbandonata. Un film nel film (nel film!) impreziosito da un piano sequenza iniziale di ben 37 minuti. La fantasia è più forte del denaro, per una volta è vero: questa piccola opera girata in economia è una esplosione di creatività che trasuda amore per la Settima Arte invitando lo spettatore ad un gioco consapevole e attivo. Un vincitore mancato, considerato che la sua media voto è di 4,589 (solo 0,007 punti in meno rispetto a “1987”!), ma si tratta quasi di un parimerito: la pellicola di Ueda Shinichiro è stata senza dubbio la più amata del festival, sulla bocca di tutti anche nei giorni successivi alla proiezione.

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3° posto – The Battleship Island (Corea del Sud, 2017)battleship_island

Mega-iper-extra blockbuster “più grande del cinema”, “The Battleship Island” è l’esempio più lampante di come il cinema coreano contemporaneo necessiti – anche quando si parla di eventi storici – di budget consistenti e di una certa esuberanza produttiva per arrivare alla maggior fetta di pubblico possibile. Il film di Ryoo Seung-wan stordisce e ammalia, portandoci in un campo di prigionia giapponese nel 1944, ad un passo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Interpretazione memorabile della superstar coreana Hwang Jung-min (lo stesso di “Ode to My Father” e “You are My Sunshine”), strizzatine d’occhio al cinema mainstream Usa… e una certezza: “The Battleship Island” potrebbe essere tranquillamente distribuito e proiettato nelle nostre sale (mentre, molto probabilmente, sarà acquistato da Hollywood che ne girerà un rifacimento ad hoc).

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Gelso Bianco al regista emergente – Last Child (Corea del Sud, 2018)last_child

Introdotto per la prima volta quest’anno, il Gelso Bianco premia il miglior regista esordiente al primo o al secondo film. C’era l’imbarazzo della scelta, per la giuria creata per l’occasione (il produttore hongkongese Albert Lee, il produttore americano Peter Loehr e lo sceneggiatore italiano Massimo Gaudioso): ben 21 dei 55 titoli in concorso erano opere prime e seconde. Un autentico tesoro, da cui è emerso abbastanza a sorpresa “Last Child” del coreano Shin Dong-seok. Un dramma emozionale in cui viene messo in scena l’invisibile: il vuoto interiore insostenibile che anima i protagonisti alle prese con la tragedia di un ragazzo annegato. Avremmo forse preferito a conti fatti vedere premiato il taiwanese d’animazione “On Happiness Road”, il giapponese “One Cut of the Dead” (di cui parliamo qua sopra) o il thailandese “Bad Genius”. Ma l’assegnazione dell’award a “The Last Child” fa il paio con l’evidenza di questa edizione 20: i coreani (del sud) sono quelli che oggi esprimono il cinema più completo, interessante e “giovane”.

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MyMovies Award – The Empty Hands (Hong Kong, 2017)empty_hands

Potremmo tranquillamente ribattezzarlo “premio simpatia”: di anno in anno a vincere il MyMovies Award (assegnato con votazione on line) è l’opera che fa più presa su una certa tipologia di pubblico, al contempo forse più cinefila e sicuramente più pop. Nel 2016 trionfò “Thermae Romae II”, nel 2015 “It’s Me, it’s Me” di Miki Satoshi, nel 2009 “One Million Yen Girl”… quest’anno il più votato è stato uno dei registi/attori più conosciuti dalla platea del FEFF: Chapman To, corpo comico hongkongese che sta cercando di ritagliarsi un proprio spazio autoriale con uno stile tuttavia ancora ondivago e altalenante. Spesso il Chapman To regista non mantiene del tutto ciò che promette, e “The Empty Hands” non fa eccezione: mescolando arti marziali, momenti slapstick, parentesi riflessive e amore per la patria la messinscena stupisce ma non convince, lasciandoci alla fine un po’ – come dice il titolo del film stesso – “a mani vuote”.

 

 

Filippo Zoratti