Monthly Archives: aprile 2016

Cinema

18° Far East Film Festival – FEFF 2016

Episodio II: Caccia all’orrore

di Filippo Zoratti

Per anni l’Horror Day è stato – in modo trasversale rispetto al variegato programma delle retrospettive – uno dei punti fermi del Far East Film Festival. La sua esplosione e il suo successivo declino hanno coinciso con la scoperta e la caduta del J-Horror: titoli come “Ring” (1998), “Ju-on” (2000) e “Dark Water” (2002), assieme all’hongkongese “The Eye” (2002) hanno aperto la via ad un nuovo – sopravvalutato? – filone aurifero, come dimostrano anche gli svariati remake americani che ne sono stati tratti. È stata una fiammata, breve ma intensa, che ci ha fatto scoprire alcune “ossessioni” asiatiche fino a quel momento sconosciute, molto più che per altri generi: la presenza dell’acqua ad esempio, che per un Paese circondato dall’Oceano come il Giappone è portatrice di spavento e minaccia imminente (e il pubblico occidentale ha trovato finalmente una motivazione per la follia generata da una goccia che cade dal soffitto). Il FEFF è stato lungimirante nella sua caccia all’orrore, seminando qua e là nel corso delle edizioni qualche titolo effettivamente memorabile: “R-Point” (2004), “13-Beloved” (2006), “Body” (2007), “4bia” (2008), “Bedevilled” (2010). Poi il gioco si è rotto, complice l’altalenante produzione annuale delle singole nazioni e la sensazione che il vento iniziasse a girare altrove. Da Far East 14 (ovvero dal 2012) la giornata dedicata all’horror è stata bandita, con un meccanismo simile a quello avvenuto per il tramonto della selezione Pink Movies (il cui canto del cigno è stato l’indimenticato “The Glamorous Life of Sachiko Hanai”). A 6 anni di distanza però, con un colpo di scena inatteso, eccolo di nuovo, ribattezzato Psycho Horror Day. Introdotto idealmente dalla proiezione di “House”

1977 - Torta del film "House"

1977 – Torta della festa del film “House”

e dal Gelso d’Oro alla carriera a Obayashi Nobuhiko, il focus sulla paura attinge a diverse realtà, affidandosi all’emulazione o cercando una propria originalità: nel calderone trovano spazio esorcismi alla Friedkin (“The Priest”) e mostri della montagna taiwanesi (“The Tag-Along”), cultura pop tailandese (“Senior”) e incubi d’atmosfera coreani anni ’30 (“The Silenced”). Fino alle due pellicole di punta, entrambe nipponiche: “The Inerasable” di Nakamura Yoshihiro (sceneggiatore proprio di “Dark Water”) e “Creepy” di Kurosawa Kiyoshi (passato a Berlino). Il FEFF ci riprova, rilanciando una proposta che sembrava morta e sepolta sotto il peso di molti film non all’altezza della definizione horror. Una scelta che si specchia e fa il paio da un lato con la conferma dei documentari (ce n’è uno anche nell’Horror Day: “The Lovers and the Despot”, sul rapimento del regista Shin Sang-ok da parte del dittatore nordcoreano Kim Jong-il), una delle novità più apprezzate degli ultimi anni, e dall’altro con la new entry della piccola selezione “China Now”, che ci immerge nella realtà dei film cinesi destinati a non essere diffusi oltre i confini della Repubblica Popolare. Si ritorna insomma al futuro, esplorando al contempo nuovi possibili percorsi degni di approfondimento culturale. Se c’è un motivo per cui (da spettatori, studiosi, cinefili) occorre essere grati per il lavoro svolto dal Far East Film Festival in questi 18 anni è proprio questo: la capacità di mostrare al pubblico una summa di tutto ciò che anno dopo anno è – o ritorna ad essere – attuale nello sconfinato continente asiatico.


Filippo Zoratti

 

trailer del festival

Cinema

18° Far East Film Festival – FEFF 2016

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Episodio I: Il prezzo della maturità

 

di Filippo Zoratti
 

Per segnalare il passaggio alla maggiore età, il Far East – con la solita dose di autoironia – ha scelto come gadget “di lancio” una patente di guida, con tanto di vidimazioni e conferme di validità. Ma a 18 anni un festival diventa davvero maggiorenne? Nel caso dell’evento friulano ci si può da un lato stupire della lungimiranza di un progetto nato in sordina nel 1999 (il glorioso Hong Kong Film Festival, l’anno zero WP_20160423_002che ha gettato le basi di tutto), e dall’altro rendersi perfettamente conto di come il Feff – oltre ad essere oramai radicato nel territorio – abbia ben piantato le proprie radici a livello nazionale. La conferma arriva dall’investitura statale ricevuta dalla manifestazione, per il rapporto fra le industrie di Oriente e Occidente. Un privilegio che emancipa il Feff persino dal semplice contesto cinematografico: qua si parla di cultura tout court, di rapporti fra nazioni lontane lontane eppure accomunate dal nobile intento della divulgazione dell’arte. È il principio che regola il convegno Ties That Bind, workshop di coproduzione fra Asia ed Europa che ogni anno si affina e migliora le proprie prospettive. Il Far East è quindi oramai un gigante che può permettersi di guardare lontano, ma che deve tuttavia tenere a bada alcune fragilità insite nell’idea stessa di “evento pop(olare)”. Tra i punti di forza (e insieme, di debolezza) della proposta c’è la commistione ardita fra cinema basso e cinema alto, fra prodotto alimentare irricevibile per una platea estranea alle dinamiche panasiatiche e grande film d’autore di ampio riconoscimento festivaliero e internazionale. Chi ama il Far East Film Festival lo fa indipendentemente dal livello delle pellicole proposte, è vero, ma quando la forbice fra qualità (delle visioni) e quantità (dell’esborso) si allarga a dismisura, è lecito aspettarsi che qualcosa, nel magico equilibrio costruito pazientemente anno dopo anno, si possa rompere. A costo di apparire venali, uno dei motivi – non di certo l’unico – per cui l’edizione 18 verrà ricordata è il forte aumento dei prezzi, su qualunque tipo di accredito. Il festival orgogliosamente pop rischia così di diventare snobisticamente d’élite: il viaggetto di 10 giorni nella galassia Feff inizia ad assumere i connotati del privilegio per pochi, snaturando così lo spirito “autarchico” degli inizi che ha fatto innamorare migliaia di fareasters. Uno spirito comunque “falsato” – le prime edizioni erano totalmente gratuite, una follia insostenibile per qualunque kermesse –, ma che ora deve scendere a patti con una considerazione inopinabile: assistere alle proiezioni del Far East Film Festival, nel 2016, costa più che assistere a quelle della Mostra del Cinema di Venezia e della Berlinale. Ne varrà la pena? Il piatto sembra essere ricco: 72 film per 10 cinematografie, il ritorno dell’Horror Day e l’esordio della sezione “China Now”, dedicata ai film indipendenti cinesi non censurati. E ancora: la retrospettiva Beyond Godzilla, focus sul cinema sci-fi giapponese, il Gelso d’Oro a Sammo Hung (storico collaboratore di Bruce Lee e Jackie Chan) e la presenza di Johnnie To (che firma anche il trailer del festival, in animazione). Insomma: crescere, diventare adulti e autonomi ha un costo, e il Feff non ha alcuna intenzione di nasconderlo. Ora resta da capire se, anche per il pubblico, l’amore non abbia prezzo…

Filippo Zoratti

www.fareastfilm.com