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Cinema

18° Far East Film Festival – FEFF 2016

Episodio II: Caccia all’orrore

di Filippo Zoratti

Per anni l’Horror Day è stato – in modo trasversale rispetto al variegato programma delle retrospettive – uno dei punti fermi del Far East Film Festival. La sua esplosione e il suo successivo declino hanno coinciso con la scoperta e la caduta del J-Horror: titoli come “Ring” (1998), “Ju-on” (2000) e “Dark Water” (2002), assieme all’hongkongese “The Eye” (2002) hanno aperto la via ad un nuovo – sopravvalutato? – filone aurifero, come dimostrano anche gli svariati remake americani che ne sono stati tratti. È stata una fiammata, breve ma intensa, che ci ha fatto scoprire alcune “ossessioni” asiatiche fino a quel momento sconosciute, molto più che per altri generi: la presenza dell’acqua ad esempio, che per un Paese circondato dall’Oceano come il Giappone è portatrice di spavento e minaccia imminente (e il pubblico occidentale ha trovato finalmente una motivazione per la follia generata da una goccia che cade dal soffitto). Il FEFF è stato lungimirante nella sua caccia all’orrore, seminando qua e là nel corso delle edizioni qualche titolo effettivamente memorabile: “R-Point” (2004), “13-Beloved” (2006), “Body” (2007), “4bia” (2008), “Bedevilled” (2010). Poi il gioco si è rotto, complice l’altalenante produzione annuale delle singole nazioni e la sensazione che il vento iniziasse a girare altrove. Da Far East 14 (ovvero dal 2012) la giornata dedicata all’horror è stata bandita, con un meccanismo simile a quello avvenuto per il tramonto della selezione Pink Movies (il cui canto del cigno è stato l’indimenticato “The Glamorous Life of Sachiko Hanai”). A 6 anni di distanza però, con un colpo di scena inatteso, eccolo di nuovo, ribattezzato Psycho Horror Day. Introdotto idealmente dalla proiezione di “House”

1977 - Torta del film "House"

1977 – Torta della festa del film “House”

e dal Gelso d’Oro alla carriera a Obayashi Nobuhiko, il focus sulla paura attinge a diverse realtà, affidandosi all’emulazione o cercando una propria originalità: nel calderone trovano spazio esorcismi alla Friedkin (“The Priest”) e mostri della montagna taiwanesi (“The Tag-Along”), cultura pop tailandese (“Senior”) e incubi d’atmosfera coreani anni ’30 (“The Silenced”). Fino alle due pellicole di punta, entrambe nipponiche: “The Inerasable” di Nakamura Yoshihiro (sceneggiatore proprio di “Dark Water”) e “Creepy” di Kurosawa Kiyoshi (passato a Berlino). Il FEFF ci riprova, rilanciando una proposta che sembrava morta e sepolta sotto il peso di molti film non all’altezza della definizione horror. Una scelta che si specchia e fa il paio da un lato con la conferma dei documentari (ce n’è uno anche nell’Horror Day: “The Lovers and the Despot”, sul rapimento del regista Shin Sang-ok da parte del dittatore nordcoreano Kim Jong-il), una delle novità più apprezzate degli ultimi anni, e dall’altro con la new entry della piccola selezione “China Now”, che ci immerge nella realtà dei film cinesi destinati a non essere diffusi oltre i confini della Repubblica Popolare. Si ritorna insomma al futuro, esplorando al contempo nuovi possibili percorsi degni di approfondimento culturale. Se c’è un motivo per cui (da spettatori, studiosi, cinefili) occorre essere grati per il lavoro svolto dal Far East Film Festival in questi 18 anni è proprio questo: la capacità di mostrare al pubblico una summa di tutto ciò che anno dopo anno è – o ritorna ad essere – attuale nello sconfinato continente asiatico.


Filippo Zoratti

 

trailer del festival

Cinema

18° Far East Film Festival – FEFF 2016

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Episodio I: Il prezzo della maturità

 

di Filippo Zoratti
 

Per segnalare il passaggio alla maggiore età, il Far East – con la solita dose di autoironia – ha scelto come gadget “di lancio” una patente di guida, con tanto di vidimazioni e conferme di validità. Ma a 18 anni un festival diventa davvero maggiorenne? Nel caso dell’evento friulano ci si può da un lato stupire della lungimiranza di un progetto nato in sordina nel 1999 (il glorioso Hong Kong Film Festival, l’anno zero WP_20160423_002che ha gettato le basi di tutto), e dall’altro rendersi perfettamente conto di come il Feff – oltre ad essere oramai radicato nel territorio – abbia ben piantato le proprie radici a livello nazionale. La conferma arriva dall’investitura statale ricevuta dalla manifestazione, per il rapporto fra le industrie di Oriente e Occidente. Un privilegio che emancipa il Feff persino dal semplice contesto cinematografico: qua si parla di cultura tout court, di rapporti fra nazioni lontane lontane eppure accomunate dal nobile intento della divulgazione dell’arte. È il principio che regola il convegno Ties That Bind, workshop di coproduzione fra Asia ed Europa che ogni anno si affina e migliora le proprie prospettive. Il Far East è quindi oramai un gigante che può permettersi di guardare lontano, ma che deve tuttavia tenere a bada alcune fragilità insite nell’idea stessa di “evento pop(olare)”. Tra i punti di forza (e insieme, di debolezza) della proposta c’è la commistione ardita fra cinema basso e cinema alto, fra prodotto alimentare irricevibile per una platea estranea alle dinamiche panasiatiche e grande film d’autore di ampio riconoscimento festivaliero e internazionale. Chi ama il Far East Film Festival lo fa indipendentemente dal livello delle pellicole proposte, è vero, ma quando la forbice fra qualità (delle visioni) e quantità (dell’esborso) si allarga a dismisura, è lecito aspettarsi che qualcosa, nel magico equilibrio costruito pazientemente anno dopo anno, si possa rompere. A costo di apparire venali, uno dei motivi – non di certo l’unico – per cui l’edizione 18 verrà ricordata è il forte aumento dei prezzi, su qualunque tipo di accredito. Il festival orgogliosamente pop rischia così di diventare snobisticamente d’élite: il viaggetto di 10 giorni nella galassia Feff inizia ad assumere i connotati del privilegio per pochi, snaturando così lo spirito “autarchico” degli inizi che ha fatto innamorare migliaia di fareasters. Uno spirito comunque “falsato” – le prime edizioni erano totalmente gratuite, una follia insostenibile per qualunque kermesse –, ma che ora deve scendere a patti con una considerazione inopinabile: assistere alle proiezioni del Far East Film Festival, nel 2016, costa più che assistere a quelle della Mostra del Cinema di Venezia e della Berlinale. Ne varrà la pena? Il piatto sembra essere ricco: 72 film per 10 cinematografie, il ritorno dell’Horror Day e l’esordio della sezione “China Now”, dedicata ai film indipendenti cinesi non censurati. E ancora: la retrospettiva Beyond Godzilla, focus sul cinema sci-fi giapponese, il Gelso d’Oro a Sammo Hung (storico collaboratore di Bruce Lee e Jackie Chan) e la presenza di Johnnie To (che firma anche il trailer del festival, in animazione). Insomma: crescere, diventare adulti e autonomi ha un costo, e il Feff non ha alcuna intenzione di nasconderlo. Ora resta da capire se, anche per il pubblico, l’amore non abbia prezzo…

Filippo Zoratti

www.fareastfilm.com

Cinema

53. Vienna International Film Festival Viennale 2015

Episodio I: Ai confini dell’impero

di Filippo Zoratti
 

Oltre la Berlinale e la Biennale, c’è la Viennale, un “nuovo mondo” lontano dai riflettori e dall’hype internazionale, ma fortemente radicato sul territorio e con alle spalle una storia lunga quasi 60 anni. Il fondamento principale su cui si basa il Vienna International Film Festival, fin dalla sua prima edizione datata 1960, è proprio quello di una giocosa ma aperta contrapposizione con il blasone e l’istituzionalità dei cugini tedeschi: la Viennale è un festival non competitivo, privo di tappeti rossi e premi. Cui prodest? Agli amanti del cinema, anzitutto: perché con le sue oltre 300 proiezioni annuali la kermesse austriaca si propone per prima cosa come “upload”, aggiornamento indirizzato proprio a chi non ha la possibilità di frequentare i migliori eventi mondiali. A Vienna, sul finire di ottobre, è possibile passeggiare per le vie del centro e fermarsi a guardare i vincitori di Venezia, Berlino, Cannes, Locarno, Toronto, San Sebastian… Una scelta controcorrente, trattandosi di una manifestazione che si svolge in una capitale europea, ma che non possiamo che definire vincente: Vienna si svincola dalle costrizioni di facciata, insegue percorsi personali che mescolano alto e basso, e soprattutto restituisce allo spettatore l’opera d’Arte filmica, nella sua unicità. Nel corso della sua 53a edizione, che si svolge dal 22 ottobre al 5 novembre, questa insolita festa della Settima Arte proporrà ben 12 sezioni, articolate in un fitto programma che copre 5 sale sparse per la città. Vale la pena nominarle (quasi) tutte, a costo di scadere nella mera elencazione. Anzitutto, lo “Spielfilme”, sorta di selezione ufficiale che annovera i film di più facile richiamo: dalle anteprime dell’ultimo Todd Haynes (“Carol”) e dell’ultimo Woody Allen (“Irrational Man”) ai vincitori di Locarno (“Right Now, Wrong Then” di Hong Sang-soo) e di Cannes (“Dheepan – Una nuova vita” di Jacques Audiard), dai nuovi imprescindibili autori (J.C. Chandor, Yorgos Lanthimos, Sean Baker) alla presenza dei registi italiani amati e riconosciuti all’estero (Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Pietro Marcello). Parallelamente, si sviluppa un corposo focus sui documentari, che da solo meriterebbe una visione complessiva: “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer, “Behemoth” di Zhao Liang, “The Wolpack” di Crystal Moselle, “Dreamcatcher” di Kim Longinotto, per un totale di 70 titoli. E ancora: i tributi a Tippi Hedren, a Manoel de Oliveira e al cinema pulp austriaco (avete letto bene), fino all’omaggio al cineasta sperimentale argentino Raul Perrone (di cui saranno visibili anche gli ultimi due lavori, “P3ND3JOS” e “Favula”). Ma i veri pezzi pregiati, per il sottoscritto, saranno altri: il programma speciale “Griechenland”, incentrato sulla New Weird Wave greca – ovvero sulle rappresentazioni filmiche della crisi economica ellenica, dentro e fuor di metafora – e l’eccezionale retrospettiva “Animals”, dedicata a cinema & animali (ancora una volta, tra alto e basso, si passerà da “Godzilla” a “Babe”, da “White Dog” di Fuller a “Torna a casa Lassie”). Ai confini dell’impero cinematografico che “conta” (fra mille virgolette) c’è la Viennale, che da decenni – per usare un eufemismo – se ne frega, e propone una festa generosissima e onnicomprensiva a perfetta misura di cinefilo. Come per il Neo di “Matrix” non c’è che una soluzione: sedersi comodamente, connettersi al buio della sala (ma senza prese usb piantate nella testa) e abbandonarsi al flusso delle immagini in movimento.

Trailer della Viennale 2015

Filippo Zoratti

Pubblicato su www.beniculturali.info

 

Cinema

72a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2015

Terza Puntata: Anatomia di un Palmarès

di Filippo Zoratti

Mettiamola così: solo il tempo – forse – saprà dirci se il trionfo dell’America Latina alla 72a Mostra del Cinema di Venezia sia stata una scelta lungimirante o scandalosa. Solo il tempo, e una riflessione a mente fredda, potrà dare senso ad un colpo di teatro che di primo acchito è parso a tutti straordinariamente folle e fuori misura. Il direttore Barbera, ad inizio festival, lo aveva anche annunciato: le vere sorprese della selezione sarebbero state le opere provenienti dal Sudamerica, in quanto artefici del cinema più interessante in circolazione. È vero, ma mai avremmo neanche lontanamente sospettato che un presidente di giuria messicano (l’Alfonso Cuarón di “Gravity”) potesse piazzare ai posti più alti del podio una pellicola venezuelana e una argentina. Due lavori – “Desde allá” di Lorenzo Vigas e “El Clan” di Pablo Trapero – che al momento è davvero difficile giudicare per il loro reale valore, estrapolandoli cioè dal contesto in cui sono emersi.

 

Il pubblico festivaliero (giornalisti, addetti ai lavori, studenti di cinema e appassionati) che ha gridato al golpe ha però la memoria breve, perché la storia della Mostra è costellata di campanilismi: senza allontanarci troppo basti pensare a Zhang Yimou che nel 2007 premia “Lussuria – Seduzione e tradimento” di Ang Lee, a Quentin Tarantino che nel 2009 impone “Somewhere” della sua ex compagna Sofia Coppola e a Bernardo Bertolucci che nel 2013 incensa il documentario “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi. Tutti i pronostici dovrebbero tenere conto che a sentenziare sui film in gara non è un gruppo di esseri umani angelicamente super partes (che non esiste), ma un manipolo di professionisti emotivamente o amichevolmente coinvolti. Il mosaico del palmarès veneziano sembra oltretutto composto da altri passaggi obbligati, che a volte muta nel corso degli anni – l’era Müller con il suo codazzo di Leoni asiatici – e altre volte permane granitico con lo scorrere dei lustri: se la selezione dei film italiani ad esempio è di bassa o controversa qualità, inevitabilmente una gratifica arriverà da un premio collaterale (in particolar modo dalle Coppe Volpi, fermo restando che il riconoscimento di quest’anno a Valeria Golino per “Per amor vostro” è inattaccabile); se in concorso ci sono grandi cineasti ancora orfani di Orsi, Palme o felinidi nelle loro bacheche, è altamente probabile che prima o poi verranno giustamente o meno risarciti. In questo caso vige quasi una logica di “prelazione”: il festival che per primo consacra il wannabe Maestro della Settima Arte sa che poi quell’autore sarà portato ad avere un occhio di riguardo verso la kermesse che lo ha imposto all’attenzione mondiale. A Venezia, nelle ultime edizioni, è successo così per Sokurov con “Faust”, per Kim Ki-duk con “Pietà”, per Roy Andersson con il suo “Piccione seduto su un ramo”. E abbiamo logicamente pensato che potesse accadere lo stesso anche stavolta, consci della qualità di opere quali “Rabin, the Last Day” di Amos Gitai e “11 Minutes” di Jerzy Skolimovski. Ci siamo totalmente sbagliati o, meglio, la giuria ha stupito tutti, incoronando una insospettabile opera prima e un solido thriller tratto da una storia vera. Non è dato sapere – come dicevamo prima – se si tratti di colpo di genio o di vergognoso tonfo, ma per ora ci si potrebbe accontentare di una vaga speranza: a dispetto della regola che vuole i premiati della Mostra putualmente ignorati dal pubblico in sala, il trio “Desde allá” – “El Clan” – “Anomalisa” (Gran Premio della Giuria) potrebbe segnare una clamorosa inversione di tendenza. Offrendo nuovo credito ad una delle classifiche più odiate degli ultimi anni.

Filippo Zoratti

 

I PREMI UFFICIALI DI VENEZIA 72

Leone d’Oro per il miglior film a “Desde allá” di Lorenzo Vigas

Leone d’Argento per la migliore regia a “El Clan” di Pablo Trapero

Gran Premio della Giuria a “Anomalisa” di Charlie Kaufman e Duke Johnson

Premio Speciale della Giuria a “Abluka (Frenzy)” di Emin Alper

Coppa Volpi femminile a Valeria Golino per “Per amor vostro”

Coppa Volpi maschile a Fabrice Luchini per “L’hermine”

Premio Marcello Mastroianni (attore emergente) a Abraham Attah per “Beasts of No Nation”

Premio per la migliore sceneggiatura a “L’hermine” di Christian Vincent

Leone del Futuro – Premio Opera Prima a “The Childhood of a Leader” di Brady Corbet

Leone d’Oro alla carriera a Bertrand Tavernier

Premio Orizzonti per il miglior film a “Free in Deed” di Jake Mahaffy

Premio Settimana della Critica a “Tanna” di Martin Butler e Bentley Dean

Premio Giornate degli Autori a “Early Winter” di Michael Rowe

Cinema

72a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 2015

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Leone d’Oro al venezuelano “Desde allà”

Alla 72a Mostra del Cinema di Venezia   vince il Leone d’Oro il film venezuelano  Desde allà – Da lontano,  diretto da Lorenzo Vigas. Questo film racconta la storia di un  tormentato rapporto omosessuale tra un uomo di mezza età (Alfredo Castro) e un giovane teppista (Luis Silva) di Caracas. il film è stato preferito dalla giuria ai concorrenti dati per favoriti come Gitai e Sokurov. Il regista Lorenzo  Vigas ringrazia e lascia il palco gridando “Viva Venezuela”.

 

Cinema

Far East Film Festival 2015

FEFF 17, Udine
And the Winner is…
“Ode to My Father”

[Corea del Sud 2015, di Youn Je-kyoon, con Hwang Jung-min e Kim Yun-jin]

di Filippo Zoratti

Vince la 17a edizione del Far East Film Festival… la Corea del Sud. Non un singolo film, ma proprio una nazione intera: ad occupare i primi tre posti del podio 2015 tre opere provenienti dalla repubblica semi-presidenziale orientale. Un trionfo non annunciato, in parte controbilanciato dal Black Dragon Award finito nelle mani della cambogiana Sotho Kulikar per il suo “The Last Reel”. Forse per “il più grande festival del cinema popolare asiatico” è giunto il momento di sfatare un mito. Non è quella giapponese la cinematografia più vicina ai gusti occidentali. Il palmares della kermesse friulana parla chiaro: in 17 anni per ben 8 volte è stata la South Korea a sbancare, a fronte di sole quattro vittorie nipponiche. A fare breccia nei cuori dei fareasters è stato quest’anno il fil rouge della memoria, nelle sue varie declinazioni. Da un lato “The Royal Tailor” (2° posto), dramma in costume ambientato all’epoca della dinastia Joseon e dall’altro “My Brilliant Life” (3° posto), toccante inno alla vita incentrato su un 17enne affetto da progeria. Nel mezzo spicca “Ode to My Father”, sorta di incrocio fra il “Forrest Gump” di Zemeckis e l’“Always” di Takashi Yamazaki. Ovvero: una carrellata dei principali eventi storici che hanno caratterizzato la Corea negli ultimi sessant’anni, visti con gli occhi di un cittadino qualunque.

Tra le maglie di una narrazione più articolata di quanto possa sembrare, il regista Youn Je-kyoon pone l’accento sì sugli immensi sacrifici del protagonista Deok-soo (interpretato da Hwang Jung-min), ma più di ogni altra cosa insinua la mancata riconoscenza da parte della sua famiglia nei suoi confronti: figli e nipoti non gli sono affezionati, perché probabilmente non sono “onniscienti” come viene concesso di essere a noi spettatori privilegiati. La vicenda di Deok-soo inizia da bambino, durante la tragica emigrazione da Hungnam, e procede attraverso le tappe del lavoro in miniera nella Germania degli anni ’60 e della guerra del Vietnam. Tutti i gesti di Deok-soo – prima ragazzo, poi uomo, ora anziano – sono compiuti col desiderio di proteggere i propri cari, nella speranza di ricongiungersi un giorno con il padre perduto nel 1951. Pur non essendo apertamente tratto da una storia vera, “Ode to My Father” ci parla di un’intera generazione, puntando al contempo il dito verso chi non avendo vissuto periodi storici difficili si adagia sulle agevolazioni del proprio presente come un atto dovuto. Una scommessa vinta in patria (“Ode” è il secondo miglior incasso coreano di sempre, dopo “Roaring Currents” e prima dell’americano “Avatar”), nonostante le aspre critiche ricevute. Perché il pubblico – anche quello del Far East – ha capito che l’opera di Youn non è una patinata fiction conservatrice, ma un sentito e genuino tributo alla Storia di un Paese che ha sofferto per la propria emancipazione.

Filippo Zoratti

 

video della canzone “Ode to My Father” di Kwak Jineon e  Kim Feel

Cinema

Far East Film Festival 2015

FEFF 17, Udine
Ode to the Emotional Chain Reaction

di Filippo Zoratti

Giunto alle soglie della maggiore età, il Far East Film Festival di Udine non accenna neanche lontanamente ad una diminuzione del proprio consenso popolare, costruito e consolidato anno dopo anno nell’unità di spazio del Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Anzi, chi all’epoca della 10a edizione – vista, chissà perché, come momento di bilancio generale e in cui “voltare pagina” – caldeggiava un trasferimento dalla piccola cittadina del nord-est alla più “blasonata” (?) Roma, evidentemente non aveva considerato che alla decade il FEFF non c’era arrivata col fiato corto. Tutt’altro: sebbene il festival fosse nato quasi per caso nel 1999 come focus sulla sola cinematografia hongkongese, è apparso chiaro fin da subito che una proposta del genere, nonostante alcune fisiologiche flessioni, non sarebbe stata una fiammata di breve durata. Dunque su cosa si fonda il successo del Far East, qual è il suo segreto? Probabilmente, oltre al fatto di essere stato il primo ad avventarsi sul made in Asia, il segreto sta proprio nel fatto… che non esistono segreti. Al contrario, nel tempo è aumentata la piacevole sensazione di una ricerca continua di supporto col proprio pubblico di riferimento, del tutto priva di approcci snobistici. È su questo punto che la manifestazione gioca la propria annuale partita, non di certo sulla singola qualità dei film.

Così, mentre tutto attorno le kermesse che hanno tentato di emulare il sogno friulano chiudono o registrano costanti e cocenti emorragie di pubblico, a Udine si verifica immutabile il “miracolo”: per nove giorni l’orologio si ferma, si entra in una bolla di sapone e non si fa che parlare e discutere di cinema asiatico. Mescolando alto e basso, fermandosi magari un paio d’ore per non andare in overdose ed essenzialmente grati per un’atmosfera inedita, esclusiva e sorprendentemente genuina. Indipendentemente, lo ripetiamo, dal valore oggettivo delle pellicole proposte, frutto della buona o cattiva annata delle singole nazioni. Perché il Far East Film Festival è un “movimento”, una “emotional chain reaction” come sottolinea l’indovinatissimo trailer della 17a edizione. Sul fatto che sia stata l’emotività a trionfare del resto non avevamo dubbi, osservando il palmares finale: vince “Ode to My Father”, commovente epopea di un “Forrest Gump” coreano che attraversa cinquant’anni di Storia, dalla Guerra di Corea al Vietnam ai giorni nostri.

Un podio tutto coreano – a proposito di bilanci: su 17 edizioni per ben 8 volte la Corea del Sud si è meritata l’Audience Award – il cui fil rouge sembra essere il concetto di memoria, nelle sue varie declinazioni: dalla sopraccitata “Ode” a “The Royal Tailor” (2° posto), dramma in costume ambientato all’epoca della dinastia Joseon, fino alla memoria “mancante” raccontata in “My Brilliant Life” (3° posto), toccante inno alla vita incentrato su un 17enne affetto da progeria. Allarghiamo lo sguardo: il Far East Film Festival sta – e siamo solo all’inizio – costruendo una memoria collettiva che non c’era, definendo le coordinate di una cinematografia lontana che così lontana non lo è più. Sta, in ultima ed estrema sintesi, riunendo sotto un’unica dicitura una famiglia trasversale di appassionati e giornalisti, curiosi e addetti ai lavori, studenti e docenti. Li chiamano “fareasters”: un popolo agguerrito disposto a tutto pur di difendere la creatura che ha visto crescere nel corso di 17 lunghissimi – e brevissimi! – anni. Considerando i continui tagli alla cultura, le conseguenze della crisi da cui tutt’ora siamo sommersi e la ormai immediata reperibilità – legale o meno – dei prodotti audiovisivi, questo risultato non può che essere eccezionale.
Filippo Zoratti