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Mostra del Cinema di Venezia 2018 – Venezia 75

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Dedicato agli Oscar, a Netflix, al Messico

di Filippo Zoratti
 

Il palmares di Venezia 75 – tra inaspettati doppi premi e promesse mantenute – lascia sul campo alcune vittime illustri, perlopiù europee. Era difficile immaginare che l’ungherese “Tramonto” di László Nemes e l’italiano “Suspiria” di Luca Guadagnino restassero totalmente a bocca asciutta, ad esempio. Oppure che neanche questo fosse l’anno giusto per la consacrazione del francese Olivier Assayas, erede designato della Nouvelle Vague, o del giapponese Shinya Tsukamoto, universalmente riconosciuto come uno degli autori più importanti della Storia del cinema asiatico. Ma la giuria presieduta da Guillermo del Toro è parsa – più che in altre occasioni – totalmente coesa e convinta: il Leone d’Oro va ad Alfonso Cuarón e al suo “Roma”, con corollario di polemiche sulla dignità dei film Netflix presenti in gara (alimentata dall’Osella per la sceneggiatura assegnata a “La ballata di Buster Scruggs” dei Coen), sulla anomalia di un presidente messicano che premia un conterraneo e sulla natura apertamente filo-americana della “nuova” Mostra del Cinema di Venezia post-Marco Muller, viatico ormai da un lustro degli Academy Awards hollywoodiani.

From Mexico to Mexico

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Se era scritto nelle stelle fin dall’annuncio della sua presenza in concorso che Cuarón avrebbe portato a casa qualcosa col suo nuovo lavoro “Roma” (che non è un film in costume dedicato all’impero romano ma una riflessione auto-biografica sul quartiere messicano in cui il regista è cresciuto), difficilmente avremmo potuto immaginare che quel premio potesse essere il più importante del festival. Non tanto per la qualità dell’opera, quanto perché la possibilità che un presidente di giuria messicano premiasse un suo amico e connazionale ci era da subito sembrata fin troppo smaccata e indifendibile. E invece la pellicola dell’autore di “Gravity” ha messo tutti d’accordo: dal sopraccitato del Toro all’australiana Naomi Watts, dall’austriaco Christoph Waltz alla polacca Malgorzata Szumowska. L’evidenza non si può negare: quella messicana è una delle realtà cinematografiche più interessanti degli ultimi anni, tenuta in altissima considerazione dagli Oscar e dai festival di mezzo mondo. Oltre a del Toro e a Cuarón ci sono Alejandro González Iñárritu (Birdman e Revenant), Carlos Reygardas (Post Tenebras Lux e Nuestro tiempo, quest’ultimo in concorso proprio a Venezia 75) e Guillermo Arriaga (The Burning Plain e lo script di Le tre sepolture di Tommy Lee Jones), tanto per fare qualche nome. C’è insomma un progetto di alto profilo e alta caratura, che giustamente inizia a trovare i meritati sbocchi. Ha vinto dunque il migliore? Probabilmente sì, ma se il presidente di giuria fosse stato qualcun altro ci troveremmo di fronte ad un premio ancora più significativo e potente, privo di qualunque ombra.

Netflix o non Netflix? (Questo è il problema)

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Mentre Berlino prosegue il suo personale discorso sulla valorizzazione delle cinematografie più nascoste o comunque meno valorizzate (l’Iran di Una separazione, la Romania di Il caso Kerenes, l’Ungheria di Corpo e anima), Cannes e Venezia stanno ingaggiando un interessantissimo duello per la supremazia festivaliera. Oggetto del contendere in questi anni è Netflix, che si propone come vera e propria casa di distribuzione alternativa alla sala. Se Cannes ha del tutto ostracizzato i film realizzati dalla piattaforma web non solo dal concorso ufficiale ma anche dalle sezioni collaterali, Venezia si è mossa in direzione ostinata e contraria aprendo totalmente ai cosiddetti “originali Netflix”. Al Lido Netflix è ovunque, perché le viene conferita pari dignità a qualunque altra pellicola. Con Venezia 75 si è aperto il vaso di Pandora: “Roma” sarà visibile su Netflix (ma anche al cinema), così come “La ballata di Buster Scruggs” e – ad esempio – “Sulla mia pelle” (il film incentrato sulla terribile vicenda Cucchi). Le polemiche seguite alla premiazioni ci sembrano strumentali: Netflix non toglie spettatori alle sale cinematografiche; semmai abitua il nuovo pubblico ad una compresenza, formando una generazione di fruitori legati a doppio filo a internet e alle nuove tecnologie. Netflix crea una connessione con la magia del cinema al cinema, non la compromette. E per capire quanto la diatriba sia sterile basta pensare a chi trionfa ai festival e poi sparisce dalla circolazione, senza mai venire distribuito. Come il filippino “The Woman Who Left”, Leone d’Oro 2016, o il turco “Bal”, Orso d’Oro 2010. Vincitori che svaniscono nel nulla, all’interno di un mercato che proprio grazie a Netflix ha ritrovato ossigeno e ragion d’essere.

Leoni hollywoodiani, Oscar veneziani

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La più grande vittoria della Mostra, almeno da cinque anni a questa parte, è quella di essere diventata il catalizzatore dei gusti del pubblico contemporaneo, lo stesso che poi riempie le sale. Per qualcuno è un patto col diavolo: per incontrare i favori degli spettatori occorre aprirsi e “vendersi” al cinema americano più pop(olare), abbandonare la logica dell’autorialità abbracciando un’industria votata al blockbuster. È una scelta di campo discutibile, il cui percorso tuttavia non è ancora del tutto compiuto, è ancora in itinere. Pellicole come “Birdman”, “La La Land” e “La forma dell’acqua” sono senza alcun dubbio ascrivibili al mainstream statunitense, ma racchiudono al contempo al loro interno i germi di una certa nuova indipendenza di idee, di un certo nuovo respiro d’essai. Forse l’obiettivo veneziano è questo: dimostrare che il compromesso non significa per forza rinuncia, snaturamento e corruzione di un ideale, di un talento. Se leggiamo i vincitori di Venezia 75, capiamo che potrebbero essere anche quelli dei prossimi Oscar: il Leone d’Oro di “Roma”, il Leone d’Argento di “The Sister Brothers”, il Gran Premio della Giuria di “La favorita”, la Coppa Volpi maschile di “At Eternity’s Gate” (a Willem Defoe), sono tutti allori che indicano nettamente una dichiarazione politica di intenti, una scommessa sul cinema del futuro. E se il pronostico si rivelerà azzeccato, il 24 febbraio 2019 a Los Angeles assisteremo in diretta ad un evento epocale: il primo Oscar targato Netflix. Prepariamo i pop-corn.

Filippo Zoratti

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Mostra del Cinema di Venezia 2018 – Venezia 75

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I film più attesi

di Filippo Zoratti
 

Dal 29 agosto all’8 settembre 2018 si alza di nuovo il sipario su uno degli eventi cinematografici più importanti al mondo: la Mostra del Cinema di Venezia. In questi ultimi anni il festival diretto da Alberto Barbera si è ripreso il suo posto di rilievo e di prestigio, pareggiando i conti con Berlino e soprattutto con Cannes. La scelta – di cui si può discutere, ma che si è rivelata senza dubbio vincente – è stata quella di una maggior apertura al cinema popolare: i film di punta presenti al Lido sono anche i più quotati agli Oscar. Basti pensare a “Gravity” (7 statuette nel 2014), “Birdman” (4 nel 2015), “La La Land” (6 nel 2017) e “La forma dell’acqua” (4 nel 2018). Con la doverosa premessa che gli Academy Awards non sono rappresentativi di nulla, se non dell’America che premia se stessa, la Mostra catalizza da un lustro i gusti del pubblico che poi riempie le sale. Il miracolo accadrà anche quest’anno? Ecco una panoramica sulle sezioni di Venezia 75, con un occhio di riguardo ai film più attesi della kermesse.

Concorso e Fuori Concorso

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Ad aprire il festival sarà il nuovo film di Damien Chazelle, che al Lido aveva già portato nel 2016 – e sempre come titolo di apertura – il sopraccitato “La La Land”: “Il primo uomo” racconta la storia vera di Neil Armstrong, primo essere umano a mettere piede sul suolo lunare. Grande attesa di pubblico e addetti ai lavori, non solo per il Leone d’Oro ma anche per i futuri Oscar. L’America verrà anche rappresentata da Brady Corbet con “Vox Lux” (e da Natalie Portman nei panni di una popstar in ascesa), dai Fratelli Coen con “The Ballad of Buster Scruggs” (mini-serie prodotta da Netflix ambientata nel west) e dal misconosciuto Rick Alverson con “The Mountain”. Ma c’è lo zampino degli States in molte altre pellicole, sottoforma di coproduzione: occhi aperti quindi sulla Francia di “The Sisters Brothers”, debutto in lingua inglese di Jacques Audiard; sulla Grecia di “La favorita”, inedita incursione nel dramma storico-biografico di Yorgos Lanthimos; e naturalmente sull’Italia di “Suspiria”, remake attesissimo del classico di Dario Argento. Per gli amanti degli outsider poi, curiosità e speranze riposte anche in “Killing – Zan” del maestro Shinya Tsukamoto, in “Tramonto” di Laszlo Nemes (già autore del crudo e indimenticabile “Il figlio di Saul”) e in “Opera senza autore” di Florian Henckel von Donnersmarck, che dopo aver conquistato mezzo mondo con “Le vite degli altri” nel 2006 ha ceduto subito alle sirene hollywoodiane confezionando uno dei peggiori disastri commerciali degli ultimi anni, “The Tourist” con Johnny Depp e Angelina Jolie. Una rapidissima occhiata al Fuori Concorso, infine, soprattutto per segnalare quelli che avrebbero potuto essere film meritevoli della competizione ufficiale. Sul nostro taccuino appuntiamo “A Star is Born”, mega-rifacimento di “È nata una stella” (1937) che porterà sul tappeto rosso nientepopodimeno che Lady Gaga; “Shadow – Ying” del gigante cinese Zhang Yimou e “Monrovia, Indiana” di Frederick Wiseman, il più grande documentarista vivente. Davvero un peccato non vederli gareggiare nella competizione ufficiale.

Un concorso parallelo: la sezione Orizzonti

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Da sempre considerata una competizione parallela votata alla sperimentazione e al vero futuro del cinema, gli Orizzonti di anno in anno scoprono nuove tendenze e nuovi autori destinati a lasciare traccia indelebile di sé. A scatola chiusa è difficile destreggiarsi fra nomi perlopiù sconosciuti e sollecitazioni della più svariata natura, ma vale la pena provarci. Phuttipong Aroonpheng ad esempio viene segnalato come l’erede designato del cineasta thailandese Apichatpong Weerasethakul (Palma d’Oro a Cannes 2010 con “Lo zio Bonmee che si ricorda le vite precedenti”), e con questa fama va da sé che il suo “Manta Ray” sembri uno dei titoli più interessanti. E sempre partendo dall’autore ci sembra meritevole di attenzione anche Flavia Castro, che a Venezia porta “Deslembro” e la fama di autrice capace di mescolare sfera privata (è figlia di militanti trotskisti brasiliani) e socio-politica. L’Italia porta in dote due giovani registi, Alessio Cremonini ed Emanuele Scaringi, con due opere che faranno discutere anche se per motivi diversi: da un lato “Sulla mia pelle”, opera di finzione sulla vicenda di Stefano Cucchi, dall’altra “La profezia dell’armadillo”, trasposizione del graphic novel firmato dall’amatissimo fumettista Zerocalcare. È su un lavoro statunitense che tuttavia puntiamo fortemente per la vittoria: “Charlie Says” di Mary Harron, incentrato sulla storia vera di tre donne condannate all’ergastolo per aver aver commesso dei crimini ordinati da Charles Manson.

Sezioni autonome: Settimana della Critica e Giornate degli Autori

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Parallelamente ai percorsi più evidenti, sui quali si concentra l’attenzione maggiore dell’opinione pubblica anche in virtù di grandi nomi di richiamo (sia dietro che davanti la cinepresa), si muovono le ormai confermatissime sezioni autonome. Anche in questo caso si procede quasi sempre a scatola chiusa, animati dal piacere di scoprire magari per caso film di altissimo profilo lontani dagli squilli di tromba del red carpet. Innovazione, ricerca, originalità espressiva e indipendenza produttiva: queste le carte vincenti dei lavori presenti nella Settimana e nelle Giornate. E allora le nostre antenne si alzano per “M” di Anna Eriksson, che esplora il mondo fra sessualità e morte; per “Continuer – Keep Going” di Joachim Lafosse, storia di una madre e di un figlio che attraversano il Kirghizistan a cavallo; e per “Les tombeaux sans noms” di Rithy Panh, che prosegue la sua riflessione sul passato della Cambogia sotto il regime degli Khmer rossi dopo “L’immagine mancante”. Un paniere ricchissimo quello di Venezia 75, arricchito anche da eventi speciali (“The Other Side of the Wind” di Orson Welles!), dalla nuova sezione Sconfini (che presenterà ben 4 film italiani) e dalla piccola ma fondamentale Biennale College (occhio all’ungherese “Deva”, potrebbe essere una rivelazione). Il compito delle giurie sarà al solito arduo: attendiamo con grande curiosità i responsi di sabato 8 settembre.

Filippo Zoratti

Cinema videomaker

Oscar 2018

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Potere al sogno (in attesa di tempi migliori)

di Filippo Zoratti

 

Iniziamo dal fondo, dagli esclusi e dai delusi. In una annata “ecumenica” che premia equamente una decina di film (ma il colpo di reni finale c’è ed è appannaggio di “La forma dell’acqua”, che incassa le statuette per la Miglior Regia e per il Miglior Film) a restare a bocca asciutta è quella che sulla carta avrebbe dovuto essere una delle sicure vincitrici: a suggello del “Time’s Up”sembrava certa, anzi scontata la consacrazione di Greta Gerwig col suo “Lady Bird”, dolceamaro racconto di formazione di provincia, molto indie e – in parte – molto autobiografico. Sulla stessa lunghezza d’onda ci è parso il sottostimato “Tonya”, che racimola sì il premio come Miglior Attrice Non Protagonista (Alison Jenney), ma che viene ignorato per molte altre categorie per le quali l’Academy ha preferito un altro tipo di coraggio.

La forma dell'acqua

La forma dell’acqua

Alison Jenney

Alison Jenney

Quello di Frances McDormand (Miglior Attrice Protagonista) in “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, ad esempio, o quello di Daniela Vega nello scomodo “Una donna fantastica (Miglior Film Straniero per il Cile). Tutto questo per dire che a fare i pronostici misurando il termometro della prevedibilità spesso ci si azzecca, ma non sempre. A stupire positivamente in questa edizione numero 90 sono stati i due allori alla sceneggiatura, più di ogni cosa: da un lato (Sceneggiatura Originale) “Scappa – Get Out”, gioco al massacro meta-horror che sancisce la fine dell’era Obama e ci introduce drasticamente in quella Trump; dall’altro (Sceneggiatura Non Originale) “Chiamami col tuo nome”, che consacra il quasi 90enne James Ivory al posto dello sdoganato “Logan” (anche i cinecomics hanno un’anima). Fra le righe, tuttavia, emerge un altro tipo di dichiarazione di intenti: dopo anni in cui a trionfare è stato il film più corretto e rappresentativo, quello più cinematograficamente etico e attuale – basti pensare a “12 anni schiavo”, a “Moonlight” e al cinematograficamente mediocre ma inattaccabile “Spotlight” –, gli Oscar rimettono a sorpresa al centro della propria analisi la necessità del sogno, della favola trasognata.

Scappa – Get Out

Scappa – Get Out

E dunque, in mezzo ai più contingenti e necessari “The Post”, “L’ora più buia”, “Scappa” e “Tre manifesti”, a spuntarla è l’assurdità incantata di Guillermo del Toro, che assurge definitivamente al ruolo di cineasta non di certo con la sua opera migliore (ma qui potrebbe seguire dibattito): “La forma dell’acqua” è una storia della buonanotte nostalgica e non omologata, che flirta con il melodramma – a rischio ultra-kitsch – e chiede un atto di fede grande quanto il cuore del suo creatore (amante dei mostri e non di certo della “mustard”, come tradotto erroneamente dal palco di Venezia 74 a settembre). Agli Oscar si chiede sempre un segnale, un riassunto di ciò che il cinema è o sarà nel futuro prossimo venturo. Tra epurazioni preventive (la maldestra cacciata di James Franco e del suo gustoso “The Disaster Artist”) e questioni spinose da affrontare e risolvere, l’Academy sceglie di… non scegliere, di non affondare il colpo e restare sul vago. In attesa di idee e decisioni più chiare meglio affidarsi e abbandonarsi al semplice amore per il cinema, ripescando dal cilindro la sempreverde “speranza per un mondo migliore”. Un mondo in cui è possibile che una addetta alle pulizie muta viva per sempre con la sua anima gemella, una creatura anfibia dall’aspetto umanoide.

 

Filippo Zoratti

 

 

 

Cinema

Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2017- Venezia 74

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Un coraggio da Leone (d’Oro)

di Filippo Zoratti

Salutata fin dall’annuncio del programma come una delle edizioni più coraggiose degli ultimi anni, Venezia 74 ha mantenuto la promessa fino alla fine. Vince il Leone d’Oro Guillermo del Toro con “The Shape of Water”, seguito dall’Argento a “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand e dal Gran Premio a “Foxtrot” di Samuel Maoz. Tre titoli che durante la kermesse nessuno o quasi aveva avuto l’ardire di nominare, ipotizzando fosse l’anno di Guédiguian con il suo “La villa”, di Abdel Kechiche con “Mektoub, My Love: Canto uno” o di Martin McDonagh con “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”. Speranze sparse e the-shape-of-water-trailer-1006017altalenanti poi anche per “Ex Libris” di Wiseman (la cui presenza al Lido sembrava dovesse avere come naturale conseguenza un riconoscimento di qualche tipo) e per “The Third Murder” di Kore-eda Hirokazu. Il trionfo inatteso di del Toro – che sul palco ha dichiarato di credere fermamanete ai “monsters”, termine frainteso ahilui dalla traduttrice con “mustard”, con effetto tragicomico – riequilibra i Leoni ostici e pressoché invisibili (in sala) degli ultimi anni: da “Sacro GRA” di Rosi allo svedese “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, dal colombiano “Ti guardo” al filippino “The Woman who Left”. La giuria capitanata da Annette Bening – formata fra gli altri da Rebecca Hall, Jasmine Trinca ed Edgar Wright – ha con un colpo di spugna restituito il cinema al pubblico, sancendo la necessità di wp_20170909_011un’autorialità ricevibile e fruibile anche dallo spettatore pop del sabato sera, magari ignaro della vittoria veneziana. Una scelta (opinabile, ovviamente, ma affascinante) in qualche modo simile a quella compiuta nel 2008 con “The Wrestler” di Aronofsky, ode al corpo sfatto e all’anima fragile di Mickey Rourke. La consacrazione di del Toro, autore storicamente sottovalutato dalla critica a causa di una poetica che non disdegna il mainstream (come dimostra gran parte della sua produzione, da “Hellboy” a “Il labirinto del fauno”, fino a “Pacific Rim”), passa attraverso la storia di una addetta alle pulizie muta che instaura un rapporto di amicizia con una creatura anfibia scoperta all’interno di una cisterna d’acqua. Una favola nera dedicata agli emarginati che non cambiano le regole del mondo ma le subiscono, un approdo all’intimismo fantastico che tutto sommato ci sembra andare a braccetto con quello più sociale dell’opera prima “Jusqu’à la garde” di Legrand, focalizzato su due genitori che divorziano e litigano per la custodia del figlio (ignorando che la vera vittima sia proprio lui). Venezia 74 verrà ricordata anche per un altro tocco di spavalderia/follia: l’assenza di premi italiani. Un colpo di scena, giacché un premio, macro o microscopico che sia, ogni anno viene consegnato ad almeno una delle opere nazionali in concorso quasi di default. Così la quasi sicura Coppa Volpi al Donald Sutherland di “Ella & John” di Virzì è finita nelle mani di Kamel El Basha per il libanese “The Insult”, mentre l’alloro per la miglior interpretazione femminile a Charlotte Rampling per l’italo-franco-belga “Hannah” appare più come uno sberleffo allo Stivale che una sua celebrazione. A risaltare di conseguenza – e ne siamo felici – è stata la vittoria di Susanna Nicchiarelli nei collaterali “Orizzonti”, con un’opera (“Nico, 1988”, in uscita il 12 ottobre, storia della musa warholiana Christa Paffgen) di cui sentiremo ancora parlare.

Filippo Zoratti

Tutti i Premi

  • Leone d’Oro: “The Shape of Water” di Guillermo del Toro

  • Leone d’Argento: “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand

  • Gran Premio della Giuria: “Foxtrot” di Samuel Maoz

  • Premio Speciale della Giuria: “Sweet Country” di Warwick Thornton

  • Coppa Volpi femminile: Charlotte Rampling per “Hannah”

  • Coppa Volpi maschile: Kamel El Basha per “The Insult”

  • Premio Osella per la migliore sceneggiatura: “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh

  • Premio Marcello Mastroianni per il miglior emergente: Charlie Plummer per “Lean on Pete”

  • Premio opera prima – Leone del futuro: “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand

  • Premio Orizzonti per il miglior film: “Nico, 1988” di Susanna Nicchiarelli

  • Premio Giornate degli Autori: “Candelaria” di Jhonny Hendrix Hinestroza

  • Premio Settimana Internazionale della Critica: “Temporada de caza” di Natalia Garagiola

Cinema

73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Nei panni della giuria: favoriti e pronostici

di Filippo Zoratti
 

Sulla carta, il carnet della 73. Mostra del Cinema di Venezia è parso fin da subito uno dei migliori degli ultimi anni. Il confine fra opera d’arte e paccottiglia di seconda mano è però ovviamente labile, soprattutto quando sono così tanti i nomi di rilievo presenti fra concorso e non. La partenza è stata folgorante: l’apertura del trasognato musical “La La Land” ha riportato subito alla mente “Birdman”, ignorato dalla giuria nel 2014 e poi asso pigliatutto agli Oscar. Una storia – quella del film e del suo giovane autore Damien Chazelle, già regista del piccolo cult “Whiplash” – che sembra già scritta, così come all’opposto era già segnato il destino di “Les Beaux Jours d’Aranjuez”: ancor prima della presentazione ufficiale l’opera di Wim Wenders è stata bollata come fallimentare, scarto d’autore di un cineasta da sempre affezionato al festival veneziano. Scorrendo i titoli, balza subito all’occhio quella che è stata la tendenza dell’edizione 73, ovvero la volontà di cavalcare l’onda “sudamericana” dell’anno scorso (con i già vagamente rimossi Leoni d’Oro e d’Argento rispettivamente al venezuelano “Ti guardo” e all’argentino “Il clan”), con risultati altalenanti e discontinui fra Cile, Argentina e – per estensione – Messico: se da un lato la variegata platea del Lido ha potuto ammirare l’ultimo lavoro del prolifico Pablo Larrain (“Jackie”, con una Natalie Portman in odore di Coppa Volpi), dall’altro sia “El ciudadano ilustre” che “El Cristo ciego” sono sembrati carne da macello finita un po’ per caso nella competizione ufficiale. Fino al caso più eclatante, “La region salvaje” di Amat Escalante, sulla cui presenza – non solo in gara, ma alla Mostra stessa – si è alzato più di un ragionevole dubbio. Perché, ad esempio, inserire operazioni così sbilenche e abborracciate quando nelle sezioni collaterali sono stati relegati autori consolidati in gran spolvero come Ulrich Seidl (“Safari”), il ritrovato Kim Ki-duk (“The Net”) e Amir Naderi (“Monte”)? Forse per non lasciare sguarnito il fuori concorso e il neonato “Cinema nel Giardino” – mentre gli “Orizzonti” continuano quasi per definizione ad essere terreni deputati alla sperimentazione e al lancio di nuovi registi. Ma d’altro canto i “carichi pesanti” della gara non sempre hanno convinto, primo fra tutti Terrence Malick, che col suo “Voyage of Time” sembra continuare ad inseguire demoni troppo personali per ricevere un riscontro pubblico e critico (non è un caso che le sue ultime pellicole non trovino più ormai distribuzione). Lo stessa caratteristica del redivivo Emir Kusturica e del suo “On the Milky Way”, ok, ma è un discorso diverso: per l’autore serbo è un ritorno alla cinepresa dopo 8 anni di assenza, e soprattutto dopo un congedo anomalo rispetto alla sua filmografia come “Maradona”. Stringendo il cerchio, il favore del pronostico a chi va quindi? Forse all’italiano “Spira mirabilis” (anche se sembra improbabile che la vittoria possa andare ad un altro documentario made in Italy a così breve distanza da “Sacro GRA”), forse al “Paradise” del russo Konchalovsky (già Leone d’Argento due anni fa con “The Postman’s White Nights”), forse al solido melò francese in costume “Une vie”. Una scelta, quest’ultima, che potrebbe mettere d’accordo l’eterogenea commissione composta fra gli altri da Sam “American Beauty” Mendes, Laurie Anderson, Lorenzo Vigas e Joshua Oppenheimer. Eppure le giurie sono da sempre imprevedibili, e siamo pronti, per l’ennesima volta, a restare stupiti – nel bene e nel male – dal verdetto finale.

 

Filippo Zoratti

 

 

Cinema

72a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2015

Terza Puntata: Anatomia di un Palmarès

di Filippo Zoratti

Mettiamola così: solo il tempo – forse – saprà dirci se il trionfo dell’America Latina alla 72a Mostra del Cinema di Venezia sia stata una scelta lungimirante o scandalosa. Solo il tempo, e una riflessione a mente fredda, potrà dare senso ad un colpo di teatro che di primo acchito è parso a tutti straordinariamente folle e fuori misura. Il direttore Barbera, ad inizio festival, lo aveva anche annunciato: le vere sorprese della selezione sarebbero state le opere provenienti dal Sudamerica, in quanto artefici del cinema più interessante in circolazione. È vero, ma mai avremmo neanche lontanamente sospettato che un presidente di giuria messicano (l’Alfonso Cuarón di “Gravity”) potesse piazzare ai posti più alti del podio una pellicola venezuelana e una argentina. Due lavori – “Desde allá” di Lorenzo Vigas e “El Clan” di Pablo Trapero – che al momento è davvero difficile giudicare per il loro reale valore, estrapolandoli cioè dal contesto in cui sono emersi.

 

Il pubblico festivaliero (giornalisti, addetti ai lavori, studenti di cinema e appassionati) che ha gridato al golpe ha però la memoria breve, perché la storia della Mostra è costellata di campanilismi: senza allontanarci troppo basti pensare a Zhang Yimou che nel 2007 premia “Lussuria – Seduzione e tradimento” di Ang Lee, a Quentin Tarantino che nel 2009 impone “Somewhere” della sua ex compagna Sofia Coppola e a Bernardo Bertolucci che nel 2013 incensa il documentario “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi. Tutti i pronostici dovrebbero tenere conto che a sentenziare sui film in gara non è un gruppo di esseri umani angelicamente super partes (che non esiste), ma un manipolo di professionisti emotivamente o amichevolmente coinvolti. Il mosaico del palmarès veneziano sembra oltretutto composto da altri passaggi obbligati, che a volte muta nel corso degli anni – l’era Müller con il suo codazzo di Leoni asiatici – e altre volte permane granitico con lo scorrere dei lustri: se la selezione dei film italiani ad esempio è di bassa o controversa qualità, inevitabilmente una gratifica arriverà da un premio collaterale (in particolar modo dalle Coppe Volpi, fermo restando che il riconoscimento di quest’anno a Valeria Golino per “Per amor vostro” è inattaccabile); se in concorso ci sono grandi cineasti ancora orfani di Orsi, Palme o felinidi nelle loro bacheche, è altamente probabile che prima o poi verranno giustamente o meno risarciti. In questo caso vige quasi una logica di “prelazione”: il festival che per primo consacra il wannabe Maestro della Settima Arte sa che poi quell’autore sarà portato ad avere un occhio di riguardo verso la kermesse che lo ha imposto all’attenzione mondiale. A Venezia, nelle ultime edizioni, è successo così per Sokurov con “Faust”, per Kim Ki-duk con “Pietà”, per Roy Andersson con il suo “Piccione seduto su un ramo”. E abbiamo logicamente pensato che potesse accadere lo stesso anche stavolta, consci della qualità di opere quali “Rabin, the Last Day” di Amos Gitai e “11 Minutes” di Jerzy Skolimovski. Ci siamo totalmente sbagliati o, meglio, la giuria ha stupito tutti, incoronando una insospettabile opera prima e un solido thriller tratto da una storia vera. Non è dato sapere – come dicevamo prima – se si tratti di colpo di genio o di vergognoso tonfo, ma per ora ci si potrebbe accontentare di una vaga speranza: a dispetto della regola che vuole i premiati della Mostra putualmente ignorati dal pubblico in sala, il trio “Desde allá” – “El Clan” – “Anomalisa” (Gran Premio della Giuria) potrebbe segnare una clamorosa inversione di tendenza. Offrendo nuovo credito ad una delle classifiche più odiate degli ultimi anni.

Filippo Zoratti

 

I PREMI UFFICIALI DI VENEZIA 72

Leone d’Oro per il miglior film a “Desde allá” di Lorenzo Vigas

Leone d’Argento per la migliore regia a “El Clan” di Pablo Trapero

Gran Premio della Giuria a “Anomalisa” di Charlie Kaufman e Duke Johnson

Premio Speciale della Giuria a “Abluka (Frenzy)” di Emin Alper

Coppa Volpi femminile a Valeria Golino per “Per amor vostro”

Coppa Volpi maschile a Fabrice Luchini per “L’hermine”

Premio Marcello Mastroianni (attore emergente) a Abraham Attah per “Beasts of No Nation”

Premio per la migliore sceneggiatura a “L’hermine” di Christian Vincent

Leone del Futuro – Premio Opera Prima a “The Childhood of a Leader” di Brady Corbet

Leone d’Oro alla carriera a Bertrand Tavernier

Premio Orizzonti per il miglior film a “Free in Deed” di Jake Mahaffy

Premio Settimana della Critica a “Tanna” di Martin Butler e Bentley Dean

Premio Giornate degli Autori a “Early Winter” di Michael Rowe

Cinema

72a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2015

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Leone d’Oro al venezuelano “Desde allà”

Alla 72a Mostra del Cinema di Venezia   vince il Leone d’Oro il film venezuelano  Desde allà – Da lontano,  diretto da Lorenzo Vigas. Questo film racconta la storia di un  tormentato rapporto omosessuale tra un uomo di mezza età (Alfredo Castro) e un giovane teppista (Luis Silva) di Caracas. il film è stato preferito dalla giuria ai concorrenti dati per favoriti come Gitai e Sokurov. Il regista Lorenzo  Vigas ringrazia e lascia il palco gridando “Viva Venezuela”.

 

Cinema

71a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Venezia 2014

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Terza (e ultima) puntata:
Riflettendo sull’esistenza (dei festival)

di Filippo Zoratti
 

Le vittorie del filippino “From what is Before” a Locarno e di “A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence” alla 71a Mostra del Cinema di Venezia riaprono di gran carriera la questione ciclica dell’utilità dei festival d’Arte. Se per inquadrare il film di Lav Diaz basterebbe osservarne la durata – poco meno di sei ore, in cui si racconta il dramma di una comunità di contadini sconvolta dalla nascente dittatura di Marcos – per comprenderne lo scarso appeal verso le grandi platee, l’opera grottesca dello svedese Roy Andersson sembra sulla carta scendere più pacificamente a patti con una fruizione più “classica” se non addirittura comica e quindi, sempre in teoria, vicina ai gusti del pubblico. In realtà il lunare Leone d’Oro richiede una straordinaria complicità in chi guarda: occorre, per divertirsi, stare al gioco e accettare anche che il cineasta ci prenda un po’ in giro, in quanto parte integrante di quell’umanità derisa lungo tutta la serie di sketch che compongono la pellicola. Per chi – come il sottoscritto – ha assistito alla proiezione post-premiazione (dedicata al 90% allo spettatore occasionale, ovvero a chi vede un solo film all’anno della Mostra e desidera assistere al presunto “migliore” della selezione) lo shock è stato notevole: fischi assordanti, mutismo totale anche durante le sequenze (Lotte la zoppa!) già di culto fra i frequentatori della Mostra, croniche emorragie di gruppi di persone che dopo una trentina di minuti hanno cominciato ad uscire indignati dalla sala. Ora, lungi da noi decidere a tavolino cosa sia buon cinema e cosa no, restano sul piatto alcune questioni fondamentali: il divario – macché divario, abisso – fra “addetti ai lavori” (critici, cinefili festivalieri, maestranze varie) e “pubblico”, anzitutto, seguito a ruota da una sorta di “analfabetismo filmico” dell’utente che non comprendendo il medium che ha di fronte non ragiona ma si limita superficialmente a disprezzare e rigettare. Qual è il compito di una giuria, dunque? Decidere in autonomia il prodotto più meritevole e magari concedergli la visibilità che altrove non avrebbe o (quasi) al contrario scegliere anche tenendo conto della spendibilità dell’Opera d’Arte, in modo da “accontentare” anche chi, economicamente parlando, tiene in vita il sistema cinema? Seguendo quest’ultima via, il vincitore perfetto sarebbe stato il russo “The Postman’s White Nights”, cui invece è andato il Leone d’Argento, con la sua storia sufficientemente lineare tale da dare la sensazione allo spettatore di imparare qualcosa senza eccessivo sforzo. Invece Alexandre Desplat & Co. – non potendo assegnare il riconoscimento più alto a “The Look of Silence”, giacché si sarebbe trattato del secondo felino d’oro ad un documentario in due anni – hanno scelto “A Pigeon”, e si è scatenata la tempesta. Purtroppo di Andersson così come di Lav Diaz sentiremo ben poco parlare, a meno di miracoli, e di certo non per la scarsa qualità delle rispettive pellicole. La totale mancanza di familiarità con testi eterogenei e articolati del pubblico “medio” affosserà le due opere, magari a favore dell’ennesima commedia posticcia alla Brizzi che seda dolcemente e lascia tranquille le sinapsi a riposare per un paio d’ore (spot compresi). Problemi minori, si dirà, ma è nell’impoverimento culturale che si rispecchia lo stato di salute di una nazione. E allora, come afferma Roy Menarini, “bisogna al più presto introdurre Media Literacy nelle scuole, altrimenti rimarremo l’Italia che vediamo in “Belluscone”.”

Filippo Zoratti

 

Cinema

71° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Venezia 2014

Seconda puntata:
Cosa sa il cinema che noi non sappiamo?

di Filippo Zoratti

Nel corso del denso documentario “From Caligari to Hitler”, presentato nella sezione “Venezia Classici” nei primi giorni di questa 71a Mostra, la domanda ricorre almeno in tre occasioni. Mentre scorrono immagini che mettono in relazione l’espressionismo tedesco di Lang, Murnau e Wiene con l’ascesa del Nazismo, la voce off si e ci chiede: cosa sa il cinema che noi non sappiamo? Durante i Festival, luoghi deputati più al marketing e al glamour che alle “tangibili” scoperte della Settima Arte, il pubblico (di qualunque tipo esso sia) dovrebbe muoversi con in testa solo questo obiettivo. Se la direzione artistica di Alberto Barbera ha un merito, in fondo è proprio quello di aver sostituito all’occhio passionale e cinefilo di Muller (pur encomiabile) una visione maggiormente “critica” ed esplorativa del cinema. Barbera farebbe a meno del Concorso, lo abolirebbe. Una dichiarazione (meglio, una provocazione) che viene però in un’annata della Mostra in cui per ora (a quattro giorni dalla chiusura) le vere scoperte si contano sulle dita di una mano. Nei primi giorni ci siamo fatti ingannare dall’apertura di “Birdman” e dal successivo “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer. Due lavori che rispondono alla domanda iniziale, due film che mostrano qualcosa che non ci aspettavamo né conoscevamo: la sfrontata creatività di un inedito Inarritu da una parte – caleidoscopio di follie attoriali, teatrali e umane – e il secondo capitolo di un dramma civile che già avevamo imparato a conoscere e amare grazie a “The Act of Killing”. Il cinema sa quindi ancora stupirci e saziarci, rapirci e farci dimenticare tutto il resto; sa, in una parola, insegnarci. Un exploit purtroppo mai più ripetuto, se non proprio in quei “Classici” che semplicemente avevamo dimenticato: da “Todo Modo” all’esplosione ultra-oltre-mega onirica di “The Tales of Hoffmann”, fino al ritorno ai potenti e attualissimi Kieslowski (“Senza fine”) e Mankiewicz (“Bulli e pupe”). Tutt’intorno però abbiamo via via visto cadere uno dopo l’altro i film più attesi: “One on One” di Kim Ki-duk, che ripete se stesso all’infinito; “The Humbling” e “Manglehorn”, one man show di Al Pacino che travolgono tutte ciò che incontrano sulla propria strada; “La rançon de la gloire” e “3 Coeurs”, stanche ripetizioni degli stilemi della commedia e del dramma francese che ormai mandiamo a memoria; “Tales” e “Loin des hommes”, di autori sconosciuti dai quali sarebbe stato lecito attendersi qualcosa in più del compito ben svolto, data la loro presenza nel Concorso. Una selezione media e talvolta mediocre, che ci ha fatto saltare di gioia quand’anche di poco si è alzata l’asticella della qualità. Si è gridato al capolavoro per “Il giovane favoloso” di Martone e per il grottesco e lunare “A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence” di Roy Andersson, ma sorge spontaneo il dubbio che non siano le nostre aspettative ora ad essersi abbassate. Visto così, pare che il cinema di sicuro una cosa la sappia, e cerchi di nascondercela: la propria crisi di forme e contenuti. Ma siamo pronti ad essere smentiti. Siamo pronti, ancora una volta, ad entrare in sala e scordarci di noi stessi, per imparare ciò che ancora non sappiamo.

                                                                                                                                                                              Filippo Zoratti

Cinema

71° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Venezia 2014

Prima puntata: A caccia della Mostra

di Filippo Zoratti

Uno dei passatempi preferiti dei cacciatori di frodo festivalieri – critici, pubblico, addetti ai lavori e maestranze varie – è il temibile tiro alla Mostra. Una pratica sanguinaria che si svolge sul finire dell’estate, e che sostanzialmente ogni anno si svolge nella medesima bieca successione di eventi: dopo un periodo di relativa quiete di quasi un anno, l’ignara vittima – che per comodità chiameremo “Direttore Artistico” – esce allo scoperto e inizia la propria inesorabile migrazione verso il Lido di Venezia, luogo deputato di una brevissima stagione degli amori della durata di 12 giorni. Lo stoico esemplare di Direttore riuscirà a portare a compimento la propria missione, ma non prima di essere stato debitamente scannato e spolpato vivo dai sopraccitati predatori, a suon di accuse e giudizi sommari, di feroci reprimende e spericolate dichiarazioni di fallimento “a scatola chiusa”. Il poco amante della polemica Alberto Barbera il gioco lo conosce ormai da tre anni, ma continua a non farsene una ragione. La sua più grande colpa è quella di amare la politica del basso profilo, che lo rende invisibile e “umano” (leggi: poco carismatico, per i detrattori), strenuo difensore della semplificazione di forme e contenuti e ben consapevole che il cinema è anzitutto ricerca e analisi artistica. Salutato dai più come un traghettatore, un riempitivo necessario fra il fu Marco Muller (ora al discutibile e confuso Festival Internazionale del Film di Roma) e chissà chi, Barbera ha moderatamente iniziato a cambiare i connotati della Mostra di Venezia, rendendola sempre meno passerella e sempre più luogo di novità e “reali”, tangibili aggiornamenti della Settima Arte. Un merito che corrisponde in verità ad una ovvia presa di coscienza, un coerente adattamento alla situazione che le kermesse internazionali tutte stanno vivendo. Data per appurata la polemica di default, Barbera se n’è giustamente fregato, dapprima scegliendo come Presidente di giuria il compositore Alexandre Desplat al posto di un cineasta tout court (sacrilegio!) e poi aprendo le porte ad un programma sghembo e di difficile interpretazione. Il Concorso ad esempio conta addirittura quattro opere francesi (“La rançon de la gloire”, “Le dernier coup de marteau”, “3 coeurs”, “Loin des hommes”), altrettanti film americani (“Manglehorn”, “Good Kill”, “99 Homes”, “Birdman”), tre italiani d’autore (“Hungry Hearts”, “Il giovane favoloso” e “Anime nere”) e un bel po’ di emeriti sconosciuti; riapre al documentario (“The Look of Silence”, ideale seguito o quasi di “The Act of Killing”), lancia la bomba a mano Pasolini e grida al miracolo con il turco “Sivas” dell’esordiente Mujdeci. Paccottiglia o selezione di alto livello? Barbera la conosce la risposta: “il concorso è inevitabile, ma accessorio. Fosse possibile bisognerebbe abolirlo” (anatema!). Anche perché così facendo si perde di vista tutto il resto della proposta, dai Fuori Concorso agli Orizzonti, dalla sperimentazione della Biennale College ai Classici restaurati. Occorre dare alla Mostra la possibilità di “mostrarsi”, di farsi capire. Basterebbe solo non impallinarla alla prima occasione, per appenderla come un ennesimo trofeo di caccia.

Filippo Zoratti