Monthly Archives: maggio 2015

Cinema

Far East Film Festival 2015

FEFF 17, Udine
And the Winner is…
“Ode to My Father”

[Corea del Sud 2015, di Youn Je-kyoon, con Hwang Jung-min e Kim Yun-jin]

di Filippo Zoratti

Vince la 17a edizione del Far East Film Festival… la Corea del Sud. Non un singolo film, ma proprio una nazione intera: ad occupare i primi tre posti del podio 2015 tre opere provenienti dalla repubblica semi-presidenziale orientale. Un trionfo non annunciato, in parte controbilanciato dal Black Dragon Award finito nelle mani della cambogiana Sotho Kulikar per il suo “The Last Reel”. Forse per “il più grande festival del cinema popolare asiatico” è giunto il momento di sfatare un mito. Non è quella giapponese la cinematografia più vicina ai gusti occidentali. Il palmares della kermesse friulana parla chiaro: in 17 anni per ben 8 volte è stata la South Korea a sbancare, a fronte di sole quattro vittorie nipponiche. A fare breccia nei cuori dei fareasters è stato quest’anno il fil rouge della memoria, nelle sue varie declinazioni. Da un lato “The Royal Tailor” (2° posto), dramma in costume ambientato all’epoca della dinastia Joseon e dall’altro “My Brilliant Life” (3° posto), toccante inno alla vita incentrato su un 17enne affetto da progeria. Nel mezzo spicca “Ode to My Father”, sorta di incrocio fra il “Forrest Gump” di Zemeckis e l’“Always” di Takashi Yamazaki. Ovvero: una carrellata dei principali eventi storici che hanno caratterizzato la Corea negli ultimi sessant’anni, visti con gli occhi di un cittadino qualunque.

Tra le maglie di una narrazione più articolata di quanto possa sembrare, il regista Youn Je-kyoon pone l’accento sì sugli immensi sacrifici del protagonista Deok-soo (interpretato da Hwang Jung-min), ma più di ogni altra cosa insinua la mancata riconoscenza da parte della sua famiglia nei suoi confronti: figli e nipoti non gli sono affezionati, perché probabilmente non sono “onniscienti” come viene concesso di essere a noi spettatori privilegiati. La vicenda di Deok-soo inizia da bambino, durante la tragica emigrazione da Hungnam, e procede attraverso le tappe del lavoro in miniera nella Germania degli anni ’60 e della guerra del Vietnam. Tutti i gesti di Deok-soo – prima ragazzo, poi uomo, ora anziano – sono compiuti col desiderio di proteggere i propri cari, nella speranza di ricongiungersi un giorno con il padre perduto nel 1951. Pur non essendo apertamente tratto da una storia vera, “Ode to My Father” ci parla di un’intera generazione, puntando al contempo il dito verso chi non avendo vissuto periodi storici difficili si adagia sulle agevolazioni del proprio presente come un atto dovuto. Una scommessa vinta in patria (“Ode” è il secondo miglior incasso coreano di sempre, dopo “Roaring Currents” e prima dell’americano “Avatar”), nonostante le aspre critiche ricevute. Perché il pubblico – anche quello del Far East – ha capito che l’opera di Youn non è una patinata fiction conservatrice, ma un sentito e genuino tributo alla Storia di un Paese che ha sofferto per la propria emancipazione.

Filippo Zoratti

 

video della canzone “Ode to My Father” di Kwak Jineon e  Kim Feel

Cinema

Far East Film Festival 2015

FEFF 17, Udine
Ode to the Emotional Chain Reaction

di Filippo Zoratti

Giunto alle soglie della maggiore età, il Far East Film Festival di Udine non accenna neanche lontanamente ad una diminuzione del proprio consenso popolare, costruito e consolidato anno dopo anno nell’unità di spazio del Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Anzi, chi all’epoca della 10a edizione – vista, chissà perché, come momento di bilancio generale e in cui “voltare pagina” – caldeggiava un trasferimento dalla piccola cittadina del nord-est alla più “blasonata” (?) Roma, evidentemente non aveva considerato che alla decade il FEFF non c’era arrivata col fiato corto. Tutt’altro: sebbene il festival fosse nato quasi per caso nel 1999 come focus sulla sola cinematografia hongkongese, è apparso chiaro fin da subito che una proposta del genere, nonostante alcune fisiologiche flessioni, non sarebbe stata una fiammata di breve durata. Dunque su cosa si fonda il successo del Far East, qual è il suo segreto? Probabilmente, oltre al fatto di essere stato il primo ad avventarsi sul made in Asia, il segreto sta proprio nel fatto… che non esistono segreti. Al contrario, nel tempo è aumentata la piacevole sensazione di una ricerca continua di supporto col proprio pubblico di riferimento, del tutto priva di approcci snobistici. È su questo punto che la manifestazione gioca la propria annuale partita, non di certo sulla singola qualità dei film.

Così, mentre tutto attorno le kermesse che hanno tentato di emulare il sogno friulano chiudono o registrano costanti e cocenti emorragie di pubblico, a Udine si verifica immutabile il “miracolo”: per nove giorni l’orologio si ferma, si entra in una bolla di sapone e non si fa che parlare e discutere di cinema asiatico. Mescolando alto e basso, fermandosi magari un paio d’ore per non andare in overdose ed essenzialmente grati per un’atmosfera inedita, esclusiva e sorprendentemente genuina. Indipendentemente, lo ripetiamo, dal valore oggettivo delle pellicole proposte, frutto della buona o cattiva annata delle singole nazioni. Perché il Far East Film Festival è un “movimento”, una “emotional chain reaction” come sottolinea l’indovinatissimo trailer della 17a edizione. Sul fatto che sia stata l’emotività a trionfare del resto non avevamo dubbi, osservando il palmares finale: vince “Ode to My Father”, commovente epopea di un “Forrest Gump” coreano che attraversa cinquant’anni di Storia, dalla Guerra di Corea al Vietnam ai giorni nostri.

Un podio tutto coreano – a proposito di bilanci: su 17 edizioni per ben 8 volte la Corea del Sud si è meritata l’Audience Award – il cui fil rouge sembra essere il concetto di memoria, nelle sue varie declinazioni: dalla sopraccitata “Ode” a “The Royal Tailor” (2° posto), dramma in costume ambientato all’epoca della dinastia Joseon, fino alla memoria “mancante” raccontata in “My Brilliant Life” (3° posto), toccante inno alla vita incentrato su un 17enne affetto da progeria. Allarghiamo lo sguardo: il Far East Film Festival sta – e siamo solo all’inizio – costruendo una memoria collettiva che non c’era, definendo le coordinate di una cinematografia lontana che così lontana non lo è più. Sta, in ultima ed estrema sintesi, riunendo sotto un’unica dicitura una famiglia trasversale di appassionati e giornalisti, curiosi e addetti ai lavori, studenti e docenti. Li chiamano “fareasters”: un popolo agguerrito disposto a tutto pur di difendere la creatura che ha visto crescere nel corso di 17 lunghissimi – e brevissimi! – anni. Considerando i continui tagli alla cultura, le conseguenze della crisi da cui tutt’ora siamo sommersi e la ormai immediata reperibilità – legale o meno – dei prodotti audiovisivi, questo risultato non può che essere eccezionale.
Filippo Zoratti