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Oscar 2018

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Potere al sogno (in attesa di tempi migliori)

di Filippo Zoratti

 

Iniziamo dal fondo, dagli esclusi e dai delusi. In una annata “ecumenica” che premia equamente una decina di film (ma il colpo di reni finale c’è ed è appannaggio di “La forma dell’acqua”, che incassa le statuette per la Miglior Regia e per il Miglior Film) a restare a bocca asciutta è quella che sulla carta avrebbe dovuto essere una delle sicure vincitrici: a suggello del “Time’s Up”sembrava certa, anzi scontata la consacrazione di Greta Gerwig col suo “Lady Bird”, dolceamaro racconto di formazione di provincia, molto indie e – in parte – molto autobiografico. Sulla stessa lunghezza d’onda ci è parso il sottostimato “Tonya”, che racimola sì il premio come Miglior Attrice Non Protagonista (Alison Jenney), ma che viene ignorato per molte altre categorie per le quali l’Academy ha preferito un altro tipo di coraggio.

La forma dell'acqua

La forma dell’acqua

Alison Jenney

Alison Jenney

Quello di Frances McDormand (Miglior Attrice Protagonista) in “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, ad esempio, o quello di Daniela Vega nello scomodo “Una donna fantastica (Miglior Film Straniero per il Cile). Tutto questo per dire che a fare i pronostici misurando il termometro della prevedibilità spesso ci si azzecca, ma non sempre. A stupire positivamente in questa edizione numero 90 sono stati i due allori alla sceneggiatura, più di ogni cosa: da un lato (Sceneggiatura Originale) “Scappa – Get Out”, gioco al massacro meta-horror che sancisce la fine dell’era Obama e ci introduce drasticamente in quella Trump; dall’altro (Sceneggiatura Non Originale) “Chiamami col tuo nome”, che consacra il quasi 90enne James Ivory al posto dello sdoganato “Logan” (anche i cinecomics hanno un’anima). Fra le righe, tuttavia, emerge un altro tipo di dichiarazione di intenti: dopo anni in cui a trionfare è stato il film più corretto e rappresentativo, quello più cinematograficamente etico e attuale – basti pensare a “12 anni schiavo”, a “Moonlight” e al cinematograficamente mediocre ma inattaccabile “Spotlight” –, gli Oscar rimettono a sorpresa al centro della propria analisi la necessità del sogno, della favola trasognata.

Scappa – Get Out

Scappa – Get Out

E dunque, in mezzo ai più contingenti e necessari “The Post”, “L’ora più buia”, “Scappa” e “Tre manifesti”, a spuntarla è l’assurdità incantata di Guillermo del Toro, che assurge definitivamente al ruolo di cineasta non di certo con la sua opera migliore (ma qui potrebbe seguire dibattito): “La forma dell’acqua” è una storia della buonanotte nostalgica e non omologata, che flirta con il melodramma – a rischio ultra-kitsch – e chiede un atto di fede grande quanto il cuore del suo creatore (amante dei mostri e non di certo della “mustard”, come tradotto erroneamente dal palco di Venezia 74 a settembre). Agli Oscar si chiede sempre un segnale, un riassunto di ciò che il cinema è o sarà nel futuro prossimo venturo. Tra epurazioni preventive (la maldestra cacciata di James Franco e del suo gustoso “The Disaster Artist”) e questioni spinose da affrontare e risolvere, l’Academy sceglie di… non scegliere, di non affondare il colpo e restare sul vago. In attesa di idee e decisioni più chiare meglio affidarsi e abbandonarsi al semplice amore per il cinema, ripescando dal cilindro la sempreverde “speranza per un mondo migliore”. Un mondo in cui è possibile che una addetta alle pulizie muta viva per sempre con la sua anima gemella, una creatura anfibia dall’aspetto umanoide.

 

Filippo Zoratti

 

 

 

Cinema

Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2017- Venezia 74

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Un coraggio da Leone (d’Oro)

di Filippo Zoratti

Salutata fin dall’annuncio del programma come una delle edizioni più coraggiose degli ultimi anni, Venezia 74 ha mantenuto la promessa fino alla fine. Vince il Leone d’Oro Guillermo del Toro con “The Shape of Water”, seguito dall’Argento a “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand e dal Gran Premio a “Foxtrot” di Samuel Maoz. Tre titoli che durante la kermesse nessuno o quasi aveva avuto l’ardire di nominare, ipotizzando fosse l’anno di Guédiguian con il suo “La villa”, di Abdel Kechiche con “Mektoub, My Love: Canto uno” o di Martin McDonagh con “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”. Speranze sparse e the-shape-of-water-trailer-1006017altalenanti poi anche per “Ex Libris” di Wiseman (la cui presenza al Lido sembrava dovesse avere come naturale conseguenza un riconoscimento di qualche tipo) e per “The Third Murder” di Kore-eda Hirokazu. Il trionfo inatteso di del Toro – che sul palco ha dichiarato di credere fermamanete ai “monsters”, termine frainteso ahilui dalla traduttrice con “mustard”, con effetto tragicomico – riequilibra i Leoni ostici e pressoché invisibili (in sala) degli ultimi anni: da “Sacro GRA” di Rosi allo svedese “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, dal colombiano “Ti guardo” al filippino “The Woman who Left”. La giuria capitanata da Annette Bening – formata fra gli altri da Rebecca Hall, Jasmine Trinca ed Edgar Wright – ha con un colpo di spugna restituito il cinema al pubblico, sancendo la necessità di wp_20170909_011un’autorialità ricevibile e fruibile anche dallo spettatore pop del sabato sera, magari ignaro della vittoria veneziana. Una scelta (opinabile, ovviamente, ma affascinante) in qualche modo simile a quella compiuta nel 2008 con “The Wrestler” di Aronofsky, ode al corpo sfatto e all’anima fragile di Mickey Rourke. La consacrazione di del Toro, autore storicamente sottovalutato dalla critica a causa di una poetica che non disdegna il mainstream (come dimostra gran parte della sua produzione, da “Hellboy” a “Il labirinto del fauno”, fino a “Pacific Rim”), passa attraverso la storia di una addetta alle pulizie muta che instaura un rapporto di amicizia con una creatura anfibia scoperta all’interno di una cisterna d’acqua. Una favola nera dedicata agli emarginati che non cambiano le regole del mondo ma le subiscono, un approdo all’intimismo fantastico che tutto sommato ci sembra andare a braccetto con quello più sociale dell’opera prima “Jusqu’à la garde” di Legrand, focalizzato su due genitori che divorziano e litigano per la custodia del figlio (ignorando che la vera vittima sia proprio lui). Venezia 74 verrà ricordata anche per un altro tocco di spavalderia/follia: l’assenza di premi italiani. Un colpo di scena, giacché un premio, macro o microscopico che sia, ogni anno viene consegnato ad almeno una delle opere nazionali in concorso quasi di default. Così la quasi sicura Coppa Volpi al Donald Sutherland di “Ella & John” di Virzì è finita nelle mani di Kamel El Basha per il libanese “The Insult”, mentre l’alloro per la miglior interpretazione femminile a Charlotte Rampling per l’italo-franco-belga “Hannah” appare più come uno sberleffo allo Stivale che una sua celebrazione. A risaltare di conseguenza – e ne siamo felici – è stata la vittoria di Susanna Nicchiarelli nei collaterali “Orizzonti”, con un’opera (“Nico, 1988”, in uscita il 12 ottobre, storia della musa warholiana Christa Paffgen) di cui sentiremo ancora parlare.

Filippo Zoratti

Tutti i Premi

  • Leone d’Oro: “The Shape of Water” di Guillermo del Toro

  • Leone d’Argento: “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand

  • Gran Premio della Giuria: “Foxtrot” di Samuel Maoz

  • Premio Speciale della Giuria: “Sweet Country” di Warwick Thornton

  • Coppa Volpi femminile: Charlotte Rampling per “Hannah”

  • Coppa Volpi maschile: Kamel El Basha per “The Insult”

  • Premio Osella per la migliore sceneggiatura: “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh

  • Premio Marcello Mastroianni per il miglior emergente: Charlie Plummer per “Lean on Pete”

  • Premio opera prima – Leone del futuro: “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand

  • Premio Orizzonti per il miglior film: “Nico, 1988” di Susanna Nicchiarelli

  • Premio Giornate degli Autori: “Candelaria” di Jhonny Hendrix Hinestroza

  • Premio Settimana Internazionale della Critica: “Temporada de caza” di Natalia Garagiola