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	<title>www.beniculturali.info &#187; 55 Vienna international film festival</title>
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		<title>55. Vienna International Film Festival  Viennale 2017</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Nov 2017 00:24:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietro De Gregori</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; 55. Vienna International Film Festival Viennale 2017: 5 colpi di fulmine di Filippo Zoratti “Ex Libris – The New York Public Library”, Usa 2016, di Frederick Wiseman C&#8217;è qualcosa di commovente, puro e persino ingenuo nel modo in cui Frederick Wiseman, 87 anni, guarda all&#8217;umanità. Al centro di “Ex Libris” c&#8217;è la biblioteca pubblica [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/11/ex_libris1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-516" alt="ex_libris1" src="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/11/ex_libris1.jpg" width="639" height="359" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="font-size: x-large;"><b>55. Vienna International Film Festival Viennale 2017: 5 colpi di fulmine</b></span></p>
<address style="text-align: left;">di Filippo Zoratti</address>
<ol>
<li>
<h3 align="LEFT">“<span style="font-size: medium;"><b>Ex Libris – The New York Public Library”, Usa 2016, di Frederick Wisema</b></span><span style="font-size: medium;"><b>n</b></span></h3>
</li>
</ol>
<p align="LEFT"><span style="font-size: medium;">C&#8217;è qualcosa di commovente, puro e persino ingenuo nel modo in cui Frederick Wiseman, 87</span><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/11/locandina.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-521" alt="locandina" src="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/11/locandina-225x300.jpg" width="156" height="207" /></a></span><span style="font-size: medium;"> anni, guarda all&#8217;umanità. Al centro di “Ex Libris” c&#8217;è la biblioteca pubblica di New York – con le sue 92 filiali dislocate tra Manhattan, il Bronx e Staten Island – e c&#8217;è più di ogni altra cosa la vita in divenire, la presa diretta di convention con studiosi e cantanti (Elvis Costello), riunioni del direttivo (argomento: la riduzione del divario digitale), bizzarre richieste di prestito (ma gli unicorni esistono sì o no?), corsi di scrittura per bambini. Ad unire il flusso eterogeneo degli incontri, l&#8217;idea indefessa di fiducia nella cultura che genera per naturale e quasi ovvia conseguenza democrazia. “Ex Libris” documenta il reale senza corrompere, modificare o forzare il significato delle immagini, con una limpida morale che viene da sé: la dignità umana passa inevitabilmente attraverso </span><span style="font-size: medium;">l&#8217;accesso all&#8217;informazione e allo scambio aggregativo, si tratti di una conferenza da migliaia di persone o di uno sparuto gruppo di persone sedute attorno ad un tavolo.</span></p>
<p align="LEFT">
<ol start="2">
<li>
<h3 align="LEFT">“<span style="font-size: medium;"><b>A Ghost Story”, Usa 2017, di David Lowery</b></span></h3>
</li>
</ol>
<p align="LEFT"><span style="font-size: medium;">Si può prendere sul serio un film in cui il protagonista, a seguito di un incidente stradale mortale, ritorna come fantasma munito di lenzuolo con buchi per gli occhi? Le regole del gioco imposte dal regista David Lowery sono essenzialmente due: la totale sospensione dell&#8217;incredulità nei confronti della storia raccontata e un&#8217;idea di cinema che pone molte domande senza necessariamente poi fornire <a href="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/11/ghost1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-520" alt="ghost1" src="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/11/ghost1-300x114.jpg" width="300" height="114" /></a>pedissequamente tutte le risposte. “A Ghost Story” è un prodotto ipnotico privo di confini narrativi (in paradossale contrasto con l&#8217;espediente tecnico del 4:3 ad angoli smussati) che flirta con i cliché del genere horror chiedendoci al contempo di guardare oltre, molto oltre. Fra l&#8217;atto del guardare e quello dell&#8217;attendere – resi attraverso stacchi di montaggio e brusche ellissi – c&#8217;è un film che riesce a dare forma e sostanza ad un concetto non rappresentabile: l&#8217;assenza. Un&#8217;assenza dolorosa e straziante (per chi resta e per chi non c&#8217;è più), che svilisce i ricordi e sfuma il senso della nostra identità.</span></p>
<ol start="3">
<li>
<h3 align="LEFT">“<span style="font-size: medium;"><b>A Skin So Soft”, Canada/Francia/Svizzera 2017, di Denis Côté</b></span></h3>
</li>
</ol>
<p align="LEFT"><span style="font-size: medium;">È con lo stupore del neofita che il regista canadese Denis Côté si approccia al gruppo di cultu</span><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/11/skin2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-519" alt="skin2" src="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/11/skin2-300x300.jpg" width="239" height="239" /></a></span><span style="font-size: medium;">risti e super-uomini protagonisti di “A Skin So Soft”. Fonte primaria di ispirazione per il filmmaker quebecchese sono i microcosmi a lui stesso estranei, da indagare con ingenuità e senza conoscenze pregresse. La quotidianità dei sei ingombranti bodybuilders Jean-François, Ronald, Maxim, Benoit, Cédric e Alexis non è mai filtrata attraverso lo stereotipo o la presa in giro: c&#8217;è chi piange mentre fa colazione, guardando video motivazionali su Youtube; chi a fine carriera si è reinventato maestro di vita/chinesiologo; chi cerca di convincere la propria perplessa compagna a coltivare la medesima passione; chi si allena in modo anomalo rispetto agli altri, perché wrestler e non culturista tout court. È un mondo parallelo ma non troppo, in cui emerge la fragilità dell&#8217;essere umano vittima delle proprie fissazioni. Verso l&#8217;infinito e oltre, alla ricerca di una personale, bislacca e muscolare idea di felicità.</span></p>
<ol start="4">
<li>
<h3 align="LEFT">“<span style="font-size: medium;"><b>I Am Not Madame Bovary”, Cina 2016, di Feng Xiaogang</b></span></h3>
</li>
</ol>
<p align="LEFT"><span style="font-size: medium;">Assecondando la smania occidentale di etichette e classificazioni, si è soliti definire il regist</span><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/11/bovary1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-517" alt="bovary1" src="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/11/bovary1-300x171.jpg" width="300" height="171" /></a></span><span style="font-size: medium;">a Feng Xiaogang – in virtù di una carriera costellata di blockbuster di successo – “lo Steven Spielberg cinese”. Astutamente verboso e squisitamente fluviale, “I Am Not Madame Bovary” non è un film sulla Madame Bovary flaubertiana, ma su “una” Madame Bovary che rifiuta tale disdicevole appellativo. La storia ruota attorno a Li Xuelian, moglie caparbia che finge di divorziare dal marito per poter ottenere un </span><span style="font-size: medium;">appartamento in città. Incubo kafkiano e al contempo favola trasognata, “I Am Not Madame Bovary” ci trascina nelle segrete stanze del sistema legale cinese e dei suoi labirinti burocratici attraverso l&#8217;insolito utilizzo di un iris tondo che coincide con lo stato d&#8217;animo soffocato della protagonista. Incastrato in un meccanismo amorale e inestricabile, l&#8217;uomo è una delle microscopiche parti di un sistema abnorme e complesso; ma, come ammette uno dei burocrati perseguitati da Li Xuelian, “un seme è diventato un cocomero, una formica è diventata un elefante”.</span></p>
<ol start="5">
<li>
<h3 align="LEFT">“<span style="font-size: medium;"><b>Closeness”, Russia 2017, di Kantemir Balagov</b></span></h3>
</li>
</ol>
<p align="LEFT"><span style="font-size: medium;">C&#8217;era molta curiosità attorno all&#8217;esordio alla regia di Kantemir Balagov, 26 anni, allievo prediletto del maestro Aleksandr Sokurov (“Arca russa”, “Faust”). “Closeness” a Cannes ha conquistato tutti, </span><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/11/closeness.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-518" alt="closeness" src="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/11/closeness-300x189.jpg" width="300" height="189" /></a></span><span style="font-size: medium;">con il suo stile asciutto e la sua idea di cinema stratificata e coerente. La storia del film necessita della conoscenza pregressa della Storia di una nazione: siamo nel 1998 a Nalchik, capitale della Repubblica di Kabardino-Balkaria, a cavallo fra le due guerre cecene. Per quanto ben integrata, la comunità ebraica l</span><span style="font-size: medium;">ocale preferisce non dare nell&#8217;occhio, restare in disparte e risolvere le cose al suo interno. L&#8217;incubo in cui sprofonda la famiglia della giovane Ilana assume dunque connotati ancora più torbidi: suo fratello e la sua ragazza vengono rapiti, e la richiesta di riscatto è altissima. Che fare? Impossibile rivolgersi alle autorità, impossibile trovare una soluzione che non contempli il sacrificio e la perdita della dignità. La fitta tela ordita dal demiurgo Balagov imbriglia il nucleo familiare protagonista e noi spettatori, complice il formato 4/3 che rinchiude e aumenta il senso di claustrofobia.</span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-size: medium;">Filippo Zoratti</span></p>
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		<title>55. Vienna International Film Festival Viennale 2017</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Oct 2017 13:24:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietro De Gregori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[55. Vienna International Film Festival Viennale 2017 di Filippo Zoratti   Dedicato alla memoria di Hans Hurch, storico direttore della Viennale prematuramente scomparso a luglio a causa di un attacco di cuore e figura cruciale della cultura austriaca, il Vienna International Film Festival 2017 conferma la propria natura di showcase onnicomprensivo e capillare, capace di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/10/Viennale-2017.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-505" alt="viennale-2017" src="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/10/Viennale-2017.jpg" width="733" height="550" /></a></p>
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<h1></h1>
<h1>55. Vienna International Film Festival Viennale 2017</h1>
<address>di Filippo Zoratti</address>
<address> </address>
<p align="LEFT"><span style="font-size: medium;">Dedicato alla memoria di Hans Hurch, storico direttore della Viennale prematuramente scomparso a luglio a causa di un attacco di cuore e figura cruciale della cultura austriaca, il Vienna International Film Festival 2017 conferma la propria natura di showcase onnicomprensivo e capillare, capace di indagare la Settima Arte a 360° senza snobismi di sorta. Il ricchissimo programma della 55a edizione parte come <a href="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/10/hans-hurch.gif"><img class="alignright size-medium wp-image-506" alt="hans-hurch" src="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/10/hans-hurch-300x128.gif" width="300" height="128" /></a>sempre dalla selezione ufficiale – che non è una gara, non c&#8217;è competizione – composta dai migliori titoli visti nei festival internazionali durante l&#8217;anno: dai veneziani “The Shape of Water” e “Downsizing” ai cannensi “120 battiti al minuto” e “The Day After”, dai berlinesi “On the Beach at Night Alone” e “Golden Exits” agli svizzeri (passati cioè a Locarno) “La telenovela errante” e “Nothingwood”. In mezzo scorrono i piccoli/grandi casi cinematografici di cui si è molto parlato in questi mesi – su tutti il cinese “<a href="http://www.mediacritica.it/2017/10/28/i-am-not-madame-bovary/" target="_blank">I Am Not Madame Bovary</a>”, l&#8217;americano “A Ghost Story”, il franco-belga “Grave – Raw ”, il tedesco “Licht” – e soprattutto la consueta babele di sottosezioni, retrospettive, special programs e tributi. Nell&#8217;impossibilità di riassumere tutta la variegata proposta (a meno di non cedere alla banalità dell&#8217;elenco) vale forse la pena affrontare brevemente quelli che sono i focus più anomali e imprevedibili, fiori all&#8217;occhiello di una kermesse che segue e ha sempre seguito una propria personale analisi dell&#8217;audiovisivo. A partire dalla sezione “Napoli! Napoli!”, incentrata sulle opere contemporanee partenopee. Trovano qui asilo le “Appassionate” di Tonino De Bernardi (evento nell&#8217;evento, considerando la carriera underground dell&#8217;autore torninese), “L&#8217;uomo in più” di Sorrentino e buona parte della produzione di Pappi Corsicato, Mario Martone e Antonio Capuano. Tra il più facilmente inquadrabile omaggio a Christoph Waltz – special guest dell&#8217;edizione – e la conferma del cosiddetto “Analog Pleasure” che riporta l&#8217;attenzione sui</span></p>
<div id="attachment_507" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/10/ticker_viennale_waltz_a.4784108.jpg"><img class="size-medium wp-image-507" alt="Christoph Waltz" src="http://www.beniculturali.info/wp-content/uploads/2017/10/ticker_viennale_waltz_a.4784108-300x200.jpg" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Christoph Waltz</p></div>
<p align="LEFT"><span style="font-size: medium;">formati desueti in via di estinzione causa avvento del digitale (qui spiccano le scelte di “The Master” di Paul Thomas Anderson, girato in 70mm, e del capolavoro “L&#8217;intendente Sansho” di Kenji Mizoguchi) ci sono multiversi da scoprire e moltitudini da sondare. Spazio dunque a nomi pressoché sconosciuti al pubblico italiano: il fotoreporter e regista francese Raymond Depardon, l&#8217;attrice austriaca Carmen Cartellieri (in attività per soli 10 intensi anni, dal 1919 al 1929) e l&#8217;artista sperimentale tedesco Heinz Emigholtz (di cui saranno proiettati anche gli ultimi lavori “Brickels – Socialism” e “2+2=22”). A chiudere il paniere la consueta mega-retrospettiva del Filmmuseum, che proseguirà la sua corsa anche a Viennale finita (fino al 30 novembre): tocca a “Utopia and Correction”, analisi del cinema sovietico dal 1926 al 1977. Quasi non annunciato infine, nascosto fra le righe come una serata a sorpresa post-festivaliera, il tributo a George A. Romero, con la proiezione del restauro di “La notte dei morti viventi” preceduta dalla performance musicale/teatrale “The Visitor” di Lawrence English. A costo di dire un&#8217;ovvietà o di abbandonarsi ad una facile frase fatta: anche quest&#8217;anno alla Viennale c&#8217;è l&#8217;imbarazzo della scelta.</span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-size: medium;">Filippo Zoratti</span></p>
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